Hanno condiviso le mie parole

venerdì 29 agosto 2014

L'INIZIO



Era la prima volta. La prima volta “così”.
Arrivai nella camera che aveva scelto per noi un’ora prima di lui. Dopo una lunga doccia bollente mi vestii come mi aveva chiesto e rimasi in attesa, domandandomi ancora una volta perché mai quel desiderio improvviso di vederci in una stanza d’albergo e non a casa sua come sempre.
Mi trovò sdraiata sul letto con indosso solo le autoreggenti e un bustino nero, tacchi a spillo altissimi e nessun ornamento.
“Fatti guardare” mi disse porgendomi la mano. Mi alzai in piedi e rimasi in silenzio sotto il suo sguardo: era come se non lo avessi mai visto prima. Mi aveva fatto promettere che sarei stata in silenzio e che dalle mie labbra non sarebbe uscito un solo gemito, mi aveva fatto promettere che non mi sarei sottratta a qualunque cosa avesse deciso di farmi. Ed io avevo accolto quella novità nel nostro rapporto come una sorta di gioco, gli avevo detto “sì” più per curiosità che per convinzione.
Eppure adesso l’uomo che mi stava dinnanzi mi era estraneo. Conosciuto, amato ed eppure estraneo. Ammantato di un’autorità che non gli avevo mai riconosciuto prima.
Mi porse un elastico e mi chiese di legare i capelli. Lo guardai con un disappunto: gli erano sempre piaciuti sciolti.
“Sarà più comodo” mi disse in risposta alla mia silenziosa domanda.
Non sapendo che altro fare legai i capelli e rimasi immobile. Nulla mi aveva chiesto lui e nulla osai chiedere io.
Si spogliò in silenzio e si portò alle mie spalle. Mi baciò il collo lentamente, poggiando le sue labbra su ogni centimetro di pelle disponibile. Le sue mani vagavano sul mio corpo, le dita giocavano coi merletti che avevo indosso, insinuandosi tra essi, afferrando i seni, stringendoli piano, pizzicandone le piccole estremità rosate già turgide di piacere…
Chiusi gli occhi lasciandomi trasportare da quelle carezze che nel tempo avevo imparato ad amare. La sua straordinaria delicatezza era sempre stata rassicurante e accogliente ed io, circondata dal calore del suo corpo, mi sentivo a Casa.
Quando quelle suadenti carezze giunsero al clitoride, tormentandolo delicatamente con piccoli cerchi lenti e cadenzati, non riuscì più a reggermi in piedi e mi abbandonai contro il suo corpo sicura del fatto che mi avrebbe  impedito di cadere.
E lui mi sostenne prontamente con un braccio ma senza per questo rinunciare al dolce tormento che mi stava infliggendo.
Sollevò il mio viso verso di lui e mi baciò dolcemente le labbra.
“Sei bagnata” disse sorridendo  “La mia piccola deliziosa bambina è già pronta per iniziare a giocare vero?”
Mi ritrovai con il busto riverso sul tavolo, le gambe aperte, le terga e il sesso oscenamente esposti. Stranamente non mi vergognavo di quella posa per me così innaturale. Essere lì era essere lì per lui, per assecondare il suo volere. E se era questo che voleva da me, io avrei saputo mettere da parte la mia vergogna.
Per lui. Perché lui lo aveva chiesto. Perché io lo volevo.
Si abbassò quel tanto da consentirgli di avere il mio sesso alla portata delle sue labbra e lo baciò. Mi baciava con misurata lentezza, la lingua che si insinuava decisa e sapiente tra i petali del mio fiore cercando, gustando, assaporando…
Accarezzando con dolcezza le terga le sue mani si spostarono sui miei fianchi, le dita a pizzicare nuovamente i capezzoli nascosti sotto il pizzo. Quante volte avevamo giocato così? Conoscevo il piacere che le sue dita avrebbero donato sfiorando il mio corpo, sapevo quali fremiti avrebbero scatenato in me, come avrei gioito ed infine goduto delle lente attenzioni che esse mi riservavano… cosa c’era di diverso dunque? In che cosa “questa” sera avrebbe dovuto essere diversa dalle altre? Senza poterlo guardare in viso la mente era divisa tra il piacere che il corpo le comunicava e la curiosità di scoprire il prossimo passo di quel viaggio che con lui aveva iniziato.
“Promettimi di ubbidire Elena. Non voglio un fiato da te venerdì sera, nemmeno una parola. Voglio avere il controllo completo del tuo corpo Elena… Lo permetterai? Mi permetterai di usarti come io desidero?” …Perché?... Perché?...
Il primo morso arrivò sulle mie terga inatteso e violento, costringendomi e sussultare sia dalla sorpresa che dal dolore. E non si fermò al primo...
Faceva male. Faceva male …ed io ho promesso di restare ferma e immobile… alla fine fui costretta io stessa a mordermi le labbra per evitare di gridare. Era un delirio: volevo scappare, fuggire… e sapevo di non poterlo fare, di non volerlo fare.
Eppure, se la sua bocca impartiva dolore, le sue mani dispensavano piacere. Le sue dita stringevano  il clitoride con delicatezza,  lo circondavano, lo stuzzicavano… dolore e piacere nello stesso tempo… era dunque possibile?
Persa in quelle mille sensazioni, fu come impazzire: se una parte di me avrebbe voluto urlare per il dolore che provava, avrebbe voluto dire basta e supplicare il suo carnefice di interrompere quella lenta tortura, un’altra me che mi albergava dentro e della quale non avevo mai avuto coscienza riusciva a pensare solo una cosa… “Continua! Continua e non ti fermare, ti supplico!”
Piacere e dolore insieme, la volontà di restare immobile ed il desiderio di fuggire. Cosa diavolo ci fai qui Elena? Silenziose lacrime rigarono il mio volto. Se di dolore o di liberazione non sono in grado di dirlo.
Contratto, il corpo era teso come un arco pronto a scoccare la sua freccia, come se già attendesse il prossimo morso, chiedendosi quando quei denti aguzzi avrebbero nuovamente affondato nella sua carne.
Il dolore era troppo forte e troppo intenso per consentirmi di rilassarmi… eppure le sue mani mi regalavano un piacere infinito! La bocca dava dolore al corpo, al “fuori” di me… e le sue dita scavavano nel mio essere, nel mio “centro”, cercando e donandomi un piacere sapiente e antico. Era come ritrovare il mio essere Donna tra le sue mani, affidarmi al mio opposto per ritrovare me stessa.
…Il primo orgasmo… …il secondo… …il terzo… Intorno solo silenzio e la mia anima che lentamente si risvegliava dal suo sonno ed entrava in ascolto di se stessa. Lacrime e delizia… dolore e piacere… era dunque questo ciò che Roberto aveva deciso di farmi scoprire?
Quando infine decise di prendermi anche le lacrime erano ormai cessate: ero caduta in un oblio ovattato, la mente in completo ascolto del corpo… sorpresa, stupita, incredula…
Entrò con dolcezza nel mio essere, come faceva sempre.
Non mi ero spostata da quel tavolo e continuavo a non vedere il suo volto, ma erano di nuovo i giochi che conoscevo, era di nuovo il mio amore che tornava da me: Roberto con la sua dolcezza, la sua attenzione…
Mi prendeva Roberto, prendeva il mio essere: senza afferrarmi, senza sottrarre nulla. Era sentire la sua energia, essere una sola cosa, insieme.
Sollevai la testa con l’intenzione di voltarmi per poter guardare la luce nei suoi occhi ma…
No, si limitò a dire.
La sua mano sul mio capo fu come una nevicata in pieno agosto. No. Punto. Dunque non mi sarebbe stato concesso guardare i suoi occhi mentre il suo corpo prendeva piacere del mio. Cosa diavolo ci fai qui Elena? Vattene! Eppure quella mano che con fermezza teneva il mio volto incollato al piano del tavolo era gentile. La pressione delle dita sul viso erano quasi una carezza. Non era essere imprigionata, era semmai un essere tenuta. Con fermezza ma senza costrizione. Mi sorpresi nello scoprire le mie sensazioni: riversa su un tavolo di una qualsiasi stanza di un qualsiasi albergo… le gambe aperte ed il sesso usato, preso, goduto… la schiena e il volto tenuti fermi da una mano imponente e allo stesso tempo dolce… stavo bene.
Stavo bene con me stessa e con il mio corpo, stavo bene con Roberto e con il suo prendermi così, ubbidiente e docile.
Si divertì a giocare con i miei capelli, tirò quella coda che mi aveva imposto e lo sentii sorridere mentre la usava per solleticarmi la schiena. Giocava Roberto… prendeva il mio corpo, lo usava… e nello stesso tempo ci giocava…
Lasciò scivolare un dito tra le mie labbra e mi scoprii lieta di poterlo accogliere nella bocca. Aveva il sapore del mio piacere e non seppi resistere alla tentazione di gustarlo lentamente raccogliendolo con la lingua, succhiandolo dalle sue dita allo stesso ritmo con cui lui lo prendeva da me cavandolo dal mio essere, lasciando che  inondasse il suo sesso.
L’altra mano non aveva smesso di tormentare il clitoride… gli orgasmi continuavano a susseguirsi in una lunga catena di sensazioni conosciute e allo stesso tempo nuove. Non era solo il corpo a fare l’amore, era la mente tutta ad essere posseduta dal mio amante. Ed io mi sentivo completamente abbandonata tra le sue mani in un’estasi gioiosa e rassicurante: Roberto mi amava. Giocava con me, mi usava persino, ma mi amava. Potevo sentirlo in tutto ciò che faceva, nel piacere che mi donava e che non lesinava, il quelle mani forti e decise che tuttavia nulla costringevano e nulla afferravano… mi lasciai cullare dal ritmo delle sue spinte, abbandonandomi su quel tavolo come fosse il più accomodante dei letti.
Si fermò esattamente un attimo prima che io raggiungessi l’ennesimo orgasmo e mi sentii quasi tradita da quella mancanza di “attenzione”. Roberto, il mio Roberto sempre così premuroso e attento al mio piacere, ora me lo negava?
Mi aiutò a sollevarmi e accarezzandomi il viso mi disse: Non sarà più così semplice mia dolce bambina. Il tuo piacere è troppo intenso, troppo repentino. Non basterà più il desiderio, il piacere… dovrai imparare a meritarlo mia dolce.
Lo guardai sorpresa e decisamente confusa. Cosa mai poteva voler dire con “meritare il piacere”?
Mi condusse verso il letto sdraiandosi sopra di me. Lo accolsi con un dolce abbraccio, il corpo che già pregustava il momento in cui gli sarebbe nuovamente appartenuto. Lo cercavo Roberto, cercavo il suo essere e il suo sesso su quel letto ancora intatto. Lo volevo, lo desideravo, desideravo il piacere che sapeva donarmi. Desideravo il modo in cui sapeva prendermi, quel suo entrare dolcemente e quelle sue spinte che diventavano sempre più intense, voraci quasi. Lo desideravo dentro di me. Nel mio corpo, nella mia anima… Dentro…
Ma nessun mare venne a bagnare le mie spiagge infuocate.
Roberto si sollevò allontanandosi da me e guardandomi dritto negli occhi con voce imperiosa mi disse: apri le gambe Elena, voglio vedere il  desiderio con cui mi aspetta la mia Puttana.
Quelle parole mi colpirono con la violenza di un uragano.
Puttana? E da quando ero diventata una Puttana per Roberto, per il mio amore? Era così che mi vedeva dunque? Questo ciò che di me pensava?
Cosa ci fai qui Elena? Vattene per la miseria! Alzati da questo maledetto letto e vattene! …E invece rimasi immobile e zitta, perché era questo ciò che avevo promesso. Lui sorrise alla ribellione mista a muta accondiscendenza che leggeva nei miei occhi… accondiscendenza che malgrado la sorpresa e la delusione non potevo ne nascondergli né tanto meno negare a me stessa. Mi odiavo… in quel momento mi odiavo profondamente. Per non sapere… per non volere… dire no.
Aprì le mie gambe usando entrambe le mani e facendo leva sulle ginocchia le piegò fino a farle sfiorare i seni. Le tenne così, aperte ed immobili, mentre con la bocca tornava a cercare il mio sesso. Voltai la testa per non guardare, non volevo vedere quel suo modo di assaporare la mia pelle con tutti e cinque i sensi… quegli occhi pieni di luce, quasi estasiati dinnanzi ciò che tanto adoravano… i respiri lenti e profondi, come per bere l’essenza che emanava da quelle piccole e carnose labbra… il suo volto che le sfiorava, accarezzandole quasi… ed infine le sue labbra che si posavano sulle mie baciandole con dolcezza… ed il rumore sordo e sensuale della sua lingua che lenta si inabissava dentro me…
Continuavo a non voler sentire il corpo. Il viso orgogliosamente voltato, mi ostinavo a non concedere a me stessa il piacere che la sua bocca donava. E adesso cos’altro farà? Magari mi pagherà anche? Ma che razza di pervertito sta dimostrando di essere?! Come ho potuto essere così tanto stupida? Come?! Un rabbia improvvisa si impossessò di me. Puttana… lui mi baciava in modi che adoravo ed io riuscivo a pensare solo a quella stramaledetta parola: Puttana… La Mia Puttana.
La tua Puttana un corno! Ho promesso il silenzio e l’obbedienza, non avrai altro da me stasera. Non avrai altro da me mai più!!!
Fiera della mia decisione abbandonai ogni resistenza, se gli avessi tolto la soddisfazione di vedermi furiosa e ribelle si sarebbe stancato in fretta di quel suo giochino. E appena fossi stata libera…
Ma Roberto non si stancò. Sotto l’incessante assedio delle sue labbra fu il mio stesso corpo a tradirmi… e mi ritrovai costretta a  capitolare non solo di fronte a lui ma anche di fronte a me stessa. Fremevo al tocco di quella lingua che scavava, frugava, si insinuava dentro me… fremevo sotto quei denti che afferravano le piccole labbra, le tiravano, le mordevano… fremevo quando usava le sue mani per bagnare il clitoride del mio stesso piacere… Fremevo e non potevo negarlo. Sentivo il mio corpo inarcarsi, sentivo le mie braccia protrarsi verso di lui, le unghie ad arpionare le sue spalle, il desiderio ardente di poter liberare le gambe dalla sua stretta, per poter sollevare il bacino e poter essere io ad offrirgli il mio sesso… io ad offrire me stessa affinchè egli potesse usarmi e darmi piacere. E darsi piacere… Eccoti qui Elena, guardati. Guarda ciò che sei. Ascolta ciò che senti. Non sei dunque una Puttana? Non sei forse la Sua Puttana ora? Il tuo corpo chiede di lui… lui ti bacia e tu vuoi di più, vuoi il piacere intenso e senza fine, vuoi essere presa e posseduta… Vuoi essere scopata Elena, ammettilo! E’ questo che vuoi ora. I baci non ti bastano, tu vuoi essere scopata!
Io volevo essere scopata. Questa era la realtà. E non ero dunque una Puttana? E non ero infine la Sua Puttana?
Nell’attimo stesso in cui l’anima si abbandonava a questa nuova consapevolezza, la mente ribelle e battagliera sentiva di doverla rifiutare. La Sua Puttana… sua!!!... NO! Appartengo a me stessa, a me stessa soltanto. Non gli permetterò di prendermi così, di tenermi in suo potere così. Lui mi baciava, entrava in me con le dita, con la lingua… mi prendeva, disponeva di me mentre io combattevo una guerra silenziosa contro me stessa, divisa tra l’accettare ciò che l’anima sentiva e l’assecondare ciò che la ragione gridava.
Fu la ragione a prendere il sopravvento. In ciò che in quel momento mi parve di poter definire “un attimo di lucidità” allontanai il suo volto dal mio sesso con decisione, usando entrambe le mani: non volevo gridare quel piacere che stava arrivando forte e intenso, così intenso da farmi girare la testa e da togliermi il respiro. Sarebbe stato come dirgli sì, sarebbe stato come ammettere di essere La Sua Puttana.
Non puoi Elena, non puoi… è cedergli l’anima, non lo capisci?
Rimasi per un attimo con gli occhi chiusi, le mani sul capo nel vano tentativo di impedire alla stanza di girare. Quanto tempo era che non arrivavo al limite estremo così con un orgasmo?
Quando rientrai abbastanza in me per poter ragionare di nuovo mi ritrovai un paio di occhi verdi puntati addosso con uno sguardo interrogativo.
- Cos’è che fai fatto Elena? Erano mani che negavano quelle? -
La mia determinazione di un istante prima parve svanire in un soffio. La delusione che gli leggevo negli occhi era talmente grande che mi si spezzò il cuore. Ma come avevo potuto infrangere così la mia promessa? E per cosa poi, stupido orgoglio? Mi ci sentivo… Puttana… lo sapevo e ci combattevo contro ugualmente. E per cosa? Per non assecondare l’uomo che amavo? Per non voler appartenere all’uomo che amavo? Non appartenere all’uomo che amavo? Ero sua tanto quanto lui era mio o no? Lo ero. E dunque? Da chi fuggivo, da lui o da me stessa? La confusione era grande dentro me. Emozioni diverse e contrapposte lottavano senza sosta ed io non sapevo, non riuscivo, a comprendere cosa volessi realmente.
- Io… – e non sapevo e non so tuttora da dove mi uscirono quelle parole – io credo di… penso che… - un lungo respiro, un attimo di pausa, i suoi occhi dentro ai miei ed infine lo dissi, dissi ciò che sentivo dentro – io merito di essere punita perché non ho ubbidito ai tuoi voleri mio signore – ma che diavolo stai dicendo Elena, sei impazzita?
Per un attimo parve quasi sorpreso nell’udire quelle parole… e poi  una dolcezza infinita si impadronì dei suoi occhi – hai ragione mia piccola dolce Puttana – disse accarezzandomi il volto - meriti di essere punita –
Mi spogliò del bustino di pizzo e si chinò a baciare i miei seni con tenerezza. Si allontanò solo per un istante, solo il tempo di tornare con qualcosa di piccolo tra le mani.
- Queste faranno male – la voce ridotta a un roco sussurro nel mio orecchio – ma so che le sopporterai in silenzio perché è la punizione che tu stessa hai chiesto mia dolce Puttana -
Sentii un dolore lancinante al capezzolo destro, talmente forte da togliere il respiro. Non riuscii a non inarcare il corpo e né tanto meno a trattenere un acuto gemito. Riaprii gli occhi e guardai il mio seno: saldamente piantata sul mio capezzolo c’era una molletta. Una semplice, normalissima, comunissima molletta.
- Oggi saranno quattro, per i tuoi seni e per le tue piccole labbra Elena. Resterai immobile e sopporterai il dolore della punizione, così come hai chiesto di fare. Comprendi vero?  Comprendi al necessità di ricevere dolore per aver disubbidito a un comando? -
Comprendevo. Comprendevo la delusione che avevo letto nei suoi occhi e soprattutto comprendevo la meschinità con cui fino a quel momento avevo nascosto il mio Essere a me stessa. Accettavo quella punizione più per me stessa che per Roberto. Più per il fatto di non aver saputo riconoscere e accettare la mia natura di Puttana che per il desiderio di fare ammenda per aver disubbidito a un ordine. Volevo punire me stessa accettando l’umiliazione di lasciare che mi punissero.
Lo guardai mente posizionava la seconda molletta sull’altro capezzolo. Sussultai per il dolore, ma questa volta strinsi i denti e non permisi a un solo gemito di uscire dalle mie labbra.
Tremai come una foglia quando  posizionò le ultime due mollette sulle piccole labbra.
Restò a guardarmi per un tempo che mi parve infinito. Il suo sguardo correva dai quei seni torturati a quel sesso così innaturalmente aperto, forzato e l’approvazione che leggevo nei suoi occhi mi ripagava del dolore che sopportavo, di quelle mollettine tirate senza tregua dalle sue mani e dei piccoli morsi che afferravano la mia carne costringendomi a contorcermi come se fossi preda di una visione da incubo.
Chiusi gli occhi entrando in ascolto di me stessa: non sentivo più quella divisione che tanto mi aveva dilaniato momenti prima. Era come se mente e corpo fossero diventati un tutt’uno… ciò che il corpo sentiva come dolore, la mente lo percepiva invece come piacere intenso e profondo… un connubio di sensazioni capace di portare alla pazzia. Pazzia… era questo ci che sentivo? Mente e corpo insieme… il corpo completamente annullato dal dolore, la mente completamente annullata dal piacere… era come esistere e non esistere al tempo stesso, paradiso e inferno insieme.
- E’ il tuo dolore mia piccola Puttana – disse Roberto baciandomi le labbra – è il dolore che diventa piacere… è come impazzire vero? -
Una ad una mi tolse le mollette. Faceva male, faceva molto più male toglierle che riceverle. Eppure per un istante mi sentii persa senza le mie mollette …e da quando erano diventate mie?... era come se mi avesse tolto qualcosa di prezioso, una cosa appena conosciuta e già diventata irrinunciabile.
- Le riavrai mia dolce, le riavrai presto – promise.
Lasciando scorrere le mani sul mio corpo mi voltò prona e prese ad accarezzarmi la schiena. Dopo qualche istante sentii lo scatto di un accendino e un familiare odore di cera pervase la stanza.
Guardai Roberto senza capire… - Le mollette erano la punizione che avevi chiesto Elena, la punizione per il gesto che hai compiuto. La candela è per aver chiesto la punizione, perché hai usato la voce per farlo. Ricordi la tua promessa? Non un fiato… -
Era vero, avevo mancato non una bensì due volte e nemmeno me n’ero resa conto.
Gli occhi persi nella fiamma della candela avvertii un improvviso senso di terrore farsi strada dentro me, un’emozione nuova e difficile da spiegare. Non era paura dell’uso che Roberto avrebbe fatto della candela, perché dentro il cuore sentivo che mai mi avrebbe arrecato intenzionalmente un dolore insopportabile o peggio ancora permanente. Non era paura per il corpo. No, era paura per l’anima quella che sentivo. Nello spazio di un istante una nuova consapevolezza invase il mio essere, una consapevolezza talmente intensa da essere dilaniante: la prima punizione l’avevo chiesta, questa mi veniva imposta. Mi veniva imposta e io la stavo non solo accettando ma anche accogliendo. La naturale conseguenza di questo mio agire era unica, inequivocabile e irreversibile: abbandonavo il controllo di me stessa per cederlo a Roberto.
Adesso Elena, adesso si che gli stai davvero cedendo l’anima!
Ero davvero disposta a farlo?
La prima goccia cadde inesorabile sulla mia schiena ed io non mi mossi di una virgola da dove mi trovavo…
Sì, ero dunque disposta a cedere la mia anima a Roberto.
E lo accettavo, finalmente riuscivo ad accettarlo.
…E fu di nuovo come scendere negli abissi della mia anima…
Le calde gocce sembravano dilaniare la mia carne, cadevano piccole e veloci e ciascuna di esse avvolgeva il mio corpo col suo calore, lo scorticava, lo consumava…
Ed io scendevo e scendevo sempre più in profondità dentro me stessa… immagini di ricordi confusi riaffioravano da chissà dove seguendo il ritmo della cera che colava sul mio corpo.
Attendevo quelle gocce, attendevo quel desiderio di voler fuggire dinanzi al dolore e quella ferrea volontà di voler restare, di voler essere presente nell’attimo in cui esse mi avrebbero portato il dolore a cui agognavo. Volere… non volere…
Volere… non volere… era ciò che accadeva anche alla mente, desiderio di scendere più in profondità, di sentire ciò che il dolore portava, e la paura di guardare oltre. La paura di guardare oltre quel muro d’ombra che ciascuno ha nella sua mente.
Non andare oltre Elena, così ti spezzerai…
- Va tutto bene amore? Vuoi che smetta? – la voce di Roberto era davvero preoccupata…
 - No – dissi soltanto – continua fino a quando TU non deciderai di smettere, starò qui senza fuggire –
Ero come in trance…
Un’altra goccia e un’altra ancora… e dentro me il muro d’ombra era sempre più vicino. Cosa c’era dietro? Cos’avrei trovato dall’altra parte?
Un’altra goccia e un altro sussulto... e sentii spezzarsi qualcosa dentro, catene forse… e il muro d’ombra che avevo davanti agli occhi si dissolse nel vento.
Incapace di dare un nome a ciò che sentivo, incapace di comprendere ciò che era accaduto, scoppiai a piangere.
Faceva male, faceva più male delle mollette e della cera ed eppure era bello come volare. Era come avere le ali e ritrovarsi a volare.
Roberto spense la candela e si sdraiò accanto a me. Mi abbracciò con dolcezza e mi baciò il volto rigato dalle lacrime.
- Ora sei libera mia dolce anima, libera di vivere ciò che sei. E’ stato tanto terribile? -
La mia riposta fu una serie interminabile di singhiozzi. Permettendomi di abbandonarmi a lui Roberto aveva spezzato catene nell’anima di cui nemmeno ero a conoscenza. Accettare la mia vera natura ed aver avuto il coraggio di affidarmi a lui per incanalare le mie energie mi aveva portato il più grande dei doni: la Consapevolezza di ciò che io stessa ero.
Facemmo l’amore con lenta dolcezza, quasi a voler bere la pelle, a voler dissetare l’anima prima ancora del corpo. Era come ritrovarsi dopo secoli di lontananza, fu come conoscersi per la prima volta. Lasciai che usasse il mio corpo in ogni modo possibile, come mai avevo fatto prima… non mi risparmiai e non gli risparmiai nulla.
E lui parlava e parlava, riempiva l’amore di desideri e fantasie. Mi parlò di corde che attendevano di legare il mio corpo e di bende pronte a coprire i miei occhi… e di miele, dolce nettare che avrebbe gustato sul mio corpo.
E della Sua Puttana, la sua splendida Puttana che sola avrebbe saputo donargli un piacere infinito. La sua splendida Puttana che quel piacere avrebbe imparato a risvegliarlo ogni volta più forte e intenso… lo avrebbe alimentato col suo stesso piacere… lo avrebbe accolto e custodito dentro se stessa…
Gli appartenevo, ero sua nel corpo e nella mente. Legata alla sua anima  appartenevo al mio signore come una perla appartiene al mare. Non avevo più bisogno di lottare contro me stessa e non avevo più paura di scendere nelle profondità della mia anima: appartenendo a Roberto appartenevo a me stessa. E Roberto avrebbe avuto cura di me e della mia anima, sempre.
Le ore erano trascorse veloci ed era giunto il momento di uscire dal nostro regno incantato e di tornare alla vita di sempre. Ma sarebbe più stata la stessa? Mentre mi rivestivo Roberto tornò a baciarmi il collo, le mani a cercarmi ancora e ancora…
- Ah, la mia dolce splendida Puttana – mi disse sorridendo – che mi combini bambina? Neanche il tempo di finire e già vuoi ricominciare? Guarda qui come sei bagnata... di nuovo! -
Ridendo mi buttò nuovamente sul letto, mi cinse per le spalle e mi prese così, tenendomi stretta contro il suo corpo.
- Voglio saperti sempre così da oggi in poi Elena. La strada è lunga ma tu imparerai a percorrerla… ma oggi voglio sapere che sarai sempre così, sempre pronta ad esaudire i desideri e le voglie del tuo padrone, in qualsiasi momento. Lo farai per me? Lo farai mia dolce Puttana? -
Mentre accoglievo il suo piacere dentro il mio corpo, dalle mie labbra uscì quell’unica parola che per tutta la vita avevo disperatamente cercato: sì.

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