Hanno condiviso le mie parole

venerdì 27 gennaio 2012

LE MUTANDINE di Elle


Era stato durante un nostro incontro che il mio Padrone mi aveva detto che sarei stata di un altro uomo, che mi sarei lasciata usare da un uomo scelto da lui per il suo piacere. Ammetto che la cosa non mi aveva dato molta gioia. Per nulla, anzi ne ero infastidita, come se fossi stata risentita per quella sua scelta. Io che amavo immensamente il mio Padrone non riuscivo a capire come mai volesse prestare ad un altro uomo la sua schiava, ma era stato proprio il mio amore verso di lui, l’obbedienza cieca ai suoi ordini che mi aveva permesso di sussurrargli “tutto quello che vuoi mio Padrone”. Essere schiava è accettare la condizione di schiava, mi diceva e quelle parore ora rimbalzavano nella mia menteIl giorno dell’incontro era stato fissato, il mio Padrone mi aveva dato ordini precisi sul mio abbigliamento, su come dovevo comportarmi e su quello che dovevo fare e dire. Ed io avevo eseguito attentamente le sue richieste, una camicia bianca, gonna nera  stretta al ginocchio con spacco, autoreggenti velate e scarpe con tacco da 10, niente intimo come piaceva a lui, capelli raccolti, nessun gioiello, solo un foulard al collo e labbra rosse, dovevo usare quel rossetto che mi aveva regalato lui al nostro incontro. Mi sarebbe venuto a prendere un autista, io dovevo restare in silenzio, ad occhi bassi fino alla mia destinazione. Mi preparai con molto anticipo perché volevo fosse tutto perfetto, con lo stomaco contratto dalla paura e dall’eccitazione decisi di aspettare l’autista in strada e non nel mio appartamento. Infilai il cappotto lungo, quello grigio con la cintura in vita, ascensore e finalmente l’androne del palazzo, appena il portone si aprì un’aria gelida mi tagliò il viso, infilandosi dallo spacco del collo nella camicetta, sentii distintamente i miei capezzoli farsi duri e un brivido mi percosse tutta la schiena. Ho sempre odiato essere in ritardo, in qualunque cosa abbia mai fatto nella mia vita, per questo preferivo arrivare io con qualche minuto di anticipo, solo che in quella situazione l’attesa mi sfiniva, ero lì ad attendere inerme come una preda, in realtà ero stata scelta come carnefice dal mio Padrone e la cosa mi umiliava ed eccitava allo stesso tempo… l’umiliazione di essere stata prestata e l’eccitazione di compiacere il mio Padrone. Finalmente l’auto, una elegante auto nera, una portiera che si apre, un uomo che si avvicina. 
Signora mi segua … 
Poche parole, nessuna gentilezza o malizia nel suo tono, sembrava più che un invito, un ordine! Anche lui, anche lui a darmi ordini …. Il mio Padrone sarà orgoglioso di me! Entrai in macchina, un biglietto sul sedile diceva: L’autista ti condurrà all’entrata di un albergo, tu entra a passo veloce, sicura ma ad occhi bassi, non avrai bisogno di chiedere nulla e nessuno ti chiederà nulla. Prendi l’ascensore. Salirai al 10° piano, ci sarà un solo appartamento con la porta aperta, quella sarà la tua stanza. Entra e socchiudi la porta, sul letto troverai i tuoi vestiti che indosserai, ti benderai e attenderai …Il Padrone. 
Terrore nei miei occhi, angoscia nel mio cuore, … ti benderai … non avrei neanche visto l’uomo che mi avrebbe usata. La paura prese il sopravvento nella mia anima, iniziai a tremare, mi torturavo le mani poggiate sulle gambe, gambe strette come a proteggere la mia intimità, ad un tratto il trillo del mio cellulare … un tonfo al cuore, era Lui!
La sua voce calda, calma, alleviò le mie sofferenze 
Sei pronta?
Un sospiro, un solo filo di voce tirato fuori a fatica
Si mio Padrone, sono pronta
L’auto si fermò bruscamente, ero arrivata.
Scesi e mi diressi all’ingresso, le parole del mio Padrone era come una goccia che scava la pietra nella mia mente, premevano, forzavano, avvolgevano… sei pronta? .. sei pronta? … sei pronta? ..
Si, si, si,… Si  sono pronta!
Occhi bassi e passo veloce, come voleva Lui. Mi sembrava di sentire gli occhi di tutte le persone che erano nella hall su di me. Ecco l’ascensore, una salita lenta verso la tortura, verso l’ignoto … verso il piacere.
Tutto era come aveva detto il mio Padrone, un lungo corridoio con  poche porte, una sola aperta, la mia!
La stanza era poco illuminata, le pesanti tende impedivano al pallido sole di entrare, ma era calda, decisamente calda!
Ben arredata, poche cose ma di buon gusto, non prestai attenzione particolare all’arredamento, volevo, bramavo di sapere cosa dovevo indossare.
Sul letto una scatola rossa
Dentro vi erano solo delle mutandine, le presi, le guardai attentamente, erano belle, di velo nero, trasparenti, senza nessun ricamo, nessuna cucitura, sembravano mutandine normalissime, nessun particolare che facesse pensare a mutandine della perdizione (come ero solita chiamare quelle un po’ osé che si trovano in negozi particolarissimi e che ti mettono addosso il desiderio solo a vederle..).
Mi spogliai, completamente nuda pensai alla porta socchiusa, un lampo di pudore e vergogna si disegnò nei miei occhi, ma fu solo un lampo, sapevo che era stato organizzato tutto con molta cura dal mio Padrone per cui non avevo nulla da temere.
Nuda mi guardai allo specchio che non sempre rimandava l’immagine piacevole che io desideravo, ma quel giorno mi sentivo bella, stranamente bella.
Indossai le mutandine …
Mi piacque subito l’effetto del velo sul mio sesso depilato, quel nero sbiadito dal bianco della mia pelle, un bell’effetto di colore, una finzione dell’occhio che amavo ricercare perché mi dava un senso di effimera bellezza … 
Mi vedevo bella, mi sentivo bella, ero bella!
Cosa mancava?
La benda.
La benda era accanto alla scatola rossa, un nastro di seta nero, lucente, lo presi, lo avvicinai agli occhi e legai stretta.
Seduta sul letto assaporai quella sensazione di stordimento, di abbandono, e ricordai i versi di una poesia di Hesse che avevo letto tempo prima e di cui non avevo mai capito il significato vero fino a quel preciso momento.
“Si ha paura di mille cose, dei dolori, dei giudizi, del proprio cuore, del risveglio, della solitudine, del freddo, della pazzia, della morte... specie di questa, della morte. Ma tutto ciò è maschera e travestimento.
In realtà c'è una cosa sola della quale si ha paura: del lasciarsi cadere, del passo incerto, del breve passo sopra tutte le assicurazioni esistenti. E chi una volta sola si è donato, chi una volta sola si è affidato alla sorte, questi è libero. Egli non obbedisce più alla legge terrena, è caduto nella spazio universale e partecipa alla ridda delle stelle.”
La porta si chiuse.
Paura, stordimento, curiosità, eccitazione, erano tutte dentro di me, la testa mi sembrava scoppiare, il cuore era impazzito, riuscì a malapena a distinguere i passi …
Erano lenti, li sentivo nella stanza, li sentivo avvicinarsi, avvertivo la sua presenza intorno a me, su di me, dentro di me.
Non disse neanche una parola, nessun rumore giunse da lui, io ero in attesa …
In attesa dei suoi ordini!
Ad un tratto sentii il calore delle sue mani sul mio viso, d’istinto allungai il braccio destro per toccarlo, per immaginare almeno il suo aspetto fisico, ma il mio polso fu afferrato dalla sua mano e stretto, stretto e spinto sul mio sesso.
Mi fece stendere sul letto e guidò la mia mano dentro le mie mutandine, sul mio sesso bagnato dall’incredibile eccitazione del momento, capii quello che voleva.
Iniziai a masturbarmi, ad accarezzare le labbra gonfie e bagnate, più mi toccavo più avevo voglia di sentire anche le sue mani su di me, in quel momento non mi importava più chi o come fosse quell’uomo, volevo solo essere toccata, volevo solo godere.
Ma lui non mi toccò
Immaginavo quell’uomo guardarmi mentre mi masturbavo, vedermi inarcare la schiena ogni qualvolta che le mie dita accarezzavano velocemente il mio clitoride, sentivo il suo sguardo su di me, sul mio sesso, sulle mie mani, sulla mia bocca aperta e gemente.
Tutte queste immagini nella mia mente si tramutarono in un orgasmo lunghissimo, devastante, che mi fece tremare il corpo e urlare dal piacere.
Il mio corpo era ancora in preda agli spasimi dell’orgasmo quando mi sentii afferrare per i fianchi e sfilarmi le mutandine, ero ancora più eccitata da questo gesto, aspettavo adesso di essere penetrata, finalmente di sentirlo dentro di me …
L’unica cosa che invece sentii furono i suoi passi allontanarsi e la porta aprirsi e chiudersi.
Istintivamente tolsi la benda, non riuscivo a vedere bene per il lungo tempo che ero rimasta bendata ma lui non c’era, lui era andato via con le mie mutandine, ero lì nuda, bagnata dei miei umori e sola.
Stordita da quel gesto così inaspettato… come se fossi stata rifiutata ed al tempo stesso essere stata solo l’oggetto davanti ad uno sconosciuto… schiava che ubbidisce. Delusa e ubriaca ancora dell’orgasmo avuto, mi vestii di corsa per tornare a casa, per tornare dal mio Padrone.
Scesi velocemente e stranamente all’uscita non trovai l’autista come mi aspettavo, ma il mio Padrone
Lui era lì, appoggiato alla sua auto, elegante come sempre e stranamente mi sembrava ancora più bello. Mi guardava ma non mi sorrideva
Avrei tanto voluto correre tra le sue braccia, ma mi trattenni perché la sua espressione seria sapeva di delusione. Leggevo come una sorta di amarezza, come se avessi fallito, sbagliato… era come perdersi di fronte a lui, come voler sapere se io fossi stata perfetta in quello che mi aveva chiesto.
Mi avvicinai evitando di guardarlo negli occhi per non leggere il suo disappunto, non sapevo se l’altro uomo era rimasto soddisfatto da me, ma lui mi sollevò il viso con la mano, i suoi occhi meravigliosi fissi nei miei, mi baciò teneramente accarezzandomi il viso, mi sorrise e le sue uniche parole furono
Queste sono il tuo premio!
E mi diede le mutandine di velo nero che poco prima mi aveva sfilato.

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