Guardo distrattamente l’orologio, le tre del pomeriggio, ancora un’ora alla riunione del venerdì. Mi concedo una pausa. Entra la mia segretaria, mi porta il caffè. Nero, forte e amaro. Lo sorseggio gustandone a fondo l’aroma e il sapore. Accendo una sigaretta. Osservo le spirali di fumo salire, cerco di rilassarmi. Sono stanca, una mattinata folle, come tutti i giorni. Sono stanca, ma almeno la settimana è quasi finita. Avverto la stanchezza e non solo quella fisica.
Assaporo l’idea di un buon libro e la musica, una passeggiata, un fine settimana in casa, un paio di giorni dedicati al relax e a me stessa.
Squilla il cellulare. Sento la voce di Emma, la mia amica da sempre. È euforica, lo avverto dal suo modo di parlare concitato.
"Non prendere impegni per domani sera. Sto organizzando una cena tra amici e tu devi essere assolutamente presente. Ti farò conoscere gente nuova. Andrea ha invitato alcuni suoi amici ... e tutti scapoli."
Provo a protestare, dicendole di essere veramente stanca, di aver bisogno di stare da sola, di riposare: non c’è verso.
"Micky, ti prego, non puoi farmi questo. Dai non essere scontrosa; poi, come ti ho detto Andrea ha invitato degli amici e chissà ..."
Quanto detesto essere chiamata Micky.
Emma la mia amica del liceo, romantica e sognatrice. Ancora innamoratissima di Andrea, suo marito. Un manifesto d’innamorata dell’amore direbbe un amico: e per di più con l’assurdo pallino di vedermi accasata e con una nidiata di bambini intorno.
Mi viene da ridere … Lei non riesce a capire che ho sposato il mio lavoro, la mia carriera e cui non ci rinuncerei per niente al mondo. A Emma qualcosa non sono riuscita a confessare, qualcosa che tengo dentro, qualcosa che lei non capirebbe. Non sono mai riuscita a confessarle quello che sono realmente. Ho un vita che lei non immagina nemmeno e che custodisco gelosamente. Emma che vive in funzione di Andrea, tagliando la frutta per lui a tavola, Emma che ripete che noi donne viviamo in funzione degli uomini, non potrebbe capire…
Io, la sua amica Micky, sono una domina. Io sono una padrona. Per me gli uomini sono solo un oggetto da usare, un oggetto per il mio piacere. Come potrebbe capire Emma ...
Sabato. Mi sono alzata presto, passeggiata a cavallo. Mi sento bene; l’aria fresca sul viso mi rigenera. Torno a casa. Diego, il mio schiavo mi porta la colazione, mi aiuta a fare il bagno. Trascorro il resto della giornata leggendo, seduta in poltrona con Diego accucciato ai miei piedi.
Quando comincia a fare sera mi preparo per andare da Emma. Indosso un vestito di seta nero che si poggia morbido sui fianchi, uno scialle leggero, un filo di trucco. Mi guardo allo specchio. Sì, mi piaccio, sto veramente bene. Lo specchio riflette l’immagine di una trentenne, in realtà ne ho qualcuno in più.
Arrivo a casa di Emma e lei mi viene incontro eccitata, dicendomi che vuole farmi conoscere subito gli amici di Andrea.
"Ti piaceranno Micky, ti piaceranno. E poi due sono veramente belli, vedrai che fusti.
Emma non sai, non puoi sapere. Ti ascolto, ma la mia mente è a Diego che aspetta a casa nudo, i polsi legati dietro la schiena e chiuso nello sgabuzzino al buio."
"Micky non fare l’altezzosa come il solito. Stasera troverai l’uomo della tua vita.
Emma, manifesto d’innamorata dell’amore…"
…Quanto ti detesto quando mi chiami Micky.
A cena, sono seduta tra i due fusti. Belli senza dubbio, ma senza sapore. Di fronte a me il terzo. Non bello, capelli brizzolati, media altezza, mani ben curate e occhi di un insignificante castano. Lo osservo meglio. Mi colpiscono gli occhi dal colore insignificante, ma dallo sguardo magnetico. La voce è gradevole, tono basso ma rassicurante. Sì mostra un abile conversatore. Buona cultura, piacevole da ascoltare. I belloni si esibiscono. Battute sciocche, scontate. Mio dio perché non tacciono? Davide, il terzo, prosegue nella sua brillante conversazione. Ogni tanto mi guarda, sento i suoi occhi su di me. Uno sguardo forte, mi trasmette emozioni.
Dopo cena passiamo in salotto. Emma mi si avvicina con aria furtiva..
"Micky hai fatto colpo. Hai visto? Ti mangiavano con gli occhi. Sono belli vero? Dai che questa volta hai un’ampia scelta. Decidi quale."
"Emma non sai e non capisci...e quanto ti detesto quando mi chiami Micky."
La serata prosegue e sento spesso gli occhi di Davide su di me; uno sguardo severo, che ricorderò bene.
Andrea parla di un servizio televisivo trasmesso pochi giorni prima, girato in uno dei paesi arabi dove la schiavitù è tuttora vigente.
Si discute sul significato della parola, sul potere indiscusso del padrone, un potere tale da lasciargli decidere la sorte degli sventurati. Ripenso a Diego, il mio preferito, il più devoto, nudo e legato al buio. Diego, il mio capolavoro.
La discussione si accende. Qualcuno ricorda di aver letto un articolo in cui si trattava il tema del rapporto di schiavitù nel mondo sado-maso.
Uomini e donne completamente sottomessi ai loro padroni; usati, mortificati, umiliati, oggetti nelle loro mani. Argomento scabroso. Tutti ascoltano attentamente disapprovando ma presi, scuotono la testa. Comincio a raccontare un episodio successo poco tempo fa.
La storia parla di una padrona che stanca del suo schiavo lo cede ad un suo amico master. Forse non era stanca, voleva solo provare fino a che punto il suo schiavo fosse devoto e fedele. Quando gli comunicò la sua intenzione di cederlo lo schiavo impallidì, supplicandola di non farlo, di non abbandonarlo. Senza nemmeno guardarlo, continuò a ripetergli che questa era la sua decisione e così avrebbe fatto. Incontrò il suo amico e gli affidò lo schiavo, dicendogli di farne l’uso che voleva; guardò furtivamente il suo sub e notò che aveva gli occhi pieni di lacrime.
Ho finito il racconto. Mi guardano come se fossi una marziana. Esterrefatti, quasi inorriditi. Solo Davide capisce quello che realmente volevo raccontare, esprimendo un parere favorevole,competente, quasi da esperto. Lo guardo meglio.
I suoi occhi dall’insignificante colore sono lucidi, vivi. Ci fissiamo un istante e capiamo di essere sulla stessa lunghezza d’onda. Il suo modo di esprimersi mi fa capire che Davide conosce il mondo dell’sm. Capisco di avere di fronte a me un dominante. Con aria quasi di sfida mi rivolgo a lui, non abbasso gli occhi nell’incontrare il suo sguardo. In fondo mi è già successo di incontrare un master e ascoltare la sua richiesta di farmi da schiavo. Sorrido al ricordo.
Ho voglia di fumare. Lascio il salone e vado in terrazza. Davide mi segue. Il discorso torna sul mondo sm. Mi confida di frequentare abitualmente una chat-line. Scopro che è la mia stessa chat. Ci confidiamo i nostri nickname. Ci siamo scambiati solo semplici saluti nella pubblica. Niente di più, perché entrambi impegnati nei colloqui privati con i nostri sottomessi.
La serata volge al termine, noi due sempre insieme a conversare amabilmente. Troppi punti in comune, troppo simili. Si avvicina la mia amica, con aria soddisfatta.
"Micky, finalmente!! É la prima volta che ti vedo interessata ad un uomo. Accidenti però, hai scelto il meno bello."
Emma ... quanto ti detesto quando mi chiami Micky.
Torno a casa quasi alla una. Diego, sempre chiuso nello stanzino, in attesa. Apro la porta e lo faccio uscire; i suoi occhi si illuminano. Mi bacia le mani per ringraziarmi di averlo fatto uscire. Mi precede in camera e mi prepara il bagno. L’acqua che ritemprerà il corpo e lo spirito. Ma ora non ne ho voglia, più tardi. Mi aiuta lui a spogliarmi, non ho sonno. Scendo nello studio, accendo il pc e mi connetto. I miei piedi nudi sopra il suo stomaco, sul suo viso: lui è il mio tappeto vivente.... E’ stato il primo desiderio che ha espresso quando si è offerto a me ed alla fine della sua educazione l’ho accontentato.
Navigo un pò. Visito qualche sito interessante, ma il sonno ancora tarda a venire. Entro in chat. Tra i nick lego quello di Davide.
Diventa un’abitudine trascorrere le serate parlando tra noi, incuranti degli altri. Il nostro rapporto si consolida. Mi sento attratta da lui, non riesco però ancora a capire quello che stia succedendo.
Sono rientrata da poco, stanca e stressata. Mi siedo sulla poltrona. Diego è davanti a me, inginocchiato. Vedo il suo sguardo adorante soffermarsi sui miei piedi. Mi toglie le scarpe, comincia a baciarli. Lavarli. Con la sua lingua morbida, premurosa. Mi dimentico di lui, lo lascio al suo lavoro, il mio pensiero va a Davide.
La sera ci incontriamo in chat. Una profonda emozione mi assale.
"Ciao Dolce."
Ha deciso di chiamarmi così ed io lo accetto, mi ha dato un nome. Proprio come si fa con gli schiavi. E le schiave.
"Ciao mio signore."
Mio signore? E’ stata la mia voce a rispondere? Cosa sto dicendo? Mio signore?
"Dolce: mia unica schiava ..."
Sono sconvolta da questa realtà. Io. Io, una schiava?
Sconvolta. E poi mi scopro felice. Felice di donarmi completamente al mio signore dagli occhi di un insignificante castano.
Comincia ad assegnarmi piccoli compiti. Una mail ogni giorno. Descrivere come sono vestita. Dire come vorrei servirlo.
I nostri incontri in chat diventano sempre più intensi. Mi educa, mi prepara. Quante volte l’ho fatto anche io? Non ricordo e non voglio più ricordare. Rispondo sempre con molta attenzione per non contrariarlo, per non dispiacergli. I suoi silenzi mi pesano. Adesso capisco i miei sottomessi ...
"Accendi la cam. Voglio vederti!!"
Accendo la cam, ma non ho il privilegio di vedere lui.
Mi ordina di spogliarmi, ma devo farlo lentamente. Lo assecondo, lo sguardo abbassato e un unico desiderio: piacere al mio signore ...
Eseguo i suoi ordini, ma non riesco a farlo pienamente. Sono ancora troppo orgogliosa, mi sento ancora una padrona. C’è un conflitto enorme si scatena dentro di me.
La schiava e Michaela la padrona.
Ripenso al mio incontro con il master, al suo desiderio di servire me. La dominanza è un circolo, senza alcun dubbio. Almeno per me, so che lo è.
Davide capisce il mio conflitto e sa che deve essere deciso con me, per vincere ogni ulteriore resistenza.
"Devo punirti ..."
Sento la sua voce al cellulare pronunciare queste parole. Severamente.
Abbasso lo sguardo.
"Sì, mio signore. Sei tu che decidi e disponi della mia vita."
"Ecco la punizione Dolce. Verrai in chat, tutte le sere ed io ti ignorerò. Lo farò per un lungo periodo, fino a quando deciderò di regalarti di nuovo la mia presenza."
Quante volte ho punito in questo modo gli schiavi? Quante volte ho immaginato la loro umiliazione per non essere considerati? La lunga attesa, durata anche delle settimane.
Entro nella chat e aspetto. Aspetto un suo segno, un saluto. Lo faccio per un bel pò di tempo. Resto lì ferma, muta, mentre i miei schiavi mi chiedono il permesso di parlarmi, di concedere loro un colloquio privato. Resto immobile in attesa, che sofferenza non potergli parlare, non potere gridare.
"Perdonami, sono la tua schiava. Sei il mio signore."
Resto lì, finché non lo sento salutare tutti e sparire.
Eccomi di nuovo qui. In attesa. Mi saluta. Si degna di parlarmi nuovamente. La punizione è terminata.
"Accendi la cam, Dolce. Voglio vederti. Rispondi al telefono. Voglio sentirti."
Eseguo quello che mi ordina di fare. La sua voce mi ordina di spogliarmi completamente.
"Girati!! Voglio ammirare il tuo corpo che mi appartiene. Accarezzati i seni. Lentamente. Molto lentamente. Stringiti i capezzoli. Forte."
Eseguo scrupolosamente le sue disposizioni. I capezzoli sono turgidi. Mi fanno male, ma continuo a stringerli finché non arriva il suo permesso di fermarmi.
"Accarezzati Dolce. Con una mano carezzati e con l’altra continua a giocare con i capezzoli. Immagina che le mie mani siano sul tuo corpo. Continua ad accarezzarti! Sei la mia troia, Dolce. Ripetilo"
Sentirmi chiamare in quel modo mi provoca una violenta umiliazione. Quante volte ho detto ai miei schiavi che erano le mie puttanelle ... Quante volte gliel’ho fatto ripetere? Non lo ricordo nemmeno ... Sentirmi chiamare in quel modo mi ferisce più di una frustata sulle spalle.
"Ripetilo! Ripetilo Dolce!"
Gli occhi mi si riempiono di lacrime.
"Ripetilo!"
Non posso, non riesco a ripeterlo. L’umiliazione è talmente forte da non trattenere le lacrime.
"Ripetilo! Ripeti quello che sei, Dolce ..."
Singhiozzo. Mi sento oltraggiata, mi sento mancare la terra sotto i piedi. Credo di sprofondare in una voragine.
"Sono la tua troia, signore. Sono la tua cagna ..."
Pronuncio questa frase senza nemmeno rendermi conto di averlo fatto. La mia resistenza è crollata.
"Bene troietta. Toccati e non godere!"
Eseguo i suoi ordini, toccandomi e non arrivando all’orgasmo. Mi fa ripetere questa operazione una infinità di volte. Sento la testa scoppiare. Un calore mi lambisce i reni. Non devo godere. Solo il mio padrone potrà, se vorrà, darmi l’ordine di farlo. Sono stremata. Continuo ad eseguire quello che mi ha ordinato di fare, facendo il possibile per servirlo bene.
"Adesso godi! Godi e urla che sei la mia cagna ..."
Riesco finalmente a godere. Il mio corpo è squassato da fremiti di piacere mai provati prima. Il mio corpo che non è più il mio.
Ho deciso di restituire il suo nome a Diego. Di lasciarlo libero, anche se so che questo per lui sarà un grande dolore. In alternativa potrei donarlo ad una signora amica. O al mio stesso signore. Gli ho parlato. Mi ha scongiurato di non farlo, poi mi ha detto che avrebbe in ogni caso avrebbe seguito la mia volontà. Mi ha commosso, forse continuerò a tenerlo presso di me. In fondo Michaela esiste ancora.
Finalmente il mio signore mi concede l’onore di incontrarlo. La lista delle cose da indossare. Tailleur nero. Gonna: con un profondo spacco laterale. Camicetta di seta grigio perla. Calze nere: autoreggenti. Scarpe nere, décolleté con tacco alto. Niente reggiseno. Appuntamento in un locale del centro, dove sono ben conosciuta. Entro nel locale, sono molto emozionata. Cerco il suo volto tra gli avventori. Non lo vedo, resto molto delusa. Sento il cellulare squillare. É lui. La sua voce mi infonde coraggio, la mia trema. Sono eccitata. Mi ordina di sedermi al tavolo e di togliermi la giacca. Il freddo e lo strofinio della seta mi hanno fatto indurire i capezzoli. Il cameriere si avvicina per l’ordinazione e mi guarda eccitato. La sua voce al cellulare mi ordina di accavallare le gambe e di alzare la gonna fino al limite delle autoreggenti. Sono impacciata. Mi guardo intorno e comincio a sollevare la gonna. Sento su di me gli occhi di tutti gli uomini presenti, avidi e smaniosi. Sono imbarazzata, ma mi metto in mostra. Mi piace perché lo sto facendo per il mio signore. Continua a darmi istruzioni, finché mi dice di andare in un hotel. C’è una stanza prenotata da lui, dal mio master. Devo salire in camera, lasciare la porta socchiusa e aspettare al buio.
Salgo in camera. Resto al buio e aspetto. Ecco il mio signore che entra, avverto l’aroma del tabacco. Si avvicina e mi benda gli occhi.
"Dolce, ho un dono per te."
Si avvicina di più e mi mette un collare, fissandolo bene intorno al collo. Il contatto con il cuoio mi piace, mi eccita, mi fa sentire un suo oggetto.
Mi fa ruotare su me stessa in modo di farmi perdere l’orientamento e di non farmi più capire dove è. Mi ordina di spogliarmi, lentamente, come ho fatto molte volte in chat. Tolgo la giacca e la camicetta. Lo sento avvicinarsi. Inizia a bagnarmi i capezzoli con del ghiaccio, solo la punta. Tremo dal freddo e dal piacere forse. Mi slaccia la gonna, mi sfila gli slip. Resto solo con le autoreggenti ed il collare.
Sono in piedi. Lui continua a giocare con i miei capezzoli, mentre le mie mani lo cercano. Cercano un contatto, ma lui è dietro di me e mi dice di non muovermi. Il contatto delle sue mani mi eccitano al massimo. Davide mi ordina di sedermi su una sedia che mi porge. Mi prende le braccia, le lega alla spalliera; le gambe anch’ esse legate. Mi toglie la benda e finalmente lo vedo. Fa due passi indietro e siede sul letto. Mi osserva a lungo. Guarda la donna di cui possiede il corpo. E la mente. Continua ad accarezzarmi. Per gustare meglio quelle carezze il corpo si protende verso di lui. Gioca con i miei capezzoli. Li stringe tra le unghie. Li bacia e li morde. Un’ infinità di tempo più tardi mi slega e mi ordina di inginocchiarmi davanti a lui, di aprire i suoi pantaloni, cercare il suo sesso. Carezzo e gioco con il suo sesso. Lo sento cedere, mi afferra per il collare e mi porta sul letto. Mi fa distendere. Lui è vicino a me. Mi accarezza. Bacia tutto il mio corpo. Il suo viso sul mio. Le sue labbra sulle mie. É la prima volta che mi bacia. La sua lingua prepotentemente cerca di penetrare le mie labbra. Un bacio dolce e violento. Un bacio meraviglioso, che scuote tutto il mio corpo. Lo sento sopra di me, sta cercando di penetrarmi. Divarico leggermente le gambe. Gli facilito l’ingresso.
"Dolce, la mia schiava. La mia unica schiava ..."
"Il mio signore. Il mio unico signore ..."
Alternanza, dominanza. Un infinito gioco che si ripete ancora.
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