Hanno condiviso le mie parole

venerdì 27 gennaio 2012

SEDICI INCONTRI


Il nick appeso in quella stanza a tema. La notte era appena cominciata e stavo finendo un lavoro di ricerca. Entrare in chat era come lasciare aperta una porta, sbirciarvi ogni tanto spinto dalla curiosità di vedere se vi fosse qualcuno ad entrare. La notte di San Lorenzo, quella che infiamma il cielo di stelle….. La notte sembrava aver ingoiato tutti i rumori e l’afa era insoppoartabile. Il letto chiamava ma sapevo benissimo che non si sarebbe dormito. Troppo caldo… ed allora meglio continuare a lavorare a chiudere quel maledetto articolo che il Direttore aveva chiesto. Poi all’improvviso ecco quel nick. Sotto al mio, soli nella stanza. 
“ ‘Notte…”
“Anche a te…. Posso restare qui se non ti dispiace? Sto aspettando una persona.”
“Ci mancherebbe. Sto lavorando ed ero appesso tanto per lasciare la porta aperta.”
“Già… in chat stasera pochissime persone…”
“Eppure dicono che sia una notte magica…. È quella di san Lorenzo…, dicono che questa sera pianga il cielo.” E lei inizia quasi per gioco a recitare i versi di quella straordinaria poesia. Come risposta prosegui in quei versi che lei aveva lasciato in sospeso.
“La conosci anche tu?”
“Sì, la conosco, memoria dei tempi di scuola”
“Di dove sei?”
“Roma, e tu?”
“Lazio, Viterbo.”
“Non siamo distanti…”
“No in effetti, nemmeno un’ora di macchina..”
San Lorenzo, la notte delle stelle…… si parlava di questo, più che della curiosità di scoprirsi. Non le avevo nemmeno chiesto se fosse un uomo o una donna. Il nick era di quelli neutri: Aqua che non lasciava trasparire con esattezza il genere di appartenenza. 
“Come ti chiami?”
“Marco, 44 anni.”
“Piacere. Eleonora, 36”
I catarifrangenti laterali della strada sembravo tenermi compagnia, illuminati dagli abbaglianti. Sembravano lasciare scie rosse impazzite, fili di luce che accarezzavano il buio. Non mi rendevo conto ancora di quello che era accaduto in quell’ora di conversazione di chat con Eleonora. Stavo andando da lei ad incontrarla a metà strada. Incontrarla senza nemmeno sapere chi fosse, solo due voci al telefono che si chiamano per soddisfare una curiosità o forse per accettare il volere di un destino, il gioco del Fato che mette l’uno di fronte all’altro. Quello di una notte magica di San Lorenzo, quella del cielo che si infiamma di stelle. La chiamai mentre guidavo.
“Sono partita da poco, sono in autostrada.”
Non era la conferma di una certezza, era solo sentire la sua voce. Era stata lei a chiedermi l’incontro: non è una pazzia, è un desiderio, il caldo chiama, trasforma la mia pelle, avvolge i miei pensieri, li eccita, li stravolge.
Eleonora. Una stanza SM, il mio nick esplicito, la sua voglia di essere schiava, il suo voler essere trasgressiva, puttana, come lei stessa aveva scritto. Affidarsi ad uno sconosciuto, con il cuore che le batteva a mille, con l’eccitazione che l’accompagnava mentre si preparava, mentre si faceva la doccia, mentre indossava quell’abbigliamento che le avevo ordinato. Sarà una rospa senza fine, mi ripetevo, sforzandomi di immaginare come fosse quella donna. Non può essere altrmenti per cercare quello che sta cercando. Non le avevo nemmeno chiesto la sua descrizione, non mi serviva, era un incontro assurdo, al buio e non poteva essere altrimenti. Eleonora stava cercando questo: un incontro con uno sconosciuto compagno di una notte. Essere puttana, sentirsi puttana come stava desiderando, come quella sensazione chiedeva, voleva. Darsi ad uno sconosciuto con il brivido che questo poteva esigere. La sua voce non aveva inflessione dialettale. Calma, rilassata, sensuale. Una bella voce, senza dubbio. Le piaceva la mia voce che sembrava tranquillizzarla, come se fasciasse il suo corpo di desiderio. Ferma, autorevole, come se sapesse in che modo guidarla, come prepararla a quella follia che desiderava. Avevo chiesto un abbigliamento preciso per l’incontro. Non aveva protestato, non aveva aggiunto nulla, nessuna remora, solo l’ubbidire a quello che io avevo chiesto. Minigonna, scarpe aperte, una camicia sottile, niente intimo, un foulard di seta al collo.
Uscita dell’autostrada. Il silenzio della notte. La mia auto ferma appena fuori del casello. I fari accesi, il motore spento. La musica in sottofondo. L’aria che scotta ancora di quell’estate di sole che nemmeno la notte riesce a rendere sopportabile. L’attesa. La sua auto che si ferma davanti alla mia. Le istruzioni che le ho dettato. Non riesco a vederla, i fari della mia macchina sono di sbieco alla sua. Solo un’ombra all’interno dell’abitacolo. Il foulard che ha intorno al collo… lo slaccia piano, senza fretta, per bendarsi. Aspetto. Secondi che sembrano un’eternità, secondi che raccontano un’eccitazione che cresce, sale lenta, come se quella follia di una notte trovasse il suo compimento. La chiamo per dirmi soddisfatto di come si è bendata. La sua voce ora è bassa, come se attendesse senza più forza, come se attendesse solo il mio prossimo gesto. Apri la portiera! Istanti ancora. Il silenzio della notte sembra rotto dal mio respiro. Accendo una sigaretta. Lei sta apettando. Sente anche lei l’attesa, come se l’eccitazione l’avvolgesse piano, inesorabile. Scendo dall’auto. Lei sente la mia portiera chiudersi. Sono in piedi di fronte a lei. Stringe le mani sul volante, la testa appena reclinata, le gambe aperte, come io le avevo chiesto. Il foulard le copre gli occhi. E’ immobile. In attesa. La osservo, voglio studiare quel corpo di donna, desiderarlo dal vero, mentre lo guardo, come lo ho immaginato in quei chilometri di autostrada. Capelli biondi che sfiorano le spalle, mossi e ribelli, tenuti a freno da quel foulard. Un corpo piacevole, gambe affusolate come le sue mani che scorgo attaccate al volante. La bocca è carnosa, dipinta di rosso, un rosso scuro credo, visto che la penombra non soddisfa appieno la mia curiosità di scoprirla. Nessuna parola… solo l’attesa. Nessuna parola, solo la mia mano che accarezzava piano i suoi capelli, il dorso che percorreva il suo viso, le dita che indugiavano sul contorno del foulard, come per rimarcarne il valore di quella condizione di chi non può vedere, di chi ha forzatamente cancellato un senso. Le labbra sfiorate dalle mie dita, il mio ordine: apri la bocca! Esplorala, sentire la sua lingua, sentirla succhiare le mie dita, avida, il desiderio crescente. Spogliala piano, sbottonare la sua camicetta e vedere i suoi seni, turgidi, i capezzoli eretti, grandi e carnosi. Risalire sul suo collo, il mento e di nuovo la bocca… bagnare le mie dita per scendere a sfiorare la punta dei capezzoli, detergendoli con la sua stessa saliva. Il petto nudo, il seno fiero di essere mostrato. Sei bella Eleonora, sei splendida con il chiarore di questa luna. Erano le parole che lei attendeva, che lei stava aspettando, sapere che lei potesse piacermi, soddisfare il mio desiderio, la mia curiosità. Emozioni che si mescolano, la sua testa che si butta piano all’indietro, come per guardarmi, come per fissarmi, lei che non poteva vedere, come per immaginare il volto di quella persona che le stava regalando quelle emozioni infinite. Giocare con i suoi capezzoli, girarli piano ta le mie dita, senza fretta, lei docile che si presta al gioco. La sua testa tra le mie mani, guidandola verso il mio sesso, eretto, gonfio di piacere, desideroso di affondarsi tra le sue labbra. Spingerlo di forza, un solo colpo per lasciare che tutto il corpo entri nella sua bocca, nella sua gola. Sentirla vibrare, sentirla gemere, come se fosse stato il desiderio atteso che trova coronamento. Tenerle la testa forte e spingere il mio sesso nella sua bocca, scoparle la bocca, spingermi avanti ed indietro per sentire come la sua bocca, la sua gola, la sua lingua asseconda i miei movimenti. La prendo per mano. La camicia bianca è aperta sul petto, i seni sentono il fresco della notte, sembrano sentire la minima variazione di temperatura. La faccio scendere, la guido, incerta nei passi, come chi è cieco e si lascia accompagnare fidandosi senza poter chiedere nulla. È in piedi fuori dall’auto, le sue gambe sono aperte leggermente, poggiano sui tacchi di quelle scarpe che la slanciano. La bacio. La mia lingua è nella sua bocca, violenta, come poco prima era stato il mio sesso. La mia auto si muove lenta, come se dovesse gustare anche questa attesa. Cercare un posto dove non ci possano vedere. Non è distante il luogo, appena pochi metri, lei è seduta sul sedile della mia macchina, appena il tempo di abbandonare il casello e trovare una stradina sterrata. La faccio scendere guidandola ancora, ubriaca di quelle emozioni, di quella follia di San Lorenzo. In piedi, la giro, le mani appoggiate sui montanti della station vagon, il mio corpo che struscia sul suo, sente il mio piacere, io il suo sedere tondo, sodo, fasciato da quella sottile minigonna. Le mie mani la frugano, alzano la gonna, la mia lingua che bagna la sua pelle, i fianchi, la schiena, le natiche, si insinua nel solco del suo culo delizioso, le mie mani che le aprono. Lei istintiva lo sporge in fuori, contraendosi in quel piacere, come se lo offrisse. E’ bagnata, è fradicia del suo piacere… quando le mie dita iniziano ad accarezzare il suo sesso sembra che una voragine la accolga per sprofondarvi dentro. Le dita giocano con le sue labbra, con il clitoride. Lo premono, lo circondano, lo accarezzano, la penetrano, si insinuano sapienti dentro di lei per usicre bagnate del suo succo, della sua eccitazione. La sua bocca che lecca vogliosa le mie dita pregne del suo sapore, come se lo riconoscesse, come se lo sentisse riappartenergli. Una gamba appoggiata al montante dello sportello, le mie dita che ora forzano il suo sesso, la mia mano che sembra forzarlo, che sembra volersi spingere di un colpo dentro di lei, i biondi capelli da prendere, da tirare indietro come per domare chi si è già arreso, chi si è già consegnato senza combattere al nemico. I suoi geniti si fanno vistosi, i sussulti del corpo sono rapidi, uno dietro l’altro senza sosta. Ilsuo orgasmo arriva di colpo, gridato, un lamento strisciato, senza fine. Non ho pietà di quell’orgasmo, non smetto di torturare il suo clitoride, non smetto di sentire le sue pareti, di accarezzarle con le mie dita, di stringere forte i suoi capezzoli, di tirarli come se avessero in me l’unico padrone. Il corpo freme, sussulta, si dimena, come per voler fuggire, come per sentire ancora…… senza tregua, senza riposo, senza interruzione, come se il suo corpo mi appartensse, come se il suo piacere fosse il mio, senza poter chiedere nulla se non la orura del piacere senza sosta. La sento come contrae il suo sesso, come la fica imprigiona le mie dita, come stringe le dita che le stanno dando il piacere, come la sua testa sembra barcollare accompagnando il corpo. La mia mano spinge ancora, la sente di nuovo cedere, le dita si nuovono decise, si fanno largo, si insinuano dentro mentre il pollice va ad accarezzare il suo culo, lo sentono, lo tastano, lo forzano. Ora sento le mie dita attraverso le sue pareti, giocano con il suo copro come se fosse una meravigliosa carezza interna. Il suo culo ha ingoiato il mio pollice, quasi come se fosse cibo per sfamarsi, il corpo si inarca, come per essere offerto al piacere. E’ il suo secondo orgasmo, immediato, come se fosse abbandono totale. Questa volta l’orgasmo è più forte, di breve ma intenso, come se si svoutasse totalmente. Come se chiedesse di essere presa, di sentire quel sesso che ha conosciuto mentre la scopava nella bocca. Un colpo solo… e sono dentro di lei, la tengo per i fianchi, lei alza il bacino per assecondarmi in quella penetrazione profonda…. La sua fica è un lago di piacere… colpi lenti e misurati che si sostituiscono a colpi veloci e profondi come se il mio cazzo volesse aprirla in due, come se volesse sentirla tutta, sprofondare nella sua fica. Il piacere sta colando piano sulle sue gambe, lo sente, come se fosse la testimonianza di quel piacere che ha provato, che prova. Ora il suo sì è gridato, ora il suo “dammelo tutto” è come una supplica, come se spremere i suoi capezzoli sia la concessione di dolore e piacere. La mia voce l’accompagna, stimola il desiderio, stimola la sua fantasia, sentirsi puttana, sentirsi cagna in calore, usata da chi la sta facendo godere senza darle respiro. Bendata, scopata, goduta da chi non ha nemmeno visto, da chi riconosce solo dall’odore di uomo e dalla prepotenza del cazzo che si infila sicuro nella sua fica, nel suo culo, come se fosse una scelta del mio piacere entrare ed uscire da lei, farla godere come una cagna in calore, come la puttana che voleva essere in quella notte di follia, di magia, di San Lorenzo. 
Eleonora baciò le mani di quell’uomo che l’aveva avuta, che l’aveva soddisfatta, che era riuscito a farle provare la follia di un incontro che solo l’assurdità la follia poteva volere. Non ricordava nemmeno quante volte aveva raggiunto l’orgasmo. Non sapeva se fosse stato uno senza fine o se fossero stati infiniti. Lascio quell’uomo all’alba con il sole che iniziava a schiarire i contorni indefiniti della notte. Lui l’accompagnò sembre bendata alla propria auto. Barcollava esausta, spossata, incerta su quelle gambe, ubriaca del piacere ottenuto, come se il suo compagno di quella notte l’avesse svuotata di tutto, di emozioni, pensieri, volontà, deideri, parole. Un sogno…. Sì era come se fosse sogno, come chi è nel dormiveglia e non rinuncia al sogno, vi si aggrappa per non svegliarsi, per non aprire gli occhi e dire è finito. La bacio con una tenerezza infinita, le accarezzo ancora i capelli. Nessuna parola, non servivano le parole, erano i suoi gesti a parlare, lei li ascoltava come se sapesse interpretarli, come se le loro menti fossero in contatto. Lei si era donata a lui e lui si era donato a lei, sapevano entrambi, senza bsogno di dirselo, come se le bocche avessero le stesse labbra, come se il piacere fosse stato scandito all’unisono dai lori corpi. Il sapore del piacere di quell’uomo era ancora vivo nella sua bocca, vi si attaccava come se fosse l’unica cosa reale, certa, vera. La coccolava con una dolcezza infinita. Il desiderio di piangere, di dire grazie, di supplicarlo a non abbandonarla, a non lasciarla era indicibile. Ma non poteva…. Sarebbe stato il tempo a dire… ci sarà un domani, potrò vedere finalmente il volto di quell’uomo che l’aveva donato quel piacere senza fine. Se sarà accadrà le aveva sussurrato lui, come anticipando quella domanda che non vi era stata. Per tre mesi Eleonora incontro puntualmente quell’uomo senza volto, per tre mesi non seppe chi fosse, per tre mesi non le fu concesso di vedere il suo volto, di leggere i suoi sorrisi, di gustare il piacere disegnato sul suo volto. Contò sedici incontri, ricordandoli tutti nei minimi dettagli, imprimendo nella sua mente i giochi che lui aveva costruito per lei, ogni volta diversi, travolgenti. Sedici incontri che non avrebbe mai cancelalto dalla sua memoria di quell’uomo senza volto, dagli occhi di ghiaccio, dal volto bambino che sapeva donarle dolcezza e dolore, forza e tenerezza, come se fosse stato uno straordinario amante. Sedici incontri prima di poter vedere il suo viso, sedici notti di follia e di piacere prima di poter vedere i suoi occhi e piangere per averli conosciuti, attaccata al suo petto come se fosse stata la gioia a trascinarla in quelle lacrime. Sedici incontri prima di poterlo vedere, prima di potergli dire: io ti amo, mio unico Padrone.

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