Hanno condiviso le mie parole

venerdì 27 gennaio 2012

DARIKA


Il suo Padrone la guarda con quegli occhi che fanno voltare il cielo di paura e le chiede di essere Darika. 
Le parole che lei ascolta sanno di verità. C'è comunque sempre da obbedire ad una legge che sa di condanna, pensa. Cerca quelle mani forti, che possano aprirla di nuovo, che possano andare ad afferrare la sua anima, che possano fargliela uscire dal sesso e metterla nella tasca dei pantaloni, lì dove deve stare, l'anima della sua cagna. Alla fine si accascia anche lei per la stanchezza, le corde sul pavimento a consumarsi da sole. La potenza della luna alla finestra, Darika ha tutto un fracasso dentro. Poi c'è stata la sua prima volta, indotta, obbligata con lo strumento dei suoi forti schiaffoni: di là, nel bagno, battiti del cuore accesi, paura di perdersi, fica e culo aperti e doloranti, a cercare la sua bellezza.
"... prendimi in cura da te curami, curami, curami, che ti venga voglia di me...".
Camminare tra le macerie e tenere la testa fuori dallo schifo, per continuare in qualche modo a respirare anche boccheggiando, per fare tesoro di ogni centimetro cubo di aria in mancanza totale di ossigeno. 
Sensazioni malate paralizzanti, urla di rabbia intrappolate nel silenzio della gola, che sono esplose nell'orgasmo più meraviglioso della sua vita, un sabato mattina con una striscia di cielo bolognese alla finestra. Due dita nel culo, ma forse anche tre, un vibratore nella fica e un demone che arriva col vento a succhiarle via la paura dal clitoride. "Adesso mi puoi marchiare". "Sii paziente, non bisogna correre". Un altro orgasmo. Stavolta urlato mentre la mano del suo unico Signore le dilatava il sesso entrando fino al polso e lei pensava che non era possibile, che non era la sua fica quella, che non era lei quella donna così splancata. Non era più lei. Era una schiava senza nessun passato, era una troia da guardare e desiderare vederla godere e godere di lei. E sotto le fotocopie di vita modenese è grata, sì, molto grata per ogni dettaglio di questa esistenza. Ha questo amore smisurato che mette in pace tutto. Che non cerca nè giustificazioni nè destinatari. 
E' un sentimento che non conosce nè passato nè futuro. E' un sentimento che non conosce linee del tempo, e non conosce il progresso. Semplicemente esiste. E' qualcosa che sente in ogni singolo atomo che la compone. E' l'estasi che sente camminando nei boschi bui in cui ha trascorso questa notte bendata di bianco, tra quegli enormi tronchi labirintici che tanto la proteggono, tanto la imprigionano. E' sentirsi mancare il terreno sotto le suole degli stivali. E' sentirsi tremare le ginocchia per gli occhi che non riescono a catturare tutte quelle immagini a colori violenti. Colpi in pieno stomaco, sotto forma di immagini riflesse sulla retina. Lei nell'obiettivo di una videocamera. Lei in certi occhi che rimproverano. Lei in un letto sfatto che cerca il fresco delle lenzuola per alleviare il bruciore del suo corpo. E' pensare: "Sono salva, ora". 
Sono. Salva. Ora.
E' quello che sente, mai così lontana dalle persone, mai così vicina ai loro cuori. 
Sottovoce: "Ti amo padrone", strozzato nella gola, incarcerato nella sua fica contratta nell'orgasmo.
Sono pochi quei momenti in cui c'è il sentirsi realizzata, con niente che manca. Sentirsi come a sei anni, quando la vita non aveva bisogno di grandi risposte. Sentirsi curiosi e ambiziosi, come il primo giorno dietro il banco delle scuole medie. Sentirsi esageratamente creativi, come nei pomeriggi eterni che seguivano ai doveri adempiti diligentemente. Sentirsi stanchi prima delle undici, costringendosi a mettersi a letto presto. E sentire la voglia di leggere un bel libro, sotto certe coperte fiorite e profumate. Sentirsi affondare nei divanetti in pelle scura della biblioteca più fornita di letteratura contemporanea di Bologna. Sentire tutto il medioevo cantare da queste strade bolognesi. Sentirsi come a casa, sul balcone di un sesto piano incorniciato da cipressi e colline, davanti ai Giardini Margherita. Sentirsi affamata di sugo alle olive casalingo, all'ultima ora di lezione, come quando si tornava dopo scuola trovando la nonna stanca ai fornelli. Sentirsi rilassare da una doccia fredda, fatta semplicemente per noia. Sentire quella voglia di provare ricette, nauseata da una dieta monotematica estiva. Sentire Paolo Nutini e i Coldplay, con quelle note che hanno accompagnato giornate e umori precisi. Sentire i passi silenziosi di ricordi che si avvicinano al passato. Sentire certi occhi che ti entrano nell'animo dalle pupille, certi desideri strappati e certe debolezze aggirate e poi comprese. E' sentire: "Girati, voglio guardarti", perchè fino a quel momento aveva le sue mani nella tua fica, ma non sapeva ancora la forma del tuo viso. E' sentire: "Bene, sei bella". E' sentire quel rumore di bacchetta nell'aria, tremare, desiderare, sentirsi morire. E' sentire gli occhi dei passeggeri del tuo autobus a Modena parlare. Sentirsi innamorati di lui, di nessuno, e per questo di tutto. 
Sentirsi nel posto giusto, col nome giusto, nella vita giusta. 
Poi: "Come ti chiami?" 
"Mi chiamo Darika, e ti amo". 
 Il desiderio di essere venduta che le dice: follia. L'inconsuetudine di venire come un fiume che le dice: sei viva. Volontà inutile di diventare piccola piccolissima per essere contenuta. "Ho una troia meravigliosa", ed è lei. Non la lascerà, e l'abbraccia tutta quanta. Le abbraccia il corpo, coi fianchi sformati da anni passati in ginocchio davanti al cesso. Le abbraccia un'anima ingombrante e gliela sbroglia a forza di cazzo in bocca. "Mi venderai? Quanti uomini sarebbero disposti a comprarmi?", la addestrerà, il suo Padrone. Le insegnerà a succhiare cazzi e tutti desidereranno avere una troia come lei.
"Perchè io, Padrone?"
Solo tu, Darika, perchè sei pura, sei ingenua e la tua volontà è immensa. La voglia di volere che ha dentro, questa cagna che avrebbe voluto dormire ai piedi del tuo letto e non con te, è tutta nelle tue mani, mio Signore. Dormire ai piedi del tuo letto ed essere riempita di calci, per quanto male te l'ha succhiato e per quanto piacere tu, invece, le hai regalato. Non ti ringrazierà abbastanza per averla trovata, per averla tenuta per i capelli quando ha avuto desiderio di fuggire, per averla guardata attraverso le bende bianche e averla capita lo stesso, anche senza guardarla negli occhi che "si fanno belli quando piangi, mia piccola troia".
"Quanto ti fa paura desiderare una donna?", paura di vederla bella, magra, capace di leccare una fica, capace di rendere fiero e orgoglioso il suo Padrone, questa la sua paura. Qualsiasi cosa decida il suo Padrone, Darika la eseguirà; la fiducia, l'apritisesamo del cuore della sua cagna, la certezza che tu conosci i tempi, le paure, le reazioni del corpo. Io ti amo.
Perchè lei, Padrone? Perchè farebbe qualsiasi cosa, pur di non perdere quello che ha trovato e che le sembra un sogno.
"Qualsiasi cosa è troppo.. non dirlo mai più, è pericoloso. E sbrigati a rispondere, ho bisogno di pisciare nella tua bocca, piccola troia", il terrore come un lampo sul viso, il tuono fra stomaco e cuore, la pioggia infinita fra le gambe.
Legata e colpita, sotto i piedi, forte, solo ora, ore sette della sera, svanita in parte l'eccitazione, sente che le piante sono sensibili e ad ogni passo pensa a lui; in quei momenti era ancora il terrore a spingere come tifosi ai tornelli dello stadio, ancora quel desiderio insano di restituire la ferma volontà di controllo e i pensieri di stabilità al cielo e vivere di sporco piacere terreno. Una notte, una soltanto. Che ha dormito poco, ma discretamente. Una mattina iniziata alle sei, e finita ancora troppo presto. Il suo sperma in gola, le sue mani sui fianchi a farla scopare, ad accarezzarla come una cagnolina. Una sigaretta fumata quasi tutta dal vento, ed è già sabato. Davanti a questo sole, nei capelli questo vento e il suo sperma. Sui loro polsi tutta la vita che passeranno insieme.

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