D come droga e dominazione, tra le sue passioni estroverse. Disgustata, da un anno in cui c'è stato solo questo. Salva, da questo venerdì 17 visto attraverso tre strati di cerotto bianco, vissuto con la fica e il culo pieni, sentito dal profondo dello stomaco urlare e venire fuori, battuto sotto le piante dei piedi, sui capezzoli e sul culo, preso a schiaffi forti che mandavano le guance in fiamme: "Ti hanno dato degli schiaffetti finora, eh, mia piccola troia?", terrorizzata, l'atmosfera di questo venerdì di luglio quando il suo Padrone dice: "Lo sai che questa è l'ultima volta che ci vedremo, vero?", rosa di gelosia quando: "Ho un'altra situazione importante". E poi. Nascere sotto il nome di colei che è preziosa, sentirsi un nome segnato non sopra la pelle, ma sotto, intima parte di lei, nome per questo viso, per questo corpo che tu forgerai dal nulla e plasmerai, per queste mani che scrivono e che ora tremano di gratitudine mentre si compone: Darika.
A come acqua, che stanotte spuntava dietro ogni gesto, sotto forma di canale o di fiume, mai di mare, rapito, ingabbiato e spedito molti chilometri più in là quel mare, buono per le barche e le navi ma non per le femmine come lei pronte ad aprire le gambe a decine di uomini uguali, a se stessi, ai due animali da spiaggia che dopo averla scopata le hanno detto: "Sei una ragazzina". Acqua nella quale si rispecchiano, ancora spaventose, lunghe e strette, le sue paure, che fai fatica a credere che davvero siano vincibili come raccontava il suo Signore fino a qualche giorno fa finchè non le vedi, in una notte che il cielo di Bologna è solo l'ambientazione cinematografica del tuo sogno, illuminate, passandoci tre volte accanto e solo allora ti convinci che possono sparire, perchè con la luce sono solo ombre, nessuna consistenza, finchè non le vedi, il tuo Padrone ti tiene per mano e ti accarezza il viso e questo è tutto quello che la sua troia chiama amore. Acqua su cui galleggia in perenne equilibrio sui mille pali appuntiti piantati dal suo Padrone, che scendono a cercare la terra dura per dare stabilità a Darika, che su quei pali c'è stata infilzata una notte intera.
R come ricordo, che è quello di "Apri queste gambe", lei ancora bendata e il suo Padrone a infilarle il suo regalo nel corpo, ricordo che quasi si costringe a mantenere anche quando si tratta del ricordo più orribile per timore e umiliazione di non essere sua. Ricordo insopportabile mentre attraversa le foto di questa notte che ha in testa: il suo polso e la consistenza della sua promessa. Ricordo che torna sostenibile solo quando capisci, alla fine, l'immortalità del tuo marchio, di notte, davanti allo specchio: "Ti sono grata Padrone, perchè mi ha donato il talento della sottomissione e la possibilità di esprimere ciò che è in me". Ricordo di quel terrore di impazzire, di quel terrore senza controllo. Di aver perso il controllo del corpo, della vista, del cervello, di tutto il suo mondo. Ricordo rassicurante di aver dato tutto a lui, nelle sue mani forti, nei suoi occhi di cielo grigio. Darika, solo un giorno di vita.
I come indice di piacere. Ultimo gradino della scala immaginaria che aveva desiderato salire. E il suo Signore le dice che non è ancora nulla. Che bagnerà le lenzuola di piacere, che lui le insegnerà a godere come una troia, che le insegnerà ad aggiustarsi quella faccia da troia che ha. Piacere. Che il suo Padrone le ha fatto provare mentre veniva davanti allo specchio, seduta sui suoi talloni. Provato mentre il suo Padrone le veniva nel buco del culo, dopo averglielo aperto. Che il suo Padrone le ha fatto provare mille volte, sempre più forte fino a che lei non ha pianto perchè anche senza niente dentro la sua fica, la sua testa, tutto il suo corpo continuavano a venire, e ha detto: "Adesso, adesso mi puoi marchiare, mio Signore". Un piacere provato mai, infinito nel tempo e nell'intensità, continuare a venire anche mentre la fica brucia, anche mentre il suo Padrone le tiene le gambe e la fica incollati su di lui, anche mentre vorrebbe scappare, ma non scappa Darika. Non scappa più.
K come kaos, primordiale. Delle favole raccontate. Della paura atavica di sentirsi le mani addosso senza sapere di chi. Di non sapere quanti si è in una stanza, dell'essersi toccata mentre lo aspettava, kaos di venire scoperta e sentirsi troia. Quelle mani. Quel kaos che hanno provocato mentre le hanno afferrato le cosce e le hanno detto infilandosi nella fica che era una troia perfetta, così esposta. Kaos e terrore, quando si è aperta la porta. Kaos e disperazione, quando: "Non vali nulla". Kaos e vita, quando ha detto: "Vedi di meritartelo, quel collare, Darika".
A come aperta, raccolta, addormentata. Monumento storico, eredità postmedievale, tutelata, intoccabile, meravigliosa nella sua forma rotonda, piccolo sacro tempio greco laicizzato per custodire il piacere del suo Padrone. Aperta e dilaniata quando "Chi te lo ha fatto contro la tua volontà, piccola troia?". Aperta, tanto da sentire l'odore di morte di un tavolo d'autopsia. Aperto il suo cervello e sbattuta sul letto la matassa delle sue paure. Aperta, da farsela leccare per ore. Aperti il suo culo e la sua fica, da un vibratore e solo adesso comprendere cosa significa: "Una volta che lo proverai sarà difficile farne a meno". Aperta come era aperta lei, mentre lo aspettava in ginocchio, con la faccia a terra e il culo ben in vista, come aveva chiesto lui. Aperta come si sono aperte le sue labbra quando lui le ha detto: "Non sai fare nemmeno un pompino, mia piccola troia". Accettare un altro nome, accedere ad un'altra vita, chiedere supplicando i colpi sul culo. Aver imparato a succhiare un cazzo il giorno dopo, dopo una notte intera a mordersi le labbra nervose d'umiliazione. "Brava, come mi spompini bene, Darika".
Nessun commento:
Posta un commento