Hanno condiviso le mie parole

sabato 28 gennaio 2012

PRAGA di Giulia


L’hai scelta tu, dici che Praga è la città ideale per lasciarsi perchè lei non ti lascia.
Quando hai visto Praga il resto è un graffio di matita tracciato sul muro, lo cancelli con una pennellata e non ci pensi più.
Ti resta dentro questa città che è allegra e decadente, per questo mi hai voluta qui, per dirmi addio e non permettermi di dimenticarti mai.
Noi siamo nella stanza, la stanza piccola dei sogni e del dolore. Sulla finestra è disegnato un cielo metallico, guglie che svettano come uccelli scuri pronti a spiccare un volo che non avrà mai fine, ci arrivano quei suoni colorati delle capitali in festa, delle piazze dove la gioia si consuma presto, fuggevole e per noi due indifferente.
Noi siamo nella stanza dove vorrei morire e rinascere con te, io accovacciata tra le tue braccia. Mi leghi i polsi con le tue corde dure, ti piace farlo qui, davanti alla finestra che sparge la sua luce di chiaroscuro sui nostri corpi e che ci fa sembrare creature di un pianeta dove la notte non tramonta mai. 
Tu non hai fretta, io tremo piano, là fuori Praga vive, attende.
Non hai voluto, ho pianto lacrime di sale e fiele, ti ho supplicato come non ti ho mai supplicato finora, mi sono inginocchiata e ti ho pregato fino ad annullarmi. Non hai voluto.
Lo faccio per te Giulia, lo hai quasi urlato tra i miei capelli, lo faccio per te. 
Scegli tu dove lo vuoi, lo hai chiesto con la voce dolce dei momenti in cui sai essere crudele. Io non ho scelto e mi hai colpita lì, con la violenta tenerezza che mi spezza il cuore, che mi interrompe il respiro. Mi hai colpita vicino alla mia rosa, dove la carne fa più male.
Lo amo questo segno ma so che in breve si dissolverà, scivolerà via come una barchetta di carta sperduta nell’oceano.
Per sempre. Sono parole a cui non crediamo. Aiutano a sorridere, sanno di caramella e di bugie fatate, per sempre è solo il cielo, la morte, il vento, il terrore che sia solo un’illusione, un gioco ottico e dietro non c’è nulla.
Non hai voluto che fosse per sempre, mi lasci tracce e io dovrò rincorrerle, scavare dentro la memoria e non sarà uno sforzo perché con te ho riempito troppi vuoti, ti incontro anche nei sogni, di te ho vissuto, ti ho respirato come mai prima di ora, prima di te. 
Hai detto no, se un giorno apparterrai a qualcun altro, la cicatrice che tu vuoi che io ti lasci la rinnegherai, vorrai disfartene, non troverai parole per giustificarla, le inventerei, mi odierai e odierai te stessa per avermelo permesso.
Resto di gelo, cristallo che si può spezzare con un’unghia. 
Io non apparterrò mai più a nessuno.
Sorridi. Forse ci credi. Forse ti importa. Forse no.
E se anche fosse parlerò di te come le donne parlano dei loro vecchi amori, sempre con il rimpianto, sempre con l’amarezza e un pizzico di poesia in più.
Usciamo dall’albergo, Praga ci avvolge, è umida, malinconica e bellissima. E’ come te quando mi regali l’anima, sussurri tu sfiorandomi la guancia.
Finisce qua, le nostre ultime ore.
Non c’è più spazio, andare avanti sarebbe come camminare a piedi scalzi su lame insanguinate, giocare all’azzardo con la vita, disprezzare il pericolo. Dobbiamo fermarci prima. Tutto ha una fine e non finisce il mondo.
Lo hai deciso tu, io non ho più pensieri.
O l’ho deciso io perché non so più stare senza te vicino.
Dal fiume sale una nebbia lenta, velata, fantasma che non sa volare, si attacca agli alberi, ai tetti delle case, a noi due, mani, labbra, capelli.
Scendiamo fino al piccolo deposito dove affittano le barche di cartapesta che scivolano sopra la Moldava, ormai è chiuso, il sole sta inabissandosi da qualche parte e vernicia la città di colori sfumati. E’ uno spettacolo che leva il fiato, che ti fa credere che esista un dio.
Non vuoi che mi distragga, mi bendi gli occhi con il mio foulard di seta, mi tieni stretta a te, me le descrivi tu le nuvole di fiamma che attraversano il cielo, l’acqua che si tinge di rosa e il brivido sottile che mi increspa la pelle. 
Tu sei i miei occhi, tu sei la mia voce.
Ascolto te come la prima volta, io sono nata per appartenerti.
Ti stai sfilando la cintura, lo riconosco il gesto, ho imparato a distinguere i rumori, le vibrazioni, sollevi appena il mio vestito ed è di nuovo un’ondata calda e terribile che mi travolge, che mi sommerge. 
Per non dimenticare, per ricordarti che sei cielo e acqua anche tu, che il tuo dolore è una meteora, stella filante e passi nella notte. Non dura, ti resta appiccicato addosso ma non dura.
Devi lasciarlo andare, ti sei affezionata al tuo dolore, lo ami come una madre ama il suo cucciolo, te lo coltivi come una pianta che non ha radici, gli danzi attorno come una baccante.
Io lascio te, Giulia, così tu puoi lasciare il tuo dolore.
Ti ascolto e non sopporto le parole.
Credo di dire no e non ne sono consapevole, tu li hai sentiti sempre i miei no, anche quando dalla mia bocca e da tutto il mio corpo sgorgavano i sì, un fiotto senza fine che eri tu a dovere interrompere.
Li hai immaginati i miei no, li hai trasformati in musica e li hai trascinati fuori da me, in un angolo di paradiso dove un ragazzo trascinerebbe il suo aquilone.
No, se mi lasci io lascio me stessa.
Non le sopporti neanche tu le mie parole, il male che mi fai è perché io lo sto facendo a te.
Dici che sono fiera, che non mi piego mai, che se mi anniento voglio in cambio le carezze, la schiava è come un cane, se la trascuri si avvilisce, se l’abbandoni può morire per te.
Sono parole, lettere incrociate. 
Mi hai stesa sopra l’erba, sento l’odore della nebbia e della mia paura. Echi lontani in questa lingua strana e dolce, persone che per noi non hanno storia.
Mi chiudi tutta come una conchiglia, mi prendi sotto il cielo come le donne di strada o le principesse senza regno. 
Mi aiuti tu ad alzarmi, bagnata d’erba e del tuo desiderio. 
Io non lo so se c’è qualcuno che tiene sotto le sue ali gli amanti strani, se noi due voliamo  troppo alti o se la gente è così presa dalle sue miserie per lanciarti un’occhiata, però non si è avvicinato nessuno tra le vie di Praga a chiederti perché-lei-porta-in-giro-questa-donna-felice-con-gli-occhi-bendati-?
Camminavamo piano, tu mi tenevi il fianco e mi guidavi, ridevi perché io volevo andare sopra il ponte a suonare il violino come i barboni, a chiedere l’elemosina come i ciechi e i vagabondi, era già buio ma per me c’era una luce immensa.
Al ristorante ho mangiato poco, solo per farti contento, solo perché se no ti preoccupavi. 
Subito è mezzanotte, noi aspettiamo il treno alla stazione, scenario da cantina senza vita e fuori piove a gocce grosse e limpide come nei film in bianco e nero.
Sul treno salgo solo io, tu tornerai col taxi al nostro albergo, nella piccola stanza dei sogni e del dolore, e domattina parti con l’aereo.
Sai che gli addii io li detesto, mi lacerano peggio di un coltello ma non mi vuoi lasciare sola, sei premuroso e forse triste, io mi dispero però aspetto il fischio e l’onda cupa della tua assenza.
Non vai via sola, Giulia, ricordati.
Mi hai stretto la catena sottile intorno ai fianchi, chiusa con il lucchetto, la chiave l’hai infilata dentro la mia borsa, aprila solo quando arrivi a casa.
Non la apro più, non la apro mai, finché non entra nella carne e non sarò mai di nessuno.
Sei sparito, il treno corre via e sono campi spogli e uno spicchio bianco di luna.
Io non li vedo, io vedo solo attraverso i tuoi occhi.

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