Hanno condiviso le mie parole

sabato 28 gennaio 2012

DE SADE


Non essendo partito ieri il corriere, solo oggi posso riprendere il filo della nostra avventura... O amico mio, quanti pensieri farà nascere in te tutto ciò e quali supposizioni frullano nelle teste, qui, di tutti! Sarà mai possibile che il caso abbia voluto mettere nelle nostre mani il primo anello di una catena all'altro capo della quale sarebbero legate quelle cose che con tanto ardore ci siamo proposti di chiarire! Ma siccome niente ancora si può affermare, accontentiamoci, io di raccontare, tu di supporre, di congetturare e persino di approfondire se vuoi. La levatrice, fatta entrare ieri mattina nella camera della ragazza, ci ha detto all'incirca che aveva trascorso una notte agitata, che aveva avuto un po' di febbre, ma che queste cose non sono strane dato il suo stato, e che potevamo entrare se lo desideravamo e sapere tutto quel che la riguardava: consentiva a dare spiegazioni. Fummo ammessi solo Mme de Senneval, Mme de Blamont ed io; giudicammo sconveniente condurre con noi Aline. Felice carattere che modella sempre i desideri sui doveri! Tale proibizione non le costò niente, la curiosità non ebbe la meglio sul pudore... Eugènie le tenne compagnia. Entrammo, dopo qualche complimento e da una parte e dall'altra. Questi furono, mio caro Valcour, i termini nei quali si espresse la nostra eroina.  "Mi chiamo Sophie", signora, disse rivolgendosi a Mme de Blamont, ma mi sarebbe difficile rendervi edotta sulla mia nascita, non conosco che mio padre, e ignoro le particolari circostanze per le quali sono venuta al mondo. Sono cresciuta nel villaggio di Berseuil, allevata dalla moglie di un vignaiolo, che si chiama Isabeau; cercavo di raggiungerla quando mi avete trovata. Mi ha fatto da balia, e mi avvisò, fin da quando ebbi l'uso di ragione, che non era mia madre, e che da lei ero solo in pensione. Fino all'età di tredici anni, le uniche visite che ebbi furono da parte di un signore che veniva da Parigi, il medesimo, come mi disse Isabeau, che mi aveva portata da lei, e che -ella mi assicurò essere mio padre. Niente di più semplice e di più monotono della storia dei miei primi anni, fino al giorno fatale in cui fui strappata dall'asilo dell'innocenza per precipitare, mio malgrado, nell'abisso della dissolutezza e del vizio.
Stavo per compiere tredici anni quando l'uomo di cui vi ho detto venne a trovarmi per l'ultima volta con un amico della sua stessa età, cioè circa cinquant'anni. Dissero a Isabeau di ritirarsi e cominciarono ad esaminarmi con la massima attenzione. L'amico di colui che dovevo considerare mio padre fece molti elogi sul mio conto... Ero secondo lui incantevole, fatta a pennello... Ahimè! era la prima volta che me lo sentivo dire, non immaginavo che questo dono di natura dovesse essere origine della mia perdizione... che essi dovessero essere la causa di tutte le mie sventure! L'esame dei due amici era inframezzato con lievi carezze; talvolta se ne permettevano dove il pudore era tutt'altro che rispettato... poi parlavano sottovoce... li vidi persino ridere... Cosa! l'allegria può dunque nascere anche quando si medita il crimine? L'anima può dunque dischiudersi in mezzo ai complotti contro l'innocenza? Tristi effetti della corruzione! Com'ero lontana dall'indovinarne il seguito! Doveva essere ben amaro per me. Fecero rientrare Isabeau.
"Vi porteremo via la vostra giovane allieva", disse M. Delcour (questo il nome di colui che mi era stato detto di considerare mio padre); "la ragazza piace a M. de Mirville", disse indicando l'amico, "e la condurrà presso sua moglie che ne avrà cura come di una figlia..."
Isabeau si mise a piangere, io mi gettai fra le sue braccia, addolorata quanto lei, e il nostro dispiacere e le nostre lacrime si fusero..:
"Ah! signore", disse Isabeau rivolgendosi a M. de Mirville, "è l'innocenza e il candore in carne ed ossa, non le conosco alcun difetto... Ve la raccomando, signore, che disperazione se le accadesse qualche disgrazia..."
"Disgrazia?", interruppe Mirville, "ve la porto via solo per fare la sua fortuna."
Isabeau: "Che il cielo la preservi almeno dal farla a spese del suo onore".
Mirville: "Quanta saggezza nella buona nutrice!".
Isabeau, a M. Delcour: "Ma mi avevate detto, mi pare, signore, durante la vostra ultima visita, che me l'avreste lasciata almeno fino a quando avesse adempiuto ai primi doveri religiosi"
Delcour: "Religiosi?".
Isabeau: "Sì, signore".
Delcour: "Cosa! non sono ancora stati ottemperati?".
Isabeau: "No, signore, non è ancora abbastanza preparata; il signor Curato l'ha rimandata all'anno prossimo".
De Mirville: "Perbacco! non aspetteremo certo fino allora, l'ho promesso a mia moglie, e per domani... e così voglio... E insomma! Certe cose le si possono fare ovunque, no?".
Delcour: ' 'Ovunque, e altrettanto bene da noi che da voi. Non credete, Isabeau, che ci possa essere nella capitale un direttore spirituale per fanciulle bravo quanto quello di Berseuil?...".
Poi rivolgendosi a me.
"Sophie, vorreste per caso mettere ostacoli alla vostra felicità? Quando ci viene offerta... il minimo ritardo..."
"Ebbene! signore", lo interruppi ingenuamente, "dal momento che mi parlate di felicità, preferirei che rendeste felice Isabeau, che mi permetteste di non lasciarla mai."
E mi gettai nuovamente fra le braccia di quella tenera madre... e l'inondai di lacrime...
"Va', figlia mia, va" disse; e stringendomi al seno: "Ti ringrazio della tua buona volontà, ma sai che non mi appartieni... Obbedisci a coloro dai quali dipendi, e fa sì che l'innocenza non ti abbandoni mai. Se la disgrazia ti colpisse, Sophie, ricordati di mamma Isabeau, troverai sempre un pezzo di pane nella sua casa per te; se ti costerà guadagnarlo, almeno lo mangerai puro... non sarà bagnato dalle lacrime del rimorso e della disperazione...".
"Buona donna, basta", disse Delcour strappandomi dalle braccia della mia balia, "questa scena di lacrime, per quanto patetica, fa ritardare quel che desideriamo... partiamo..."
E mi portarono via, ci precipitiamo in una berlina che fende l'aria e siamo a Parigi la sera stessa.
Se avessi avuto un po' più di esperienza, quel che vedevo, quel che udivo, quel che provavo, avrebbe dovuto convincermi, prima di arrivare, che le mansioni cui ero destinata erano ben diverse da quelle cui mi dedicavo a Berseuil, e che ero stata destinata a ben altro che servire una signora, nella casa che mi attendeva; in una parola, l'innocenza che tanto mi aveva raccomandato la buona balia sarebbe stata ben presto cancellata. M. de Mirville, accanto al quale ero seduta nella vettura, mi mise subito nella condizione di non poter più dubitare delle sue terribili intenzioni: il buio favoriva la sua intraprendenza, la mia semplicità l'incoraggiava, M. Delcour ne era divertito e l'indecenza era al colmo... Allora piansi calde lacrime...
"Maledetta bambina", disse Mirville... "andava tutto così bene... e credevo che prima di arrivare... Non mi piace sentir strillare..."
"Eh! calma, calma", rispose Delcour, "quando mai un guerriero si è spaventato del rumore della sua vittoria?... L'altro giorno, quando andammo a prendere tua figlia, vicino a Chartres, mi hai visto agitato? Anche allora, una scena di lacrime... e tuttavia, prima di arrivare a Parigi, ho avuto l'onore di diventare tuo genero..."
"Oh! ma voi, gente di toga", disse M. de Mirville, "i piagnistei vi eccitano; siete come i cani da caccia, mai squartate tanto bene la preda come quando siete riusciti a sfiancarla. Non ho mai conosciuto anime tanto crudeli quanto quelle di questi seguaci di Bartole. Non per niente siete accusati di inghiottire la selvaggina cruda per aver la gioia di sentirla palpitare sotto i denti..."
"È vero", disse Delcour, "che i finanzieri sono considerati gente dal cuore più sensibile..."
"In fede mia", disse Mirville, "non facciamo morire nessuno, noi; se sappiamo spennare la gallina, almeno l'ingoiamo. Ci siamo fatti miglior reputazione, e c'è chi, in fondo, dice che siamo buona gente..."
Battute del genere ed altri discorsi che non capii, perché mai li avevo uditi prima, ma che mi sembrarono ancora più spaventosi, e per le espressioni inframmezzate e per i gesti vergognosi con cui Mirville li interrompeva, tali orrori, ripeto, ci accompagnarono fino a Parigi, e arrivammo.
La casa dove discendemmo non era esattamente in città, ne ignoravo l'ubicazione; più al corrente ora, posso dirvi che si trova vicino alla barriera dei Gobelins. Erano all'incirca le dieci di sera quando ci fermammo nel cortile; scendemmo... La vettura fu mandata via ed entrammo in una sala dove tutto faceva pensare che la cena era pronta. Una donna anziana, e una ragazza della mia età, erano le uniche persone che ci attendevano; e fu con loro che sedemmo a tavola; mi fu facile notare che durante la cena, la ragazza, di nome Rosa, era per M. Delcour quel che mi parve M. de Mirville volesse fossi io per lui. Quanto alla vecchia, era destinata ad essere la nostra governante; le sue mansioni mi furono spiegate immediatamente, e venni anche a sapere che proprio in quella casa avrei abitato con la mia giovane compagna, la quale altri non era che quella figlia di M. de Mirville, che lui e M. Delcour avevano detto di essere andati poco prima a prendere vicino a Chartres. Ciò che prova, signora, che quei due signori si erano reciprocamente scambiati le fìglie prendendole come amanti, senza che una delle due sventurate creature fosse al corrente più dell'altra della seconda parte di quanto le teneva legate a quei due padri.
Mi permettete di tacere, signora, gli indecenti particolari e di quella cena e della spaventosa notte che ne seguì; un altro salotto, più piccolo e più artisticamente arredato, fu destinato a tali vergognose circostanze. Rose e M. Delcour vi passarono con noi; questa, già abituata, non oppose alcun rifiuto; mi fu indicata ad esempio affinché mitigassi il rigore del mio; e per farmene sentire l'inutilità, mi fecero temere la forza, nel caso m'intestardissi... Che dirvi, signora, rabbrividii... Piansi... niente fermò quei mostri e la mia innocenza fu violata. Verso le tre del mattino, i due amici si separarono; ciascuno passò nel proprio appartamento per finirvi la notte, e noi seguimmo quello cui eravamo destinate. Là, M. de Mirville mi svelò completamente quale sarebbe stata la mia sorte.
"Non dovete aver più dubbi", mi disse duramente, ' 'che vi ho presa per me; il vostro stato ora è tale da non lasciarvi illusioni. Non aspettatevi tuttavia lussi o divertimenti; il rango del signore mio amico e il mio ci obbliga a precauzioni che fanno della vostra solitudine un dovere. La donna che avete visto con Rosa, e che deve aver cura di voi, risponderà personalmente della vostra condotta e all'uno e all'altro: una scappatella... un'evasione, sarebbe severamente punita, vi avviso; d'altra parte siate con me leale, perseverante e dolce, e se la differenza di età si oppone a un sentimento da parte vostra, cosa che m'interessa fino a un certo punto, almeno, in compenso al bene che vi faccio, voglio trovare in voi tutta l'obbedienza sulla quale potrei contare se foste mia legittima consorte. Sarete nutrita, vestita, eccetera, e riceverete cento franchi al mese per i vostri capricci; non è molto, lo so; ma a cosa vi servirebbe questo di più nell'isolamento e nel ritiro nei quali sono obbligato a tenervi? D'altra parte ho altre cose che mi costano care. Non siete la mia unica ospite... e ciò vuoi dire che mi sarà possibile vedervi solo tre volte la settimana, e per il resto ve ne starete in pace; vi distrarrete qui con Rosa e la vecchia Dubois; l'una e l'altra nel loro genere posseggono qualità che vi aiuteranno a vivere piacevolmente, e non dubitatene, tesoro, finirete per esserne contenta."
Dopo aver snocciolato la sua arringa, M. de Mirville si coricò, e mi ordinò di mettermi accanto a lui.
Calo un velo sul resto, signora, ma quel che ho detto è sufficiente per dimostrarvi a quale terribile sorte ero stata destinata; ancor più infelice in quanto mi era impossibile sottrarmi ad essa, poiché il solo essere che avesse autorità... mio padre stesso, mi obbligava ad accettarla, dandomi esempio di disordine. I due amici partirono a mezzogiorno, io ebbi modo di meglio conoscere la mia guardiana e la mia compagna; le vicissitudini della vita di Rosa non erano molto diverse di quelle della mia; aveva sei mesi più di me, come me aveva trascorso la vita in un villaggio, allevata dalla sua balia, ed era a Parigi da tre giorni; ma l'enorme diversità dei nostri caratteri m'impedì sempre di fare amicizia con lei; stordita, senza cuore, priva di delicatezza, senza alcun principio, il candore e la modestia donatimi dalla natura malamente si accordavano con tanta spudoratezza e turbolenza; ero obbligata a vivere con lei, le catene della sventura ci legarono, ma mai quelle dell'amicizia.
Quanto alla Dubois, possedeva i vizi del suo stato e della sua età; imperiosa, fastidiosa, cattiva, preferiva la mia compagna a me; non c'era nulla, come ben vedete, che potesse farmi affezionare a quella donna, e per tutto il tempo in cui ho abitato in quella casa, l'ho trascorso quasi tutto nella mia camera, dedicandomi alla lettura, che molto mi piace, e della quale agevolmente potei fare la mia unica occupazione, grazie all'ordine di M. de Mirville di non lasciarmi mai senza libri.
Nulla di più regolato della nostra vita; passeggiavamo quanto volevamo in un bellissimo giardino, ma non ne uscivamo mai; tre volte la settimana, i due amici, che si facevano vedere solo in quei giorni, si trovavano, pranzavano con noi, si abbandonavano ai loro piaceri, l'uno alla presenza dell'altro, per due o tre ore dopo cena, e poi andavano a trascorrere il resto della notte ciascuno in compagnia, nel suo appartamento, che diventava il nostro gli altri giorni..."
"Che indecenza!", interruppe Mme de Blamont. "... Ma come! I padri sotto gli occhi delle figlie!"
"Cara amica", disse Mme de Senneval, "non approfondiamo questo abisso di orrori, la poverina potrebbe anche rivelarci atrocità di ben altro genere."
"E se fosse importante conoscerle?", disse Mme de Blamont..., "Signorina", continuò arrossendo quella donna veramente onesta e degna di stima, "non so come porvi la domanda... ma non è mai capitato il peggio?"
E accorgendosi che Sophie non la capiva, m'incaricò di spiegarle sottovoce quel che aveva voluto dire.
"Una specie di gelosia, che dominava entrambi gli amici, fu forse l'unico freno che li abbia trattenuti dal fare quel che volete dire, signora", riprese Sophie; "almeno, è questo l'unico sentimento, a mio avviso, che sta all'origine di un certo ritegno... che in gente simile non può certo essere la virtù. So che è male giudicare così il prossimo senza aver prove, ma altre deviazioni... tante altre turpitudini hanno finito per convincermi del tutto sui depravati costumi dei due amici, e così il loro senno in ciò che volete dire, va attribuito a un sentimento più imperioso della loro stessa dissolutezza; e dunque, non ne ho scorto nessuno che vincesse la loro gelosia."
"È difficile capirla, considerando quei piaceri in comune, di cui parlate", disse Mme de Senneval.
"E soprattutto considerando le altre ospiti delle quali M. de Mirville aveva ammesso l'esistenza", aggiunse .Mme de Blamont.
"Avete ragione, signore", disse Sophie, "ma forse questo è uno dei casi in cui l'urto violento di due passioni fa trionfare la più forte; ma quel che è certo, è che il desiderio di conservare ciascuno il suo bene, desiderio nato dalla gelosia, troppo evidente per dubitarne, sempre ebbe la meglio nel loro cuore, e impedì loro di compiere... delle atrocità... delle quali la mia compagna, lo so, avrebbe riso e che invece mi sarebbero sembrate più spaventose della stessa morte."
"Continuate", disse Mme de Blamont, "e non giudicatemi male se l'interesse che mi avete ispirato mi ha fatto profondamente temere per voi.

"Fino alla circostanza che mi ha valso la vostra protezione", continuò Sophie, rivolgendosi sempre a Mme de Blamont, "ben poco posso ancora dirvi. Da quando ero arrivata in quella casa, mi veniva pagato lo stipendio con grande puntualità, e poiché non avevo alcuna occasione di spenderlo, lo mettevo da parte sperando di avere l'occasione di farlo pervenire alla mia buona Isabeau, il cui ricordo non mi abbandonava mai. Osai comunicare la mia intenzione a M. de Mirville, non dubitando che lui stesso potesse procurarmi il modo di realizzare quanto avevo pensato... Ingenua! Dove andavo a cercare la compassione? Quando mai alberga nel vizio e nel libertinaggio?
Dovete dimenticare tutti i vostri affetti di campagna, mi disse brutalmente M. de Mirville, "quella donna è già stata lautamente pagata per le piccole cure avute per voi, non le dovete niente."
"E la mia riconoscenza, signore, questo sentimento che è tanto dolce da nutrire, tanto bello far sbocciare?"
"Bene, bene, chimere e niente altro, i sentimenti di riconoscenza. Non ho mai visto che desse un qualche vantaggio, e a me piacciono solo i sentimenti che rendono. Non parliamone più, e piuttosto, dato che possedete molti soldi, smetterò di darvene degli altri."
Rifiutata dall'uno volli ricorrere all'altro, e parlai della mia intenzione a M. Delcour. La disapprovò ancor più energicamente: mi disse che al posto di M. de Mirville, lui non mi avrebbe dato un soldo, dato che il mio unico pensiero era quello di gettare il denaro dalla finestra. Fui costretta a rinunciare alla mia opera buona, mancandomi i mezzi per realizzarla.
Ma prima di arrivare a ciò che determinò la triste catastrofe della mia storia, dovete sapere, signora, che i due padri più di una volta, davanti a noi, si erano scambiati la loro autorità sulle figlie, con la reciproca preghiera di non avere clemenza quando esse fossero in torto, e questo per imporci il controllo su noi stesse, sottomissione e timore con i quali tenerci legate alla catena; ora, vi lascio immaginare se entrambi non abusarono di quella autorità; M. de Mirville, estremamente brutale, mi trattava soprattutto con inaudita durezza, al più lieve capriccio della sua immaginazione; e anche se era presente M. Delcour non prendeva le mie difese, come M. Mirville non prendeva quelle di sua figlia, quando Delcour la maltrattava, cosa che accadeva assai sovente. Tuttavia, signora, ve lo confesso: colpevole in tutto, complice in tutto del triste commercio in cui ero trascinata, la natura tradì e il mio dovere e i miei sentimenti, e per punirmi maggiormente, volle far sbocciare nel mio seno la prova del mio disonore. Fu all'incirca allora che la mia compagna, insofferente alla vita che conduceva, mi confessò di star meditando l'evasione.
"Non voglio scappare da sola", mi disse un giorno, "ho trovato il modo d'interessarvi il figlio del giardiniere... è il mio amante... mi offre la libertà; sei padrona di condividere la nostra sorte... forse sarebbe meglio che tu aspettassi fino al parto... e intanto mi occuperò io di renderti libera, ti troverò un amico, verrà a prenderti e poi ci riuniremo se lo vorrai."
Il suo piano basato su un certo tipo di relazioni non mi conveniva affatto, e se desideravo la libertà, era per vivere in modo assai diverso da quello che stava per abbracciare la mia compagna. Accettai nondimeno le sue offerte, convenni con lei che era meglio per me fuggire dopo il parto; la pregai di non dimenticarmi e di disporre tutto per quel momento. Tuttavia, per quanto volesse fare in fretta, i preparativi determinarono dei ritardi e tutto fu pronto solo circa due mesi prima della fine della mia gravidanza. Il momento era arrivato, lei sarebbe evasa, quando un giorno, la vigilia di quello che aveva scelto per la partenza, anche vigilia di quello in cui ebbi la fortuna d'incontrarvi, mentre saliva in camera sua per andare a prendere un po' di denaro da dare al giardiniere che doveva procurarle un appartamento ammobiliato, mi pregò di restare con il giovane che, frettoloso di uscire, pareva non volersi fermare un secondo di più, e di obbligarlo ad aspettare... Fatale istante della mia sfortuna! o piuttosto della mia fortuna, poiché fu quella circostanza a trarmi dall'abisso; la mia sorte volle che accadesse quel che non era mai accaduto in tre anni: M. de Mirville entrò solo e piombò su di me prima che avessi il tempo di allontanare il giovane per nasconderlo ai suoi occhi. Scappò velocemente, ma non senza essere visto. Impossibile descrivere l'accesso d'ira che travolse Mirville immediatamente; il suo bastone fu la prima arma di cui si servì, e senza alcun riguardo per le mie condizioni, senza chiarire se ero colpevole o no, mi copre di insulti, mi trascina attraverso tutta la camera tenendomi per i capelli, mi minaccia di calpestare il frutto che porto in seno e che vede ora solo come la prova della propria vergogna. Sarei morta sotto i colpi di cui porto ancora il segno, se la Dubois non fosse accorsa e non mi avesse strappata dalle sue mani. Allora la sua ira divenne più fredda.
La mia punizione non sarà meno crudele, disse... Chiudete le porte... nessuno entri, e che questa prostituta salga immediatamente nella sua camera...
Rosa che aveva sentito tutto, ben contenta di fuggire, con questo equivoco, a ciò che lei sola meritava, si guardava bene di dire una parola, e la folgore si abbatté su di me... Fui seguita subito dal mio tiranno; i suoi occhi brillavano di mille diversi sentimenti, fra i quali credetti di discernerne di assai più terribili di quelli dell'ira, i cui riflessi, alterando i muscoli della sua odiosa fisionomia, me li fecero sembrare ancor più terribili... Oh! signora, come descrivere le nuove infamie di cui fui vittima! Sono oltraggio alla natura e al pudore, non sarei mai capace di dipingerle... Egli mi ordinò di spogliarmi... io mi getto ai suoi piedi, gli giuro venti volte che sono innocente, cerco d'intenerirlo in nome del funesto frutto del suo indegno amore; lo sventurato, agitando il mio seno con le sue palpitazioni sembrava voler abbracciare le ginocchia del padre... si sarebbe detto che implorasse per me la grazia... Mirville non si lasciò commuovere, vi trovava, così pretendeva, un motivo in più di convincimento nei confronti della mia supposta infedeltà; ogni mia giustificazione era solo impostura, non aveva dubbi, aveva visto, nulla gli ispirava rispetto... Mi misi come lui voleva: quando lo fui, barbare catene furono garanzia al mio contegno.
Fui trattata con quella sorta d'ignominia scandalosa che il pedantismo si permette sull'infanzia... Ma con una crudeltà... con un rigore... Infine, pallida, sempre legata, barcollavo ormai... I miei occhi si chiusero, ignoro il seguito di tanta barbarie... Ripresi i sensi fra le braccia della Dubois... Il mio carnefice misurava la stanza a lunghi passi, voleva aspettare le cure che mi erano date... non per pietà... mostro... ma per sbarazzarsi più in fretta di me...
"Su", esclamò, "è pronta?"
E vedendomi nuda come aveva voluto:
"Rivestitela, rivestitela dunque, signora, e che sparisca..."
Rivuole le chiavi, si riprende tutto quel che mi aveva dato, e dandomi due scudi:
"Tenete", mi disse, "è più che sufficiente per condurvi da una di quelle donne pubbliche di cui è piena la città, e che accoglierà, sicuramente, con sollecitudine, una persona capace di comportarsi come voi vi siete comportata in casa mia...".
"Oh!, signore", risposi piangendo, "non sopportando questa ultima umiliazione, "son caduta nella colpa un'unica volta, e siete stato voi a farmela commettere. Giudicate il mio pentimento dalle mie sventure, e non recatemi ingiuria nella sciagura."
A tali parole, che avrebbero dovuto suscitare la sua compassione, se l'anima dei tiranni si aprisse alla pietà, se il crimine che la corrompe non la rendesse sempre sorda alle suppliche dell'innocenza, mi afferra per le braccia, mi trascina all'altro capo della casa e mi getta in una strada fuori mano che conduce ad una delle porte del giardino... Che la vostra sensibilità, signora, afferri la mia situazione: sola al calar della notte, nelle vicinanze di una città completamente sconosciuta, nello stato in cui mi trovavo, non sapendo quasi come comportarmi, lacera, ferita per ogni dove, non avendo neppure la risorsa delle lacrime, ahimè! non riuscivo neppure a piangere.
Non sapendo dove volgere i passi, mi gettai sulla soglia della porta che mi era stata chiusa in faccia... Mi precipitai sulle tracce del mio stesso sangue... decisa a trascorrere così la notte. "Barbaro" mi dicevo, "non vorrà togliermi anche l'aria che ho la sfortuna di respirare ancora... Non m'impedirà il rifugio delle bestie, e il ciclo avrà pietà di me, forse mi farà morire in pace". A un certo punto mi credetti perduta: sentii qualcuno passare vicino a me... Lui che mi faceva cercare? Voleva portare a compimento il suo delitto, voleva togliermi quel po' di vita che detestavo? O il rimorso, forse, in quell'anima di fango faceva appello ad un istante di pietà? Comunque, passarono velocemente oltre; venne il giorno, mi alzai, e decisi subito di raggiungere la casa della mia cara Isabeau, certa che non mi avrebbe rifiutato l'asilo promesso... Partii dunque... ed erano quattro giorni che camminavo, trascinandomi come potevo, indolenzita di botte palpitante di paura, affaticata per il peso del mio seno, non osando quasi più nutrirmi, nel timore di non riuscire ad arrivare a Berseuil con il poco denaro che avevo; credo di esservi arrivata vicina, quando mi perdetti e i dolori mi fecero fremere. Fu dove ebbi l'onore di incontrare il signore", disse Sophie indicandomi, "e per quanto spaventosa sia la mia situazione", proseguì fissando Mme de Blamont "la considero una grazia del cielo, perché mi assicura il sostegno di una signora la cui pietà mi soccorre, e la cui bontà mi farà trovare colei che chiamo madre. Sono giovane, oso aggiungere che sono assennata, se ho mancato, Dio mi è testimone che è stato mio malgrado. Riparerò... Non avrò che lacrime per questo... Aiuterò la mia buona Isabeau nelle faccende di casa, e se non avrò l'agiatezza che il crimine mi aveva procurato, troverò almeno la tranquillità e non avrò rimorsi."
Giunti a questo punto, lacrime scorsero da tutti i presenti; Sophie, troppo commossa per trattenere le sue, ci pregò di lasciarla sola un momento. Ci ritirammo per andare a rinnovare le nostre congetture, e siccome il corriere parte, sono costretto, mio caro Valcour, di lasciarti alle tue, assicurandoti che sarà mia prima cura comunicarti in ogni particolare quanto ci sarà stato possibile scoprire di questa infelice avventura.     (Da: "Aline e Valcour")

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