Hanno condiviso le mie parole

sabato 28 gennaio 2012

SABATO


Si alzò presto, la mattina dopo, purtroppo c’erano delle pratiche da sbrigare in ufficio; gli sarebbe piaciuto torturarla un pò quel sabato mattina, ma con un pochino di inventiva qualcosa poteva essere organizzata.
Così, prima di uscire di casa si sedette e le scrisse un biglietto, lo ripiegò accuratamente poi lo posò silenziosamente sul cuscino; si soffermò alcuni istanti a guardarla con tenerezza ed un pizzico di invidia, poi silenziosamente uscì di casa.
Verso le 9.30 lei ancora non aveva chiamato; perplesso si domandò se telefonare. Decise di temporeggiare fino alle 10.00: non voleva trasmetterle la sua inquietudine. Fu un sollievo sentire finalmente vibrare il cellulare e vedere il suo numero illuminarsi sul display. Si prese qualche minuto per riordinare le idee e ricapitolare mentalmente le cose da dirle, quindi la chiamò.
Lei rispose al secondo squillo.
“Buon giorno Mio Signore.”
“Buon giorno schiava, hai dormito bene?”
“Mio Signore, ho dormito serena tra le tue braccia, ma stamattina, quando mi sono risvegliata da sola ho temuto che mi avessi abbandonata”.
“Finché mi sarai devota e sarai obbediente non vedo il motivo per cui dovrei abbandonarti; ora zitta e ascolta le mie istruzioni: prima di tutto resterai nuda, niente vestiti a meno che non debba uscire; in cucina troverai un collare che indosserai immediatamente. Nel lavello inoltre troverai due ciotole; lavale bene, saranno il tuo piatto e il tuo bicchiere in questi due giorni. Hai capito tutto schiava?”
“Si Mio Signore...”
“Hai qualcosa da chiedermi?”
“Mio Signore, posso guardare la tv mentre aspetto il tuo ritorno?”
Lui sorrise e capì di averla soggiogata.
“Certo che si schiava, ma solo dopo aver sbrigato le faccende domestiche.”
“Grazie Mio Signore, sono felice di essere tua”.
Il resto della mattinata corse via lento, il capo perennemente incazzato, il collega imboscato e la mente in tutt’altri pensieri. Fu un sollievo staccare la spina intorno a mezzogiorno, salutare baracca e burattini ed andare a fare un pò di spesa. Quando rincasò la trovò inginocchiata davanti alla tv, nuda e con il collare indosso, le sorrise e la baciò con infinita tenerezza. Dire esattamente cosa provava per lei era difficile da definire. Non sapeva dare un nome al suo sentimento, lo provava e basta; lo faceva sentire importante e avrebbe lottato per lei e questa era una certezza.
Le indirizzò un gesto d’intesa e lei, prontamente, si alzò, gli servì il pranzo in tavola poi si accucciò ai suoi piedi. Lui si sentì importante e responsabile e prima di accomodarsi a mangiare riempì le ciotole della sua schiava di cibo e di acqua, la carezzò sul capo, le sorrise e lei ricambiò.
“Buon appetito schiava” le disse con voce dolce prima di cominciare a mangiare.
Con la coda dell’occhio seguì i suoi movimenti, curioso di vedere la sua reazione ad una situazione di sottomissione così decisa, ma lei, docile e ubbidiente, non parlò, semplicemente poggiò le mani sul pavimento e cominciò a mangiare dalla ciotola come fosse la cosa più naturale di questo mondo. Mangiarono con calma, lui le raccontò della sua giornata, del capo incazzato e del collega lavativo. Lei lo ascoltò attenta e devota facendolo sentire importante. Al suo cenno lei si mise in piedi e cominciò a riassetare la cucina e a preparare il caffè. Lui la guardò felice ed eccitato: quella splendida ragazza nuda era la sua schiava; come la sera precedente, la consapevolezza della sua sottomissione gli provocò un turbinio di emozioni, ma era altresì conscio che un riposino non avrebbe potuto che giovargli.
“Schiava” - le disse - “sono stanco, mi sveglierai alle 17.00 per essere torturata. Ora vieni qui”.
“Si Mio Signore”.
Lui prese le busta della spesa e ne tirò fuori una catena e dei lucchetti; attaccò la catena al collare con uno dei lucchetti, quindi la condusse in camera da letto, assicurò l’altro capo della catena al letto, si spogliò e si addormentò sognando la sua schiava.
Fu svegliata dalla luce che filtrava dalle fessure della tapparella. Aprì gli occhi per cercare la sua rassicurante presenza, ma scoprì di essere sola. Allarmata si guardò intorno per cercare un Suo segno, ma tutto quello che vide fu un biglietto sul Suo cuscino. Era sconcertata, la notte spesa con Lui l’aveva rinfrancata, ma ora la paura dell’abbandono si impossessò nuovamente di lei. Represse una lacrima prima di prendere il foglio ripiegato sul cuscino e l’aprì.
“schiava, appena leggi questo biglietto accendi il telefono e fammi uno squillo affinché Io sappia che sei sveglia”; la donna sorrise felice: era ancora Sua! Sul bordo del foglio lei lesse la Sua sigla con un misto di orgoglio e venerazione, una K.
Sentendosi meglio si alzò, andò in bagno poi cercò il telefonino per adempiere a quanto le era stato ordinato; nel comporre il Suo numero si sentì salire dentro l’eccitazione: tra poco avrebbe sentito la Sua voce calda e carismatica dirle che cosa l’aspettava. Finalmente il telefonino squillò, lei respirò forte e rispose al secondo squillo.
“Buon giorno Mio Signore.”
“Buon giorno schiava, hai dormito bene?”
“Mio Signore, ho dormito serena tra le Tue braccia, ma stamattina, quando mi sono risvegliata da sola ho temuto che mi avessi abbandonata”.
“Finché mi sarai devota e sarai obbediente non vedo il motivo per cui dovrei abbandonarti; ora zitta e ascolta le mie istruzioni: prima di tutto resterai nuda, niente vestiti a meno che non debba uscire; in cucina troverai un collare che indosserai immediatamente. Nel lavello inoltre troverai due ciotole; lavale bene, saranno il tuo piatto e il tuo bicchiere in questi due giorni. Hai capito tutto schiava?”
“Si Mio Signore…”. Lui si accorse della sua lieve esitazione, e lei si senti sciocca per essersi fatta scoprire.
“Hai qualcosa da chiedermi?”
“Mio Signore, posso guardare la tv mentre aspetto il tuo ritorno?” Percepì distintamente il suo sorriso trionfante, stava imparando a decifrare i suoi silenzi e le sue pause.
“Certo che si schiava, ma solo dopo aver sbrigato le faccende domestiche”.
“Grazie Mio Signore, sono felice di essere tua.” Disse lei con trasporto prima di chiudere la telefonata.
La prima cosa che fece appena chiuso fu di soddisfare la sua curiosità andando in cucina; sul tavolo era posato un collare in pelle con alcuni anelli a cui attaccare eventualmente un guinzaglio. Lo prese tra le dita, esitò un istante osservandolo: lei lo voleva, ma l’indossarlo avrebbe significato una sorta di "punto di non ritorno". Lei guardò dentro di se e decise che l’avrebbe fatto, che Lui era la persona giusta perché le voleva bene, che Lui l’avrebbe sempre rispettata, era lei a voler essere sua… e lo sarebbe stata ufficialmente indossando con orgoglio il simbolo della sua sottomissione: il collare.
Dopo averlo indossato lavò le ciotole; erano ordinarie, una blu e una rossa e mentre le metteva ad asciugare si chiese se l’avrebbe costretta a mangiare cibo per cani. Cercò di scacciare il pensiero dedicandosi anima e corpo ai mestieri di casa; rifece il letto, lustrò il bagno e la cucina, quindi diede una spolverata il salotto e nell’ingresso. Quindi mise l’acqua per la pasta e apparecchiò. Verso mezzogiorno decise di aver ottemperato ai Suoi ordini, si inginocchiò davanti alla tv e guardò un film comico, rilassandosi.
Lui fu a casa poco prima dell’una, aveva con se alcuni sacchetti della spesa. Osservò affascinata il Suo sorriso sentendosi amata e protetta, chiuse gli occhi quando Lui la baciò, dischiuse le labbra per sentire la sua lingua insinuarsi nella sua bocca; con intuito del tutto femminile apprezzò il suo trasporto, felice di averLo soddisfatto. Aspettò un suo cenno prima di sollevarsi e servirgli da mangiare e quando Lui lo fece, lei fu pronta a servirLo; poi si inginocchiò ai suoi piedi. Lei attese in silenzio mentre Lui prendeva le sue ciotole, versava dell’acqua e un po’ di pasta; la carezzò e le sorrise.
“Buon appetito schiava” le disse prima di cominciare a mangiare.
Il suo cuore era in tumulto, avrebbe dovuto mangiare sul pavimento come una cagnetta, cercò di non far trasparire la sua agitazione e l’umiliazione che provava, ma Lui voleva così e lei voleva gratificarlo, le piaceva vedere la gioia nei Suoi occhi quando la dominava. Poggiò le mani sul pavimento e mangiò cercando di cogliere i suoi movimenti con la coda dell’occhio. E mentre mangiavano Lo ascoltò mentre le raccontava la Sua giornata, del capo incazzato e del collega lavativo. Aspettò un suo cenno prima di alzarsi, sapeva di non dover prendere iniziative (lo aveva scoperto a proprie spese qualche settimana fa) e quando arrivò mise la caffettiera su fuoco e cominciò a sistemare la cucina, soprattutto il pavimento, che, ne era certa, sarebbe stato il suo tavolo per i prossimi pasti. Mentre sorseggiava il caffè Lo guardò, sembrava stanco anche se gli occhi gli brillavano di eccitazione. Aveva sentito il Suo sguardo seguirla in ogni movimento ed era conscia del Suo desiderio. Ma sapeva anche che Lui aveva molto autocontrollo e che avrebbe deciso il momento giusto per sorprenderla.
“Schiava” – le disse facendola sussultare – “sono stanco, mi sveglierai alle 17.00 per essere torturata”.
Sentì un brivido di eccitazione e di paura attraversarle il corpo, sapeva che avrebbe sofferto e goduto, e sapeva che lui aveva fin troppa fantasia per farla godere con la sofferenza e farla soffrire con il piacere. Lo vide prendere una catena e dei lucchetti dai sacchetti della spesa. Con un lucchetto assicurò la catena al suo collare, quindi la condusse in camera da letto. Intrigata, sentì la sua eccitazione salire quando lo vide assicurare la catena ai piedi del letto.
Senza degnarla di una ulteriore occhiata, si spogliò e si mise sotto le lenzuola addormentandosi quasi subito…
Kappa, 2005

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