Al momento di descrivere auesti avvenimenti singolari, mi chiedo ancora se ho chiaramente indicato ciò che si era venuto a creare, tutto ciò che potrebbe attenuare agli occhi del mondo la mia indelicatezza e rendermi meno responsabile. Senza dubbio avevo aperto il cammino. Quelle stesse che io avevo spinto, oggi spingevano me, ciascuna secondo il suo temperamento, verso scopi pericolosi. Un circolo di fuoco, fatto dalla loro passione e della mia, non mi lasciava più che lo stretto sbocco voluto dalle due. Fuggire? Il desiderio mi avrebbe fatto tornare subito. Prolungare il presente stato di cose? Era doloroso, ridicolo, impossibile. Rompere violentemente questo menage di Saffo? Significava prevalere per un attimo per vedere poi la coppia ricostituirsi contro me. Confessare tutto ad Emilienne? Adilée poteva fare una contro-confessione che avrebbe consolidato la sua posizione. Fare credere a Emilienne, contro i miei sentimenti, che Adilée era un'intrigante? Adilée avrebbe subito manifestato il suo disinteresse sbattendo l'uscio, ed io mi sarei ritrovato nauseato vicino ad una donna divenuta fredda (sempre che non finisse per seguire l'altra). In realtà le due donne erano padrone del giuoco e qualsiasi inconveniente io vedessi, qualsiasi minaccia a più o meno lunga scadenza o qualsiasi rottura con la morale della società, dovevo giocare la sola carta che mi era concessa.
Domenica 18 aprile, nel Bois de Boulogne, Emilienne mi disse:
- Ti farò divertire. Adilée ha un piccolo debole per te. Sicuramente, ha bisogno di un sostegno, che non saprei essere io. Lasciando Pierre, ha bisogno di un uomo.
- Per tenere la candela, immagino.
- Oh! lo tollererei da te molto di più di quanto non sopporterei da Pierre!
- Se tu mi vuoi come collaboratore, credo sia leale avvertirti che è un gioco pericoloso.
- Claude, Claude, su di un punto importante per i1 nostro equilibrio, mi piacerebbe essere capita da te! Sai bene quello che hai fatto di me: una donna lacerata tra te, indispensabile, ed una amica che mi è necessaria e pretende essere la sola, o...
- Osa dunque dirlo!
- O di noi due.
- Che cosa mi tocca sentire!
- E' che lei sa essere categorica. Mi disse ieri che non ha più la forza di mentire a Pierre né di mentirmi. D'altra parte lei non ha risorse economiche, è necessario dunque trovare una soluzione.
- Che mi pare piuttosto scabrosa.
- Ascolta, Claude, sono io la più interessata. Ti dò Adilée: non è un bel regalo? Ti dò a lei; è il più gran regalo che potrei farle.
- Ma, facendolo, tu conservi tutti e due.
- E' necessario.
- E se ti dicessi che non so ancora cosa farmene della tua Adilée?
- Avrò tentato almeno l'ultima possibilità di rimanere tua moglie. Soffro molto, Claude, di questa situazione nella quale mi hai messo. Ma infine, di fronte alla donna che hai gettato nelle mie braccia io non posso fare altro che obbedire.
Il lunedì seguente, la mia spiegazione con Adilée non fu meno severa. Quando le elencai il menù della discussione coniugale:
- Io mi chiedo veramente, - disse lei - dove Emilienne abbia potuto pescare un'idea simile. Il fatto è che bisogna uscire da questa situazione. Ma averti chiesto così, che tu divenga il mio amante, mi fa cadere dalle nuvole.
- Ti meravigli un po' troppo di quello che 1e tue parole hanno provocato.
- Andiamo! Tutt'al più ho detto a tua moglie ridendo che sarebbe simpatico vederti arrivare.
Mi guardò di sottecchi. Mi sembrò che l'ultimatum dolciastro di mia moglie si consolidava con un tacito ultimatum della mia amante. M'informai sul successivo appuntamento: fu fissato per giovedì 22 aprile, alle quattro, nello studio di Cerche-Midi. Seppi che Emilienne, contrariamente ad un mio espresso desiderio vi era già stata ammessa. Adilée credette bene farmi intendere che, quel giorno, dopo l'arrivo di mia moglie, avrebbe messo la chiave sotto il tappetino.
La mia prima intenzione fu quella di non accettare quell'invito dispotico ed infatti, alle tre e mezza, quel giovedì, mi trovavo in pantofole a Montmartre, mentre Emilienne, andava a trovare Adilée « da qualche parte a Parigi ». Ma quando misurai tutto ciò che era in giuoco, quando evocai i nudi e gli amplessi di quei due corpi che rischiavo di non rivedere più, quando intravvidi lo spettro della loro fuga e della mia esclusione, mi vestii, saltai su un tassi e con voce secca indicai all'autista il numero di Cherche-Midi. Erano le quattro e venticinque. Salii con passo silenzioso le scale nella penombra. La chiave era sotto il tappeto. M'infilai nell'anticamera e raggiunsi la porta aperta dello studio. Nessuno in vista (il letto era in un angolo a destra, nascosto da un battente) ma, vicino a me, la poltrona e la sedia testimoniavano l'esistenza di una doppia e profonda intimità. Gli indumenti giacevano con l'ordine in cui le due donne si erano svestite, tanto bene che si poteva indovinare chi per prima si era tolto il vestito, chi sulla camicetta dell'altra aveva gettato il reggiseno; le calze, penzolanti dai braccioli della poltrona, sul pavimento, le scarpe sparse ai quattro angoli della camera, e sul comodino un mucchio di braccialetti, collane e pettinini, che rivelavano la stessa fretta. Feci un passo prudente in modo da permettermi di vedere nel grande specchio in mezzo al letto, la stretta del corpo a corpo.
Sui cuscini messi alla meno peggio per l'incalzare di posizioni elaborate, c'era un quadrettato di carni brune e bionde di membra apparentemente allacciate in modo paradossale. Adilée aveva comunque dovuto sentire fresco poiché aveva indossato, senza abbottonare, il reggiseno di Emilienne, quello del primo giorno, che nella sua trasparenza, di tulle nero, lasciava intravedere gli ocri oscuri della spalla algerina. Capelli spettinati senza cura, mani chiare stringenti i fianchi scuri finivano di sconcertare l'artista. La sorpresa del 9 marzo mi era valsa uno spettacolo di grande bellezza: era voluttà pura. Osservai l'immagine movimentata allo specchio prima di guardare direttamente quei due corpi. I serpenti Laocoontini poi si separarono. Vidi nettamente Adilée piantare nella narice di Emilienne la lunga punta bruna di uno dei suoi seni induriti e tesi, punta che mia moglie inghiottì, aspirò golosamente, mentre più in basso la sua mano lasciva preparava il posto. Poi, di colpo, la bocca della bionda scese tutti gli scalini del corpo della bruna e, senza sosta, si precipitò sul triangolo, triangolo che tanto bene da adesso avrebbe rappresentato il nostro. In Adilée era un tappeto ampio e magnifico, che ricopriva il ventre fino a raggiungere l'ombelico e si apriva in un crespato decrescente sull'inguine delle coscie. Già tutta la parte bassa del viso di Emilienne si perdeva come il muso di una capra nelle alte erbe. Al di sopra del suo naso schiacciato sul monticello, non si vedevano più che i suoi occhi focosi e roteanti assorti nel triplice regalo dell'odorato, del gusto e della vista. Adilée con la testa completamente riversa, apriva le mani come se la manna del piacere vi ci dovesse cadere. Era più di quanto la mia esasperazione potesse sopportare. Fu più forte di me e saltai fuori. Adilée mi vide e si tolse dal bacio di Emilienne che, stupefatta a sua volta, seguiva con una specie di religioso fervore l'avanzo del priapo sfrenato.
Non v'era più posto per parole: il fatto è che tutti e tre quando m'intrufolai nel letto, restammo rigorosamente muti. Emilienne non sembrava osservare che il mio viso; Adilée, al contrario, aveva occhi soltanto per la lasciva divinità. Ma i loro seni ugualmente offerti fremevano; tutte e due, mi strizzarono l'occhio per forzare la mia preferenza. Senza volontà di scelta, io sentii che, sotto pena di squalificarmi non potevo non scegliere.
Fu Emilienne che io strinsi con tutte le mie forze nelle mie braccia, ma possedetti Adilée. Mia moglie si mise in bocca tutte le dita della sua mano sinistra e le morse, non senza che un grido rauco uscisse dalla sua gola, mentre Adilée la tirava dai capelli per obbligarla a vedere. Caddi riverso; il peggio era stato consumato.
Sulla mia vittoria, Adilée ebbe ancora il sangue freddo, di baciare le labbra della sua amica, poi s'appoggiò, scossa dai singhiozzi sulla gola gemente, chiedendo perdono e pietà. Fui preso da un sonno sereno su cui sentivo planare l'ombra formidabile del mio crimine. Infine, mi vestii e stancamente uscii, non senza annunziare loro che le aspettavo alle nove per cenare da Lipp.
Arrivarono ricomposte e stranamente allegre. Emilienne aveva gli occhi ancora rossi, ma scintillanti.
- Ah! Credevo di morire, dichiarò, ma mi sento più a mio agio.
Le feci sedere di fronte a me sulla panca. Adilée prese la mano sinistra di mia moglie e, a costo di mangiare colla sua sola mano sinistra, la tenne stretta fino alla fine del pranzo. Si parlò di tutto e di niente, ma alla frutta, anche del difficile merito di essere anormale.
Dopo il caffè, verso le undici, la Bretone andò a lavarsi le mani, e l'Algerina mi disse:
- Sai potresti bene farla contenta davanti a me, la prossima volta. Al punto in cui ci troviamo...
E così fu, quella notte stessa (perché Adilée venne a prendere lo champagne ai Brouillards). Loro si svestirono di nuovo, ognuna per conto suo, con la sicurezza dell'abitudine. Fu Adilée stessa che spingendomi verso Emilienne, mi additò la femminilità di mia moglie. Quando io obbedii lei si accontentò di chiudere gli occhi.
Io abbracciai le due vite abbandonate e caddi in un lungo torpore. Ci ritrovammo all'alba, d'accordo e tranquilli, come se mai nelle nostre vite avessimo fatto niente di più naturale. Col tè del mattino, che Adilée ci servì sulla « toilette » di Emilienne, un solo bacio, al momento dell'addio, unì le nostre tre bocche.

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