Hanno condiviso le mie parole

mercoledì 27 agosto 2014

LA DONNA DEL CAPO

La donna del capo. Questo era Marta, splendido esemplare di femmina dalla sensualità penetrante, capace di farti assaporare il piacere solo stordendoti con il suo profumo.
Marta, la donna del capo. Lo sapevamo tutti e non era nemmeno tanto velata la situazione. Era arrivata come segretaria personale del titolare dell’agenzia: tempo di ambientarsi e poi si era capito il perché di quell’arrivo. Per carità… brava era brava, ma era la donna del capo. Corpo da pantera, 32 anni che ricordava ancora quello di una ragazzina, seno che sembrava scoppiare fuori da quelle magliette e camicette attillatissime, ombelico sempre in vista e sempre perfetta, nessuna sbavatura nel vestire, nel trucco, nel rossetto. Sembrava uscita da un catalogo pubblicitario, tanto era perfetta. All’inizio i colleghi avevano fatto di tutto per attirarne l’attenzione e per accattivarsi le sue grazie… sapete come siamo noi uomini no? Battutine, sorrisini, cortesie, invito per il caffè… E tu no…eh? No. Non faccio il gradasso, ma so riconoscere quando qualcosa appartiene già e quel superbo esemplare di femmina si sentiva lontano un chilometro che fosse già accasata, sembrava scritto a fuoco sulla sua pelle. Certo farsi la donna del capo…. Non era mica male come idea… A me dava una sorta di sottile eccitazione, di curiosità maliziosa, di sfacciataggine del volere.
La storia non era durata molto e Marta era scesa in fretta da quel tram che era chiamato desiderio, ma solo nelle grazie del capo. Era restata in ufficio, probabilmente qualcosa ancora c’era tra loro due, ma non era più ufficialmente la donna del capo. Lui, il capo, usciva con un'altra dona ora, e nemmeno velata era la cosa.
Marta trattava tutti in maniera fredda, distaccata, come se avesse perso un po’ del suo smalto, senza però rinunciare alla sua sensualità, innegabile sempre.
Tutto era nato per caso. Marta andava a fare acquagim nella stessa piscina che frequentavo abitualmente nella pausa pranzo. Un caffè, un gelato, un tramezzino…. Ci si ritrovava a parlare dell’ufficio, di noi stessi, di piccole cose.
Mi sorprese un giorno una sua battuta, detta a mezzo sorriso.
“Eh… lo so che tu sei pericoloso…. Meglio starti alla larga…..”
“Io pericoloso?”
“Eh sì… tu… fai l’indifferente, l’innocuo, ma lo so le storie che girano su di te….
“Le storie? Che storie, Marta?” dissi quasi preoccupato delle malelingue, ma al tempo stesso fiero di quel mio essere al centro dell’attenzione.
“Tu hai un sacco di donne…. Si vede che piaci… “
Lo disse con una sorta di ammiccamento, come per dire, guarda che lo so che ci sai fare a corteggiare una donna, ma che ci troveranno?…
Quel dialogo finì lì, sul nascere. Se doveva essere una sorta di confidenziale confessione di un sapere certo, aveva sortito l’effetto voluto. Io sapevo, lei sapeva.
Passarono i giorni in silenzio, non tornammo più sull’argomento… come se volutamente entrambi evitassimo di affrontare un discorso più ampio. Come se entrambi aspettassimo la mossa dell’altro.
Fu la casualità a rimetterci di fronte.
Un pomeriggio mi ero fermato in ufficio per scrivere uno dei miei racconti. Pioveva ed ero con la moto, di bagnarmi non mi andava proprio. Ero davanti al pc e scrivevo. Si affacciò lei per chiedermi se avevo un gettone per il caffè.
“Cosa scrivi?” Chiese lei sbirciando nel monitor.
“Un racconto… “
“Ah già… i tuoi racconti…..”
Lo sottolineò come per dire… li conosco i tuoi racconti… per sentito dire…
La mattina dopo le feci trovare alcuni miei racconti sul suo tavolo. Una busta bianca e un post it attaccato.
Perché accontentarsi solo della curiosità Non è meglio sapere?
Una frase semplice, un invito a leggere, a non accontentarsi del solito sentito dire.
Marta non disse nulla. Dalla sua scrivania era sparita la busta ed i racconti.
Due giorni più tardi Marta mi disse senza mezzi termini, quasi fosse una confidenza…. “Non ho dormito tutta la notte, agitatissima…”
“E perché mai?” risposi con un ammiccamento.
“I tuoi racconti…..” replicò con un candore senza uguali.
Il gioco era iniziato e Marta sapeva che lo avrei continuato.
Nessuno poteva immaginare che già ai primi di dicembre la neve sarebbe arrivata improvvisa. Una giornata con i fiocchi grossi come caramelle e con il traffico bloccato per le strade impraticabili. In ufficio ci ritrovammo io e Marta. Una cioccolata calda e a vedere la neve dalla finestra come ragazzini emozionati. Lei appoggiata alla finestra con la tazza in mano ed io poco più dietro.
“Mi sono ingrassata… mi sa… senti qui che manigliette che mi sono venute fuori…”
Un invito a toccare con mano il viso da ragazzina delusa ed imbronciata. Non mi feci pregare e la strinsi piano su quei piccoli risvolti di pelle, inezia in un corpo da favola…. Marta la sentivo sciogliersi come neve al sole. La tenevo per quei fianchi e le ricordavo che quelle manigliette, come le chiamava lei, servivano, meglio lasciarle….
“Servono?”
“Certo… immagina come ti potrei tenere per queste maniglie…. Come potrei muovere il tuo corpo, come potrei farlo ondeggiare piano…”
Sentii il corpo dio Marta avvicinarsi di voglia a me, quasi a strusciarlo. La mia voce diventò bassa. Ora le sussurravo nell’orecchio il piacere di tenerla in quel modo, di sentirla in quel modo….
“Prenderti e cullarti piano… lasciarti dondolare piano… lo sai vero come? Sai come sarebbe dolce lasciarti scendere e salire….”
Marta mi implorava di smettere ma sentivo che il suo corpo ora era attaccato al mio lo premeva. Respiravo il suo profumo, la sua dolcezza. La tenevo stretta per quei dolci risvolti, le mani erano ferme come artigli sulla sua pelle. Sentiva la mia forza, il piacere di tenerla stretta, dominata in quel modo. Ora ero io a tirarla verso di me, a farle sentire il contatto dei nostri corpi, il calore che emanavano che sapeva di desiderio.
Marta mi chiese di fermarmi…. di lasciarla andare di liberarla da quella stretta. Disubbidiente fino in fondo… le sussurrai che la volevo, che volevo prenderla così… che volevo entrare dentro di lei afferrandola per quei fianchi deliziosi, sentirla piena di piacere, sapere che lo avrebbe urlato il piacere…..
Invitai Marta a cena a casa mia. Il bacio che ci eravamo scambiati quella mattina di neve lo esigeva, lo chiedeva come suggello al piacere che avevamo scoperto.
Arrivò puntuale con una bottiglia di Brunello di Montalcino del ‘97. Sapeva della mia propensione per quel tipo di vino e quella bottiglia era come un rimarcare un pensiero… quante volte ti ho ascoltato mentre parlavi… Una sorpresa, una piacevolissima sorpresa. Il vino a respirare nella caraffa ed io a preparare la cena, gli ultimi ritocchi ad una cena a base di tartufo. Il bianco mi era costato una follia, ma la follia di averla lo esigeva. La tavola apparecchiata in maniera perfetta ed accanto al suo piatto una piccola scatolina di velluto rosso.
“E’ una sorpresa per te… ma l’apriremo con calma dopo….ora ci aspetta il piacere del mangiare…”.
Marta non disse nulla, era come in preda ad un’obbedienza che non le riconoscevo. Lei abituata al comando, ad organizzare a decidere, sembrava improvvisamente creta tra le mie mani. Le parlai del vino, dell’annata meravigliosa del 97, delle differenze tra Cantine, il perché un vino come quello dovesse respirare per riprendere il suo corpo, per restituire il suo profumo, il suo valore al palato. Parlavo calmo, fissandola negli occhi, dolcezza infinita nel sentirla sciogliersi.
“Apri la scatolina, Marta.”
Un invito che aspettava, che attendeva, come se fosse un comando.
Una bellissima mascherina di velluto, una benda di velluto nero per coprire i suoi occhi. Marta non disse nulla. Osservava quella mascherina, quella tentazione che io le avevo donato. La guardava, la studiava con i pensieri si susseguivano senza potersi afferrare, accavallarsi. Mi alzai dalla sedia e mi portai alle sue spalle, in silenzio, come il momento sembrava esigere. Le accarezzai i capelli, come per prepararli, li sentivo scivolare tra le mie dita, come se fossero stati di seta.
“Così, Marta, si indossa così…”
Le sfilai dolcemente dalle mani la benda di velluto per posarla sui suoi occhi.
“solo le tue sensazioni, solo la tua mente ora ti permetterà di vedere, immaginare ma non vedere, senza poter anticipare i gesti, le emozioni”.
Marta, la donna del capo, quellessere che sembrava far paura per la bellezza, per la freddezza, per quel corpo di pantera… era lì, inerme, arresa al mio volere, alla mia volontà, preda di quelluomo dalla quale era meglio fuggire e tenersi lontana.
Marta e la sua dolcezza nell’affidarsi, nel voler varcare una porta chiusa che era l’antro di desideri inconfessabili, di piacere arcano, di voluttà che ora le era concesso conoscere. Essere bendata, senza nessuna difesa, come se fosse donarsi incondizionatamente.
Il piacere della benda, il piacere di sentire la forza di un uomo, di sentirla dentro di se, di avvolgersi come edera intorno a quella forza, assaporarla, gustarla, goderla. Era scoprire la sua femminilità vera, non quella dimostrata sempre, di lasciare sbocciare il suo piacere nelle mani di un uomo. Il desiderio di sentirsi sua, di volere e prendersi ciò che desiderava.
Il gioco per Marta era appena iniziato. Non era un punto di arrivo, semmai di partenza. Iniziare un viaggio che la sua mente desiderava ma che il cuore, il corpo non aveva il coraggio di affermare.
“Lo vuoi davvero, Marta? Vuoi davvero che continui?” Le mie mani erano sui suoi fianchi, l’accarezzavano piano, sfiorando con delicatezza qui punti che erano stati causa di un piacere innegabile e sorprendente.
Girò appena la testa, come per seguire la direzione dalla quale proveniva quella voce, come per capire il punto esatto in cui io mi trovassi, come per vedere ciò che immaginava solo. Prese la mie mani e le strinse, forte, come per farmi capire che non vi fosse la minima paura, anzi che fosse viva la sua volontà di vivere.
Sfiorai la sua bocca con un bacio e la sua lingua si allungò nella mia bocca di colpo come se fosse un bacio che suggellasse quel desiderio.
Sembrava mangiarla la mia lingua, volerla ingoiare, cibarsi di ciò che sarebbe stato il suo piacere.
Perché accontentarsi solo della curiosità Non è meglio sapere?

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