Una meravigliosa storia d’amore, una bellissima storia d’amore. Sapete, quelle che solo le favole possono raccontare? Oh tutte sono così, certo… belle, incredibilmente belle. Amore ed SM, difficilmente possono abbinarsi, occorrono menti superbe e non comuni, capaci di travalicare quelli che sono i luoghi comuni, menti che sappiano andare oltre, oltre i confini di quello che è un semplice rapporto tra due persone, tra due corpi, tra due cuori. Lei, Irene, 42 anni, io, Andrea 45. Ci siamo conosciuti in una delle tante stanze a tema della chat. Lei aveva notato subito la mia forza, la mia capacità di essere deciso, forte, il mio modo di attrarre, una sicurezza non ostentata ma palese, senza fare nulla apparentemente. Ne avevo apprezzato, attraverso le parole, le ore di conversazione, la sincerità, il suo essere donna il continuo ricercare se stessa, la fragilità unita insieme all’istinto, la razionalità insieme alla sua durezza. Entrambi uniti sotto un unico desiderio: il voler amare. Amarsi, questo era il desiderio di Irene ed Andrea. Ci siamo parlati per ore, per giorni, senza sapere nulla di veramente concreto dell’altro, senza sapere il colore degli occhi, le misure, le caratteristiche fisiche. Solo la mente ed il cuore, leggersi come diari che uno è libero di sfogliare. Aveva una storia, una storia anche questa di chat con una persona che la prendeva molto, Claudio, 47 anni, mente anche lui straordinaria che aveva saputo rapirla, prenderla, catturarla come nessuno aveva mai fatto prima. Se ne parlava, si parlava di lui e lei, del cercarsi in un letto troppo grande e di non sapersi riuscire a ritrovarsi, a volersi. Come se nessuno dei due avesse la forza di prendere per primo il coraggio e dire, io ti amo e tu? La storia sarebbe finita subito per sempre o iniziata per essere vissuta. Ma Irene e Claudio non avevavno voluto questo, non ne erano stati capaci. Forse per paura, forse per incapacità, forse per sottile volontà di volere. Ogni minuto di conversazione tra noi era diventato una sorta di contenitore aperto tra me e lei. Strano, parlavamo di una storia sua ed eppure stavamo costruendo una storia nostra. Lei che non riusciva a trovare lui e lo chiedeva a me il perché. Lei che non riusciva a comprendere e trovava spiegazioni dentro di me. L’amore si costruisce a piccole dosi, piano piano, come si fa con una casa di mattoni: uno alla volta fino ad arrivare alla completa copertura di quell’edificio. Il risultato era il nostro amore, cresciuto accorgendosi di come cresceva, di come stavamo scegliendoci, di quante cose trovavamo comuni, di quante sfumature coloravano il nostro tempo, il cercarsi, il volersi, il desiderarsi. Le voci al telefono, l’intimità, il piacere di potersi parlare, ore intere. Mille modi per parlarsi, mille modi per cercarsi, mille modi per desiderarsi. Ci vediamo? Perché? Non lo vuoi? Sì, lo voglio.
Un volo in aereo lunghissimo per andare da lui, da me, vederlo e chiedersi "è davvero questo l’uomo con cui parlavo, che mi ha affascinata così tanto?" Riconoscerlo, vedere i suoi occhi finalmente, di quel colore verde smeraldo. Una fine settimana al mare in pieno inverno, un posto desolato, deserto con una spiaggia ambrata battuta dal vento di tramontana. Non c’è nulla di più triste di una località marinara in inverno, ma non c’è luogo più bello per chi sceglie di volersi amare, per chi vuole trovare l’amore, non la passione del sesso, non la passione dle piacere, ma il solo Amore. Questo avevo scelto per vederci. Ricordi il tuo imbarazzo, il tuo chiederti cosa ci faccio qui? Il mangiare in quella vecchia trattoria deserta, con me, che ti facevo i giochi di prestigio per allentare la tensione, per renderti tranquilla. Non sentirti in balia dell’Orco, ma libera di essere stata lì con me. La prima volta che abbiamo fatto l’amore… la prima sera, il primo bacio, il primo abbraccio, il primo orgasmo, le prime parole d’amore vere, supportate dal potersi toccare, cercare, volere. In quella stanza del residence dove eravamo solo io e te. Mangiare insieme, godere insieme, vivere insieme un lungo fine settimana, costretti quasi ad essere forzati in quella stanza per conoscersi, per sapere se le parole scritte o dette fossero uguali a quelle vissute. Liberarsi dei ricordi, dei pensieri, delle emozioni, raccontarsi a fiotti la propria vita, gli errori, le speranze deluse, i rancori, la rabbia, gli amori finiti, cancellati, sfortunati. L’inizio, il tiedipo inizio di una amore. Quanto è grande un amore, come lo si riconosce, esiste? Esiste davvero? Lei attratta da me, incuriosita dal mio mondodi fare, dalla sicurezza che esprimevo, dalle mie esperienze, io attratto a lei, dalle sue emozioni, dai suoi desideri, dalla sua ricerca di essere amata, dal suo pianto liberatorio, quel pianto improvviso fatto di mille pensieri, di mille dolori. Non negarsi ma volersi. Ricordo la prima notte, la maglietta lunghissima che copriva il tuo corpo e tu, seduta sul letto, che all’improvviso, schiva e timorosa ma con l’aria di sfida mi avevi detto… “e cazzo almeno guardami le gambe no?”. Era iniziata così la nostra storia d’amore. Il guardarti mentre facevi il bagno, mentre insaponavo e accarezzavo il tuo corpo, mentre parlavi della tua vita e mettevi a nudo non il corpo ma l’anima. L’intimità di quell’essere insieme. Seguirono altre occasioni per vederci, puntuali, cadenzate nel tempo, come se non ci fosse possibile resistere più di due settimane senza vedersi. Ricordi? Troppa la distanza tra te e me in temini di chilometri, ed allora la scelta, facile, banale. Perché non ci vediamo a meza strada? E così era andata. Un albergo appena fuori la stazione del treno che era diventata all’improvviso la nostra casa, l’albergatore che aveva imparato a riconoscerci, con il quale si discuteva di nulla e che guardava sornione e compassato te, ed abbinando a quella donna le grida di piacere senza fine che aveva udito per tutto il giorno e per tutta la notte. Quelle grida che soffocavi nella mia bocca, che riempivano i polmoni, che riempivano l'anima. Una, due, tre, cinque, sei volte. Ritrovarsi per un fine settimana, rubarselo al tempo che ci mancava nella vita quotidiana, passare giorni interi abbracciati, senza mangiare senza preoccuparsi di nulla di quello che intorno accadeva. Io e tu ed intorno il nulla, il niente. Quante cose hai imparato da me? Quante cose ti ho permesso di scoprire, quante cose mi hai donato, fatto capire. Mi dicevi con sorpresa: “io faccio questo?” Sì, tu Irene, tu fai questo. Un amore che costruivamo insieme ore ed ore al telefono, la notte, il giorno, la mattina per accompagnarti al lavoro, un amore costruito tra mille racconti, emozioni, parole, stati d’animo. Nulla poteva scalfirlo, lo sapevamo, nè le fantasie che usavamo per fare l’amore, nè l’ingresso repentino, spesso, sempre più spesso di Claudio e della vostra storia. Tu lo cercavi, lui ti cercava. Destino, casualità, dinamica mentale? Tu attratta da lui, lui attratto da te. Era stata anche l’occasione del nostro primo litigio ricordi? Una conversazine con lui in chat, nel chiuso di un pvt, per quella che io avevo considerato un ritorno di fiamma. E tu dopo una notte non dormita per entrambi m avevi detto: “io amo te, non lui. Finita, la storia è finita, chiusa, non esiste!”. Parole dette con la forza della volontà dopo una notte insonne con i telefoni staccati, con la volontà di non sentirsi e sperare che l’altro digitasse il numero e la mattina poter vedere che la segreteria lo avesse registrato. Ma non era così. La sua ombra era silenziosa ma presente, come chi sta in agguato ed aspetta di colpire. Un tarlo, già un semplice tarlo che intacca il mobile più bello e che lo rovina lentamente, insorabile. Ti avevo detto di incontrarlo, ero disposto anche a questo. Incontralo e chiarisci, una volta per tutte. E tu spavalda rispondevi “io non lo incontro, io amo te, Andrea, non lui”. Ma sapevo che non era così. Per amore si accetta tutto, anche il combattere un rivale che non esiste sulla carta, che esiste solo nei tuoi pensieri, un’idea, non una certezza, che solo tu conosci, di cui ignoro gli occhi, il pensiero, la mente, che lo posso vivere e contrastare solo attraverso i tuoi ricordi, i tuoi framemnti, le tue parole. Io il tuo amore, straordinario, unico, quello che aspettavi da una vita, quello che ti dava tutto, quello che desideravi, quello che volevi. Un uomo che aveva tutto quello che avevi sempre desiderato, un uomo che era la completezza, che rappresentava tutto, che era l’inimmaginabile diventato realtà. Un amore che nessuno potrà mai scalfire, sostenevi spavalda e convinta. Rileggo la tua prima email, quella che tu dicevi essere la tua prima lettera d’amore.
“Tesoro meraviglioso del mio cuore..... si e' cosi' che mi piace pensare a te come ad un tesoro di valore inestimabile ....forse e' ancora incomprensibile per me questa sensazione ..e le emozioni che mi dai Andrea. A volte non riesco neppure a spiegarmi come sia possibile il sentirti cosi vicino, cosi dentro, cosi' "la mia pelle" "il mio sangue"...."la mia vita". Non riuscivo ad immaginare come sarebbe stata la mia vita dopo aver chiuso la storia con mio marito Aberto, in effetti nemmeno ci pensavo intenta com'ero a raccogliere i cocci di qualcosa che non era mai esistito se non nella mia immaginazione.
E' vero...giravo in chat senza una meta definita senza sapere cosa cercassi o chi....era un gioco un modo per evadere un po' e parlare con qualcuno in quest'esistenza grigia e vuota senza colori emozioni senza luce. E' una vita e mezza che non scrivo a qualcuno...e mi piace che sia tu a ricevere la mia prima lettera! Dovrai avere pazienza con me , non riesco ad esprimere ciò che sento come vorrei ... non trovo i vocaboli le parole giuste..sono emozionata Andrea per te per noi... per il TUTTO. Ho speso molte lacrime in questi anni, erano le lacrime di una donna che ora non so piuù dove sia se n'e' andata e ha lasciato qui ME. Anch'io piango ....come ora....ma si tratta di felicita', di gioia, di calore di desiderio di compresnsione di brama di AMORE TANTO AMORE E SOLO PER TE, Andrea! Ti chiamo per nome e non mi pare vero....Andrea il mio Andrea, ti potessi avere ora qui....ti vorrei dentro di me .....vorrei fondermi fisicamante in un'unica forma in un unico cuore.....il tuo il mio. Mi manchi da morire...il cuscino non funziona più cosi tanto come prima. Vorrei sentire la tua pelle morbidissima.....le tue labbra...la tua lingua Andrea. Vorrei stare tra le tue braccia e piangere liberarmi da questo nodo che mi soffoca la gola..e lasciarmi andare cosi che tu possa vedermi svuotata libera e pronta per accoglierti..... per tenerti sempre dentro di me e non lasciarti andare VIA MAI PIU'.. e sognando che sara' PER SEMPRE. Stammi vicino, anche quando sono odiosa cattiva ed egoista...ti chiedo perdono sin da ora ....devo imparare Andrea, imparare a chiedere, a sentire, ad ascoltare, la tua voce, le tue parole, il battito del tuo cuore grande e dolce che mi da quell'amore che io non ho mai avuto! Ti amo Andrea”. Tutti gli uomini sognano questo, tutti gli uomini vorrebbero questo. Ma c’era il tarlo tra noi, un cancro inesorabile che si mangiava l’amore che si cibava d’amore, il nostro, che lo distruggeva lentamente. Lui è tornato prepotente. Tu lo hai ricercato in questo ultimo mese, lui ti ha cercata. Destino o casualità? Ed alla fine la decisione condivisa insieme. Vedilo, incontralo, parlaci, chiediti perché. Solo un pazzo potrebbe lasciarti questa possibilità, solo un uomo innamorato. Invece di prenderti a calci nel culo e chiederti che cazzo stai facendo. Ma c’era un patto tra noi. La libertà, nessuna costrizione, nessun divieto, perché io ti voglio libera di scegliermi, di volermi. Solo la libertà incatena, ricordi? Solo le tue scelte, la tua volontà di avermi. Luie ra dentro di noi, doveva uscirne, lui doveva scomparire una volta per tutte. Tu lo hai chiamato, hai ricerato il numero del suo ufficio, lo sei andata a cercare. Me lo hai detto dopo, dopo che avevi fatto la telefonata per cercarlo. Mi sono arrabbiato. Non è complicità Irene questa, è una meschinità. Vorrei complicità da te, spere quello che pensi quello che provi. E tu eri rassicurante. "L’ho solo cercato per chiarire". Sì, certo, ma vorrei saperlo prima, non dopo. Prima che accada, non dopo che è successo. Ricordi Irene? Vai fino in fondo, io lo volevo, tu lo volevi, lui lo voleva. Non servirà arrivare fino in fondo, ripetevi rassicurandomi ancora una volta. Un lunedi come tanti, vi siete accordati in chat per dove e come vedervi alle venti in punto. Lui che dice andiamo in un motel e facciamo l’amore. E dopo? E dopo ognuno casa sua! Ahhh. E non mi cercherai? No, non ti cercherò. E non mi farai nemmeno una telefonata? No, starai ad aspettare che io ti cerchi. Questo lui voleva. Sapevi cosa voleva da te. Tu che chiedevi a te stessa se lo amavi e lui voleva solo una serata in un motel. Graffiavano le sue parole: se vuoi altro dimmelo, così alle 22 prendo un appuntamento con un'altra donna, per chiarisi basta uel tempo. In fondo era stato onesto, no? Te lo aveva scritto chiaramente cosa voleva. Lui sesso, tu invece sapere se lui ti amasse, se tu lo stessi amando e se davvero lo amavi. Avrei dovuto prenderti a calci in culo ed invece ti ho lasciata andare, sapendo i rischi che correvo, sapendo che potevo perderti. Ma un amore ha bisogno di conferme, di certezze, non di dubbi. Il dubbio è la cosa peggiore che un uomo può vivere che può essere chiamato a vivere. Io e lui. L’uno di fronte all’altro, per scegliere, per capire. Siete complementari dicevi. Cosa significa? Mi ripeto. Non trovavi in me cosa? Non ti davo cosa? Cosa mancava per suscitare la necessità di cercarlo, volerlo, capire. Cosa s’era da capire? Cosa c’era da chiedere? Ti ho accompagnata al telefono mentre andavi da lui. Quante volte ho sperato che dicessi… ma che cazzo sto facendo Andrea? Dove sto andando? Cosa ci faccio io qui? Quante volte in quei chilometri di strada ho sperato che tu potessi dirlo. Ma dove sto andando Andrea. Io ho te, sei tu il mo amore, sei tu la persona che io amo. Le parole, le emozioni, i momenti si sgretolavano da soli, come se il tarlo stesse consumando il suo ultimo pezzo di legno, divorato inesorabilmente. Il cancro era nella sua fase terminale. Ed io che speravo ancora di udirle quelle parole, le ho supplicate facendo finta di nulla, ostentando sicurezza, sapendo come sarebbe finita, perché sapevo benissimo cosa stavi cercando: la risposta alla tua domanda, perché non mi ha amato? Tu rassicurante. “Lui pensa di portarmi in un motel? Lui pensa di potermi toccare? Lui pensa di potermi baciare, tenere tra le braccia? Ma ci deve provare! “. Sicura, spavalda, forte, complice, eri questo, pronta per chiarire, pronta per dire a lui “cosa cazzo vuoi da me”?…. come tu dicevi. Ma le parole non contano nulla se non ci sono i fatti a seguirle. Mi hai detto lascia il cellulare acceso ti chiamerò. Non ho sentito la tua telefonata, non c’è stata, non mi hi chiamato per dire che andava tutto bene. Ti ho chiamata io alle 22,40 roso dal dubbio, dalla paura, dalla mia stessa fragilità e poi le tue parole, terribili, pesanti come piombo. Io che ero l'uomo forte ero diventato all'improvviso solo un uomo qualunque, un uomo che ragiona da uomo. “Sono in un letto grandissimo, ti amo….” E poi non ricordo più nulla, perdonami se le parole che mi hai detto non me le ricordo, se le ho volutamente cancellate, se adesso non amo ricordarle, perché fanno ancora troppo male. Ho sentito solo la canna fredda di una pistola entrarmi in bocca e tu eri davanti a me, la tenevi nella mano, mi guardavi, l’indice sul grilletto, pronta a sparare. Ti supplicavo con gli occhi di non farlo, imploravo di non sparare. Io che supplicavo, io che chiedevo di non farlo. Tu hai chiuso gli occhi ed hai sparato. Il sapore della polvere da sparo nella bocca, il proiettile che sventra la testa, il cervello che schizza fuori di colpo, il sangue a fiotti. Non fa male, non fa male. E’ come se io fossi staccato dal corpo e mi vedo, accasciato in terra in una pozza di sangue. Mi hai ucciso Irene, hai premuto il grilletto in maniera fredda, consapevole che mi stavi uccidendo, forse solo per sapere che effetto faceva. Uccidevi me, il nostro amore, quell’amore che ci invidiavano che si chiedevano come fosse possibile essere così grande. Potevi fermarti mille volte e non lo hai fatto. Bastava dirmi: “Andrea, portami via, portami via…” non lo hai fatto. Hai premuto il grilletto con la consapevolezza di uccidermi. Sei rimasta con lui, non con me. Per chiarire, per chiarire hai detto. Ma per chiarire cosa? Se amavi me, se ero io il tuo amore che domande dovevi ancora porre? Io ero già morto. Un buco nella testa che arriva fino al cuore, fino all’anima che si apre come una voragine, già putrefatto in pochi istanti. Due ore dopo mi hai chiamato al telefono e per te era come se non fosse accaduto nulla. Non hai visto il sangue che ti aveva sporcato il vestito, non hai visto il cadavere che hai lasciato in quella stanza di un motel. Non hai avuto pietà di quell’uomo che supplicava di non premere il grilletto. Soddisfatta di aver chiarito. Cosa hai chairito? Non lo sappiamo, non possiamo saperlo. Io sono morto, cosa può importarmi di sapere, i dettagli, i particolari, le parole, i comportamenti?. Io sono morto, non lo sai? Hai premuto il grilletto, non ricordi. Non posso aiutarti, non posso aprire le mie braccia, non posso vivere nel dubbio, non posso immaginare di sentire il suo profumo che è rimasto attaccato a te, non lo sopporterei, non sono capace di fare finta di questo, nemmeno se faccio ricorso a tutta la mia forza. Cosa è rimasto di quel grande amore? Cosa c’era rimasto di quel grande amore da decidere di salire con lui in una stanza di quel motel? Ricordi le infinite parole che ci siamo detti? Sono milioni, miliardi forse, ognuna che aveva un suo senso, una sua logica, un suo valore, non abbiamo mai usato parole scontate. Erano parole per conoscersi per amarsi, dimenticate mentre salivi in ascensore in quel motel, verso la stanza che lui aveva scelto, verso quella fine che lui aveva previsto, abile giocatore e conoscitore del tuo carattere. Probabilmente in questo è stato migliore di me. Non ti è venuto in mente di chiederti cosa stavi facendo? Non ti è passata nella mente la conseguenza? NO. Io sono forte, avrei capito, avrei compreso. Certo, ma solo se fosse stata complicità vera, reale, solo se io ti avessi potuto accompagnare verso quella meta, ma tu non hai voluto, hai voluto essere sola in quel momento, tu e lui. Per me non c’era posto, per me non c’era spazio. Dammi un bacio mi dici al telefono. No, non posso, Irene. Io non esisto più, sono già morto, morto nel migliore dei modi, ucciso dalla mano della donna che amavo.
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