...due occhi di una dolcezza servile: gli occhi di colei che si inchina al despota Signore e gli tende i polsi febbrili e li vede cerchiare di catene, quasi godendone... Guido Gozzano
Hanno condiviso le mie parole
mercoledì 27 agosto 2014
LA PRIMA OCCASIONE
Aspettavo, immobile, sul bordo del marciapiede.
Spingevo le punte in avanti, in un precario gioco d’equilibrio con i tacchi, che, indietreggiando, sprofondavano nella terra dell’aiuola.
Stavo dritta con le braccia conserte ad abbracciarmi il corpo. Le nocche sbiancate dalla pressione. Avevo freddo ed ero irrigidita dalla noia dell’attesa. Il vento e le emozioni mi arrossavano il viso e rendevano lucido lo sguardo. Pareva avessi la febbre. Forse le braccia allacciate avevano come scopo proprio quello, evitare al cuore di schizzare via dal petto.
La gente mi passava vicino e gli uomini mi guardavano con curiosità e con sostenuta malizia. Sembravo in attesa. Ero in attesa.
Gli occhiali, appuntati sulla testa per trattenere i lunghi capelli lontano dal viso, non proteggevano i miei occhi da quelli indiscreti dei passanti. Potevo udire i pensieri di qualcuno, tanto erano audaci…
Tenevo la testa alta, apparentemente impassibile ad ogni sollecitazione esterna. Indossavo un trench di nappa nera, non aderente ma che seguiva morbidamente le linee del corpo. Era chiuso interamente da una zip nascosta con doppia via, cioè si poteva aprire indifferentemente dal basso verso l’alto o viceversa. Portavo calze nere velate e stivali al ginocchio, e proprio le ginocchia erano l’unica porzione del mio corpo visibile oltre al viso.
Tenevo la bocca ostinatamente chiusa. I denti fremevano dalla necessità di battersi per l’aria gelida, ma io volevo trattenere un’aria composta, seria…severa.
Ogni tanto una mano si levava ad asciugare l’angolo degli occhi, che gocciolava per l’intenso freddo.
Quando ti avvicinasti a me ero così in preda a vaneggiamenti solitari, che stentai a riconoscerti. Morbidamente, la bocca si distese in un caldo sorriso e gli occhi si prosciugarono al calore dei tuoi.
Ci eravamo incontrati in un parcheggio vicino alla fiera di Bologna e il buonsenso ci avrebbe condotti a passeggiare tra i padiglioni, ma l’istinto ci portò a sedere nella tua auto, al riparo dal gelo ma non al sicuro da te. Ero salita imbambolata e mi ci volle un po’ di tempo per tornare serena.
D’altro canto, tu non facevi nessun tentativo per avvicinarti o alcuna parola che poteva parere tendenziosa. Ti limitavi a sorridermi compiaciuto e vagamente intenerito. Spingevo col fianco contro la portiera, sicura che potesse aprirmi il varco alla fuga da te… ma stranamente non ne avevo nessuna voglia di fuggire. Mi trovavo a stare bene in tua compagnia e a scoprire di averla da sempre desiderata. Le gocce di pioggia cantilenavano la propria caduta sul vetro e il tempo si rabbuiò all’improvviso. Pareva notte. Ricordo che aspettai i lampi, le saette, ma non si udì, né vide nulla , eccetto il suono suadente della pioggia e il suo zampillare nella caduta.
Desideravo tantissimo sentire la tua voce, ma non era tua intenzione parlare… Volevo dire io qualcosa, ma la mia mente era sterile di chiacchiere prudenti ma inutili…
La tua mano…
Sento ancora adesso la pressione della tua mano sul mio ginocchio.
Una pressione lieve, carezzevole, rassicurante.
Io guardavo la tua mano come se la vedessi emergere da lontano, da luoghi remoti e fosse dissociata da te, seduto accanto a me…
Non riuscivo nemmeno a girare il viso e incontrarti nei tuoi occhi, tanto temevo che la mano sparisse…
“Cucciolo…”
Neanche il suono della tua voce distolse la testarda visione della tua mano su di me.
Ho sentito il peso del tuo corpo spostarsi verso di me… Ho avvertito il tuo odore farsi nettamente strada nelle mie narici… Ho inteso il tuo proposito di riempire di te lo spazio che mi circondava…
Il cuore era un tumulto di battiti convulsi, disarmonici…
La mente assalita da una ridda di pensieri contrastanti, che andavano l’uno incontro all’altro, ma che poi si allontanavano al momento dell’incontro, restando nella stessa solitudine di quand’erano comparsi…
Le tue dita scivolavano sul nylon della calza e non sembravano impazienti di percorrerla tutta… ma si muovevano morbide e persuasive.
Dovevo cederti? O dovevo fermare l’incalzare del tuo desiderio che sentivo premere contro la mia coscia?
Può una donna assennata cedere alle voglie di un uomo sentito solo al telefono, letto in una chat?
Ma quando una donna diventa “perduta”? Quando si lascia andare ai suoi desideri o quando li reprime fino a ferirsi intimamente?
Sarebbe bastato chiudere gli occhi, respirare nella tua bocca, lasciarmi possedere dalla tua voglia di me, chiamare il tuo nome come avevo fatto tante volte nelle notti passate nella malinconia della tua assenza….
Un mugolio di sorpresa distolse i miei pensieri dalla tua mano…
Mi voltai a guardarti. I tuoi occhi si riempirono di un languore che affondò la mia resistenza…
La tua mano, nella sua inarrestabile ascesa, era arrivata sulla soglia e rimase sorpresa nel sentire la tenera carne umida e spoglia…
Sotto il soprabito non indossavo che il reggicalze.
La tua sorpresa fu tale che ti vidi impietrito.. confuso… finchè l’intenso piacere che si distribuì nel tuo corpo ti obliò la mente e l’unico pensiero fu di impossessarti di me….
Ho visto la mano, forzatamente ferma e controllata, far scivolare la cerniera verso l’alto, mentre le cosce appena velate dalla calza si mostravano incerte ai tuoi occhi.
Accarezzasti le stringhe del reggicalze.. Lo sentivo dalla pressione delle tue dita, perché i miei occhi , ora, erano fissi nei tuoi… ogni loro battito era un battito del mio cuore…
Le tue mani mi toccavano sicure e un po’ febbrili nella ricerca dell’intima porta e io sussultavo di desiderio, voglia, languore, freddo e passione…
Quando le tue dita arrivarono alla loro meta, sentì il caldo invadermi tutta e il tremore salirmi alle labbra per l’intensa voglia di essere baciata… I tuoi denti mi mordicchiavano le labbra ed io sentivo l’odore del tuo respiro dalle tue narici e sentivo il petto tendersi, inturgidirsi nella smania di essere accarezzato e violato…
Senza un lamento nascosi il viso nell’incavo del tuo collo, mentre l’ondata di piacere tornava a scuotermi il ventre..
Poi mi hai baciata.
Quanto tempo la tua mano mi ha accarezzato il viso… ne ha scoperto le linee, ha lasciato le sue impronte sulla sua pelle prima di posare le labbra sulla mia bocca?
Quanto tempo i tuoi occhi hanno sedotto i miei prima di rapire la mia ragione in te?
Quanto tempo c’è voluto perché le tue labbra assorbissero il mio sapore e si sentissero esauste?
Le mie mani ti stringevano come se volessero farti penetrare nel mio corpo, come se la mia pelle potesse fondersi e rivestirsi interamente della tua…Le tue mani accolsero i miei seni che si spingevano così intensamente contro il tuo petto da volerlo bucare. Le punte sussultarono quando vennero schiacciate tra le tue dita e la schiena s’inarcò nell’infinito desiderio di porgerti tutto…
Il mio corpo nudo si stringeva ai tuoi abiti e si allacciava al tuo corpo senza ansie che quella di appartenergli…
La mia mano trovò la tua voglia, e senza invito alcuno, la mia bocca si sfamò di lei.. Le mie labbra strisciavano contro di essa come a volersi bruciare nell’intensa abrasione e la lingua tutta l’avvolgeva.. tutta la tendeva…tutta la raccoglieva…
Le labbra rischiarate dal tuo piacere affondarono nella tua bocca, dove trovai ancora un intenso desiderio infiammarsi…
Il soprabito, come una mantella, mi proteggeva le spalle, mentre lo scostavo per salirti sopra e lasciarmi vincere da te….Mi sentì rapita, piena, fragile, compresa…
La mia passione eri tu ed io ti appartenevo.
“Dall’insaziata fame che mi rode la notte e il giorno,
cercando qualcosa non ancora trovato,
la carne d’amore fremente mi duole
di mistici deliri, d’amorosa follia, di completo abbandono.
La furiosa bufera m’investe, io vibro di passione..
E che mi perda pure, se così devessere !
Che mi perda nelle mani che dolci m’accarezzano
Nel lungo bacio sopportato sulla bocca e sul petto
Nell’intimo abbraccio che mi inebria e mi fa svenire
d’insostenibile delizia..
A chi importerà mai, se non a noi?
Purchè possiamo goderci, esaurirci l’un l’altro..
Se occorre…” ( W. Whitman)
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento