Hanno condiviso le mie parole

venerdì 29 agosto 2014

SCRIVIMI SULLA PELLE


Ti ho trovato per caso, ma nulla è meno casuale del caso.
Io amo i giochi di parole, tu con le parole ami giocare, attrarre, respingere, confondere e avvolgere, ci cammini sopra come un funambolo senza la rete, le depositi qua e là perché qualcuno le raccolga.
Sono andata a cercarmele le tue parole, ho imparato a riconoscerti subito, a saltare le mille righe che non eri tu guidata dall’istinto, per ritrovarti e non riuscire a scivolare più via.
Scrivimi sulla pelle, il desiderio antico che risorge dalle ceneri, l’istante che ha guidato la mia mano per generare questo filo tenue che ci lega, creature senza luogo e senza tempo. Tremula luce io che irradio i miei bagliori solitari, tu che ti lecchi le ferite di un’illusione infranta come un’onda che una roccia ha raccolto su di sè per poi ributtarla in mezzo al mare. Ed è infinito e magico il tempo dell’attesa, fasci di luce su una pagina scura e se hai sbagliato non lo saprai mai. Arriva la risposta e la scandaglio in cerca di una traccia, punti di sospensione e dita che scorrono sulla tastiera.
Io ti conosco già, sei l’uomo delle stelle, contraddittorio senza ambiguità, sei il libro che vorresti non finisse mai, lo specchio che rimanda l’immagine di una me capovolta. Se io fossi un uomo…vorrei essere come te. Non credo di avere mai detto una frase simile ad un uomo, ne ho dette tante, vere o fasulle, spietate o generose, infantili o profonde. Ne ho dette tante inutili, me le ricordo appena ma questa mi ha colpita perché nemmeno io me l’aspettavo. Se io fossi un uomo…vorrei essere come te. Ingarbugliata. Adoro la scrittura, adoro l’uomo dominante, connubio da restare senza fiato, da strapparsi pelle e capelli senza venirne a capo. Vorrei sapere tutto, non chiedo quasi niente. Vorrei sparire ma ti aleggio attorno come una lucciola a tratti intrappolata sotto un bicchiere. Danzano le parole ma io riesco ad afferrarle. Almeno credo, scavarti dentro è un compito difficile, offri di te solo la parte pura, ombre e voragini le tieni in disparte. La carta da giocare quando nel gioco decidi di rivelare te stesso.
Ricordo che volevo provocarti, tu mi hai risposto che non serve la violenza. No, non hai detto che non ti piace, hai detto che non serve. La sfumatura in questo caso è un taglio netto, la scure che divide bianco e nero, l’appartenenza ad un mondo o al suo esatto contrario. Rimuginavo, mi arrovellavo, non serve perché sei andato oltre, l’hai divorata, esorcizzata, ripudiata, te ne sei fatto scudo e vessillo e ora puoi permetterti di sorvolarla come un gabbiano sfiora l’orlo dell’acqua? Non ho risposte, non le voglio avere. Penso a te come a una finestra su cui passano immagini che cambiano forma e colore, penso a te come a una nuvola che non segue i percorsi del vento. L’universo si restringe senza di te, resta qua mio piccolo sogno, se fossi tua vorrei che mi scrivessi addosso, se tu fossi mio ti scriverei addosso.
Un giorno ti vedrò, l’ho immaginato senza crederci, o forse ci ho creduto senza immaginarlo. Gli incontri a volte non sono necessari, a volte rincorrono l’urgenza oppure si frantumano sulla paura.
Io non ho paura. E prima o poi ti incontro. Hai riso, mi si spezza la voce, dall’altra parte del telefono ti ho risposto con il silenzio. Ho camminato fino a raggiungere la riva del mare, ti ho fatto ascoltare il fruscio delle onde e tu continuavi a sorridere. Ehi ti trema la voce, sussurri tu e io mi sento sciocca.
Mi sono immersa in altro, i gesti quotidiani e spesso inconsapevoli per non farsi travolgere. Nella città più dolce, nella città più antica, forse sarà fortuna od incoscienza ma resta una memoria da dividere in due, la data impressa sul quaderno nero e un battito nel cuore irregolare. Volevo il segno e tu me l’hai lasciato, sottile alone che disegna l’ombra dove la carne fa più male. Mi hai scritto sulla pelle con il pennarello blu. Io non riuscivo a leggere, tu hai inventato un linguaggio nuovo, me lo hai tradotto e io l’ho interpretato. So che non ti dimentico, so che rimani dentro. Un movimento interno, una scheggia che circola ancora.
L’insieme è interrotto, rimangono echi, due occhi che ti scrutano, lampi di foschia e l’afa opprimente della città bellissima, sedili sporchi alla stazione. Forse quando stai per lasciarti comunichi più con i silenzi che con le parole. Si altera il desiderio, mi piace un uomo e solo quello, chiunque altro dovrà assomigliarli o cercherò di adattarlo come farei con un vestito che non è più di moda. Se susciti emozioni resti per sempre, ma anche questa è un’illusione da luna park. Forse i ricordi sbiadiscono, ti resta la forma di un occhio, la sigaretta schiacciata, il sudore sul palmo della mano. E non è poco. Mi resti tu, tu che sei l’uomo delle stelle, tu a cui non serve la violenza ma che ci voli sopra, tu che sai che il pensiero arriva prima se ti fai capire, tu che davvero ascolti. Ed è tantissimo.Tu che mi hai scritto sulla pelle, e non lo saprai mai quanta fatica per doverle cancellare, le tue parole incise con il pennarello blu.

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