Hanno condiviso le mie parole

giovedì 26 gennaio 2012

METAMORFOSI di Eowyn


Lui era un dominante. Master. Maestro. Guida. Frequentava abitualmente la chat, lì reclutava le sue sottoposte, le addestrava per poi incontrarle nella vita reale. La chat. Misteriosa e tentatrice. Da loro era temuto ed amato. Duro, deciso, severo, ma a volte dolce. Un dominante anche nella vita, dotato di una spiccata personalità: un carattere forte, nato per esercitare il dominio. Il suo istinto, la sua natura indicavano solo quello. Un sognatore forse, ma dominante. Era giovane, sportivo, spavaldo, affascinante: poteva essere il protagonista di un film.
Nelle sue frequentazioni di chat-line gli capitò di leggere un nuovo “nickname”. Un nick che non lasciava adito a dubbi, che indicava chiaramente un ruolo di padrona. Un nick intrigante, un nick che di sicuro faceva volare la fantasia ai sottoposti. Certo quello di un’altra padrona. All’inizio lo cosa lo fece sorridere, pensò :”Eccone un’altra”. Aveva letto che in ogni dominante c’è una parte di schiavo e viceversa. Era evidente, però, che questa cosa non lo riguardava per niente.
Cominciò a far caso a questa nuova dominatrice. La si leggeva spesso nella pubblica chat-line, ma nonostante le continue richieste di colloqui privati, si concedeva poco e lo faceva solo con i suoi sottoposti. Si concedeva solo a loro. Dimostrava una acuta intelligenza. Sembrava simpatica, scherzava con tutti, ma quando capitava con poche parole secche e fredde, sistemava chi la importunava. Indubbiamente doveva essere una donna forte, dal carattere caparbio e volitivo, una vera padrona.
Piano, piano rimase affascinato dal suo modo di porsi, dalla sua classe, dal suo stile. Cominciò a sentirsi prima incuriosito, poi attratto da lei. Era come una calamita, non poteva fare a meno di parlarle: la cercava, ne aveva bisogno. Il suo pensiero era spesso rivolto a lei: diventava un chiodo fisso. Scoprì di desiderarla. Poi si rese conto che qualcosa in lui stava cambiando. La desiderava si, ma la voleva come padrona. Cominciò a spiare con più attenzione le reazioni delle sue sottoposte. Cominciò a scoprire di invidiarle.
Mai avrebbe pensato di poter essere uno schiavo. Un servo. Lui un master. Eppure si rendeva conto del cambiamento. Ora leggere il nick di quella nuova signora e desiderare di essere ai suoi piedi era un tutt’uno.
Una sera, fattosi coraggio, chiese di poterle parlare in privato. Trovò una banale scusa per parlarle e lei gli aprì le porte del suo privato. Avvertì la sua presenza ed il suo fascino appena entrato. Si stupì di leggere quello che aveva scritto, credeva che non sarebbe stato capace di scrivere certe cose. Quasi subito le confessò il suo segreto, il suo bisogno di essere dominato da lei, il suo bisogno di saltare l’ostacolo. Nello stesso momento in cui lo scriveva si sentiva al tempo stesso liberato ed infiammato. Lei lo leggeva attentamente, alternando le risposte a lunghi silenzi. Silenzi che lo facevano impazzire. Silenzi che avrebbe imparato a conoscere bene. Scoprire un nuovo valore del tempo.
Si dimostrò disponibile, accettò di guidarlo, di fargli intraprendere il difficile cammino nell’esplorazione della disciplina. Concordarono di cambiare il suo nickname. Lei ne scelse uno che lo rendeva riconoscibile solo alla padrona, che lo scindeva da quello di master. Un master ed uno schiavo in una sola persona. Lui stesso.
La prima volta che entrò in chat con quel nuovo nick era emozionatissimo, solo il leggere il nome di lei gli provocò una scarica di adrenalina. La salutò con rispetto e devozione chiamandola “Mia Signora”... Lei, distaccata, rispose al saluto dicendogli che era occupata.
- Attendi in silenzio…
Rimase per in pò a guardare quelle parole sullo schermo. Quanto tempo passò? Non lo sapeva, non riusciva neppure a guardare l’orologio. Aspettava un suo cenno. Lo aspettava invidiando il fortunato che aveva l’onore di parlarle.
Aspettare, apprendere il diverso valore del tempo da un lato e l’altro del pentagramma del desiderio, della sottomissione, della mortificazione.
Lui, un master che aspettava.
Ora non più master. Uno schiavo.
Lo chiamò dopo un’eternità. Il suo cuore ricominciò a battere come impazzito. Lo sentiva in gola insieme all’emozione fortissima che si stava impadronendo di lui. La Signora iniziò a parlare molto lentamente. Cercava di dissuaderlo, spiegandogli quanto fosse duro e difficile il cammino da percorrere, il significato dell’essere schiavo.
Il vero schiavo è colui che è consapevole del proprio stato di inferiorità..
Le sue parole scritte gli si imprimevano nella mente, nel cuore. Lei parlava e lui desiderava essere ai suoi piedi, baciare la terra dove camminava, le sue scarpe. Adorarla. Era in attesa di un ordine, un ordine che non arrivava mai. Lei invece gli parlava.
Non voglio solo il tuo corpo, di corpi ne posso avere molti, voglio anche la tua anima.
Forse lei non aveva ancora capito che la sua anima, la sua mente le appartenevano già.
Gli parlò per delle ore, lui sempre in attesa di quell’ordine, in attesa di essere messo alla prova.
Finalmente gli ordinò di inginocchiarsi. Lui eseguì rapidamente. La sua mente era sconvolta, una strana eccitazione si impadronì di lui. Stava in ginocchio e gli sembrava di vivere in una specie di estasi.
Presto capì che la sua Signora riusciva a leggere i suoi pensieri, leggeva la sua mente come fosse un libro aperto. Lei si accorse della sua eccitazione. Lo rimproverò con tono severo ed autoritario. Lui non aveva ricevuto alcuna autorizzazione per eccitarsi. Gli parlò di autocontrollo ed autodisciplina. Gli ordinò di imparare presto.
- Altrimenti sarai punito...
Si era messo nelle sue mani; capì di non essere più padrone di sé stesso. Solo il suo schiavo, il suo oggetto di piacere, era lei che decideva se e quando potesse provare eccitazione, lui non esisteva più, lei. Solo e sempre lei .
- Altrimenti sarai punito...
Ma questa scoperta lo rese ancora più felice. E l’unica punizione che poteva temere in quel momento era perdere lei. La sua Padrona.
Quando entrava nella chat-line lo faceva a volte come master. Le chiedeva di parlarle. Ma in privato, le si rivolgeva sempre come schiavo rispettoso e deferente; la chiamava sempre padrona, mettendosi in ginocchio, anche se in quei momenti lei lo considerava un suo pari. Era irreversibilmente attratto da lei; da lei immaginava sofferenze fisiche, per lei si procurava dolore. Si stupiva dei sogni che faceva, del desiderio di essere il suo oggetto di piacere, di essere posseduto completamente, di donarle interamente il corpo solo per il piacere di compiacerla, di essere umiliato nella sua dignità di uomo.
La padrona non chiedeva nulla. Accennava. Un ordine veniva impartito come se non fosse tale e, lui, a desiderare di eseguire quello che lei non chiedeva.
Lei, lei, lei. Sempre nella sua mente. Virtualmente gli aveva imposto il collare. Un collare che lui sentiva veramente, che carezzava. Spesso. Quel contatto immaginario lo aiutava a ricordargli la nuova condizione di vita. Ricominciò a spiare quasi morbosamente le emozioni delle sue sottoposte. Davvero le invidiava? Oscillava tra un pentagramma e l’altro, senza più un rifugio sicuro dentro di sé. Da master a schiavo senz’altra mediazione che lei.
Trascorse un periodo interminabile di sessioni virtuali. Venne addestrato all’ubbidienza, alla disciplina, all’autocontrollo fisico.
Lui il master.
Poi lei decise di incontrarlo. Realmente. Lo avrebbe atteso a casa sua. Gli aveva dato l’indirizzo e l’ appuntamento.
Lui si preparò con cura. Indossò un completo che metteva bene in risalto il suo corpo da atleta.
Un fresco pomeriggio di primavera. In auto immaginava l’incontro, cercava di darle un volto. Il viso della alla sua Signora, della sua Domina .
Di lei conosceva la voce, a tratti autoritaria, altre volte dolce.
Una voce che lo sconvolgeva, gli procurava brividi profondi. Si guardò intorno: doveva essere da quelle parti.
La casa non si vedeva, solo un enorme muro di cinta che la proteggeva da sguardi indiscreti. Fermò la macchina davanti al cancello. Aprì un custode e gli indicò la strada. La casa era immersa nel verde. Alberi, siepi, fiori. Gli parve di avvertire la sua presenza ovunque. Era come se la sentisse aleggiare tutto intorno.
Scese dall’auto. Aveva il cuore in gola, la fronte madida di sudore per l’emozione. Persino le gambe gli tremavano.
La porta si aprì; una domestica lo fece accomodare in salotto. Una stanza ampia ed arredata con gusto. Tappeti, quadri di pittori anche noti alle pareti. Divani e poltrone in morbida pelle nera. Un caminetto acceso rendeva ancora più intimo il tutto.
Non sapeva cosa fare. Rimase in piedi, immobile. Il timore di sbagliare era grande. Restò fermo in attesa contemplando il fuoco nel camino, spalle alla porta.
Il tempo che passava, poi avvertì un profumo intenso, forte.
Capì di non essere più solo e si voltò. Lentamente. La vide.
Indossava un lungo vestito scuro di seta, dalle maniche ampie e due spacchi laterali.
Un viso regolare, una bocca ben disegnata, due occhi penetranti, pochissimo trucco.
I capelli biondi e la carnagione chiarissima contrastavano con il nero dell’abito. Finalmente poteva vedere la sua Dea. Solo allora si rese conto che non aveva mai, neppure per un istante pensato che la vista della sua Signora potesse deluderlo.
Istintivamente si inginocchiò, lo sguardo abbassato. Aspettò che lei si avvicinasse. Vedeva solo i suoi piedi, i piedi che da tempo sognava.
Gli porse la mano, una mano ben curata. Lui la baciò. In risposta ricevette uno schiaffo. Violento. Gli fece girare per un attimo la testa.
Sentì la sua voce ordinargli di alzarsi e di seguirla. Lo fece subito, l’avrebbe seguita in capo al mondo. Lo condusse in un’altra stanza. Lei si accomodò in una poltrona, lui rimase in piedi. Di fronte alla sua Signora.
Gli ordinò di spogliarsi, indicando la sedia su cui posare gli abiti; quante volte aveva dato questo ordine alle sue schiave? Ora era lui a dover eseguire. Piegò i vestiti ordinatamente, come lei gli aveva insegnato nelle estenuanti sessioni della chat-line. Si ritrovò nudo mentre lei distrattamente lo osservava. Si inginocchiò di nuovo sempre tenendo lo sguardo basso.
Il tempo. Non gli riusciva più di percepire la nozione del tempo. Quanto era rimasto lì immobile? Non lo sapeva più.
Aveva appreso quanto fosse diverso valore del tempo da un lato e l’altro nel pentagramma del desiderio, della sottomissione, della mortificazione.
Lei non parlava. Solo l’odore penetrante del tabacco lo avvertì che fumava. Non sollevò lo sguardo, pur desiderando guardare i suoi occhi.
Poi la sentì alzarsi. Camminava. Il fruscio dell’anta di un armadio che si apriva e si richiudeva. Tornava ad avvicinarsi.
Sentì le sue mani sul collo e capì che il sognato collare diventava una realtà. Lo allacciò né lento né stretto, sentì la chiave che lo richiudeva.
Il contatto della padrona ed il collare gli provocarono l’improvvisa erezione. Forte. Arrossì violentemente e se ne vergognò. Come un cane. Sapeva che questo l’avrebbe irritata, che tutti i suoi sforzi nell’autocontrollo erano stati vanificati. Attese la punizione. Era sicuro che non sarebbe tardata. La desiderò.
Si sentì afferrare per i capelli e trascinare per la stanza. Non opponeva alcuna resistenza. Comunque sapeva che sarebbe stato peggio. Lei lo trascinò per qualche metro, fino ad essere di fronte alla spalliera della poltrona.
Li adagiò il suo corpo, facendogli poggiare le punte delle dita sui braccioli. Le gambe ben divaricate. Gli infilò la testa in un cappuccio di latex con un solo foro per la bocca. Non vedeva più niente. In quella posizione scomoda, tutti i suoi sensi erano all’erta. A captare ogni movimento, ogni rumore. Da qualche angolo riposto della sua mente si affacciò la musica.
Now there's a look, in your eyes. Like black , holes in the sky.
Il sibilo ed il leggero spostamento dell’aria lo avvertirono di quanto accadeva: capì all’istante che la Signora maneggiava il frustino.
Gli ordinò di contare. In quel momento lo invase la paura. Un’immensa paura. Non aveva mai provato il frustino. Solo in quel momento capì il terrore delle sue sottoposte.
Uno
Aspettava il primo colpo, lo aspettava da un momento all’altro.
Come on you stranger,
Ma non arrivava. La sua mente contava. La paura lo faceva sudare.
Uno
Ma non osava disobbedirle e contava.
you legend,
L’ attesa si faceva intollerabile, le dita cominciavano a fargli male in quella posizione anomala.
Uno
Eppure la sua mente elencava i numeri in attesa di un colpo che non arrivava mai.
you martyr,
Il tempo. E’ diverso valore del tempo da un lato e l’altro nel pentagramma del desiderio.
Uno
Della sottomissione.
and shine!
Della mortificazione.
Uno
E poi infine giunse. Una staffilata. Inattesa, ma non forte. Senza smettere di contare. Un’altra ancora . Il nuovo colpo era stato più violento.
You cried for the moon.
Continuò a contare. Gli occhi gli si empirono di lacrime. Ora avrebbe voluto supplicarla. Non lo faceva. Non voleva contrariarla, né deluderla.
Shine on you crazy diamond.
I colpi erano alternati: ai glutei e all’interno delle cosce. Erano questi ultimi i più lancinanti, intensi, dolorosi. Contò fino a venti quando lei smise.
Le parti del corpo percosse erano doloranti. L’eccitazione del tutto scomparsa. La sentì muoversi ed avvicinarsi di nuovo. Avvertì il tocco delle sue mani a spalmare un unguento. Il fresco sulla pelle offesa. La sentì pronunciare parole dolci. Con le sue carezze lo ripagò di ogni cosa.
E poi avvertì il suo profumo gli prestava le sue attenzioni. La sua eccitazione crebbe di nuovo. Lei gli ordinò di alzarsi e gli sfilò il cappuccio. Allora la vide sorridere. Vide quei denti bianchi, la sua bocca perfetta.
Lo accarezzava. Gli ordinò di baciare la mano che lo aveva punito. Ma senza pronunciare una sola parola.
Ora la Signora sedeva di nuovo e lui le fu in ginocchio davanti. Lei accavallò le gambe. Avvicinò la scarpa alla sua faccia. Lui subito cominciò a leccarla. Con amore, dedizione, in ogni parte. La suola, il tacco e poi una volta soddisfatto del lavoro passava all’altra, riservandole identico trattamento. Seguiva i suoi comandi silenziosi quando delicatamente le sfilò.
Vide i piedi, i piedi sognati. Desiderati. Adorati. Con le mani ne prese uno e cominciò a baciarlo; le calze nere di seta scivolavano sotto la sua lingua. Sentì che gli ordinava di toglierle. Lo fece delicatamente con la bocca, facendo attenzione a non rovinarle. I piedi ora erano completamente nudi; ne prese uno e lo portò alle labbra. Cominciò a leccarlo intensamente passando bene la lingua tra le dita, leccando la pianta, il tallone. Non trascurava un centimetro di pelle.
Poi cominciò a succhiare le dita. Le succhiò proprio come un bambino avrebbe fatto con un gelato. Sentiva la Signora rilassarsi, diventare serena ed il suo dolore fisico sparì.
Avvertì le sue mani sulla testa, sulla nuca. Si sentì spinto in avanti, il viso sulle gambe della padrona che leggermente cominciavano ad aprirsi. Le baciò le ginocchia e le sue mani vagarono senza sosta sul quel corpo di velluto, la lingua nei suoi aromi. Le sue narici cominciavano a percepire il suo odore, l’odore che non avrebbe mai dimenticato, l’odore che avrebbe riconosciuto fra mille. Il suo viso tra le gambe delle Signora, scendendo giù nell’interno delle cosce, nella parte più deliziosamente profumata, le leccava lentamente , si perdeva nel suo profumo, nel tepore delle sue cosce, nei suoi recessi più segreti che ormai guardava da vicinissimo…
Intimidito quasi da quell’osare discese ancora. Alle ginocchia, alle caviglie sottili. Leccava i suoi piedi senza più timore, ormai. I suoi piedi desiderati.
Ricominciò e ricominciò. A baciarli, leccarli senza pudore. Quasi con ferocia. La passione lo travolse. E poi nuovamente tra le sue cosce verso l’interno dei suoi segreti inaccessibili.. Avvicinò le sue labbra al sesso della Signora, ne percepì nuovamente il l’odore. Cominciò prima timidamente, poi sempre con maggior slancio, contenendo la sua passione, gustando ogni sapore.
La sentiva gemere, mentre la sua lingua passava dovunque giocando con il suo sesso. Mai avrebbe sognato di poterlo fare e si impegnava a fondo, pronto a ricambiare il regalo ottenuto. La schiavitù desiderata.
La sua lingua era esperta e sapiente; sapeva dove soffermarsi, dove indugiare più a lungo. Sentì il respiro della padrona aumentare e la sua lingua si bagnò degli umori della sua Dea. Assaporò tutto, avidamente. Il ritmo dei colpi della sua lingua accelerò, fino quasi a farla sobbalzare nei flussi di sensazioni che le salivano al cervello. La sentiva gemere, il corpo fremente scosso da brividi. Rimase senza fiato, soffocato dalla felicità nel sentirsi qualcosa di utile. Il suo oggetto. Continuò a baciarle il sesso, sopra e sotto. Lo avrebbe fatto fino a farla godere, fino quando lei non gli avesse ordinato di smettere. Fino allo sfinimento. Nell’adorazione. Felice di regalarle ogni cosa. A costo di morire. E la sentì godere. Pronunziare parole confuse. Gli parve di sentirsi chiamare cucciolo o qualcosa del genere. Ma forse si era sbagliato. Restò con la bocca nei segreti della sua padrona per un tempo indefinibile.
E’ diverso valore del tempo da un lato e l’altro nel pentagramma del desiderio. Della sottomissione, della mortificazione.
Il master era ormai svanito, rimaneva solo lo schiavo. Una metamorfosi si era compiuta.

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