Hanno condiviso le mie parole

venerdì 27 gennaio 2012

HISTOIRE D'A.

Quello che leggerete è un frammento della vita di A. Per la curiosità di chi legge posso dirvi che A. è una ragazza di 27 anni, particolarmente bella ed attraente. Non vi potrò dire di quale parte del modo sia, vi lascio solamente leggere il carteggio che mi è pervenuto tra lei ed il suo Padrone. Liberi di interpretare il suo essere, di comprenderlo, accettarlo, criticarlo, demigrarlo. Liberi. ma tutto quello che leggerete è realmente stato scritto da A. nel suo perfetto resoconto quotidiano di quello che era il suo essere schiava virtuale ma perfettamente vera e consapevole.

Lunedì. Ho aperto gli occhi e ho fatto il gesto di alzare il braccio per scoprirmi dal piumone. Non potevo.  Ero legata.  A fatica mi sono sciolta dalle corde. Che male alle braccia … Erano bloccate. Appena le raddrizzavo, sentivo partire un dolore assurdo all’altezza dei gomiti. Il mio padrone sa bene cosa mi chiede ogni notte … Sa l’effetto che può fare ogni suo ordine …
Ho perso cinque minuti a riattivare la circolazione di braccia, spalle e polsi. Dopo di che mi sono recata in bagno.
Durante la colazione mettevo in bocca il cibo e pensavo a come sarebbe stato avere al suo posto il membro del mio padrone.
Sono preoccupata dal non aver ricevuto nessun sms da lui. Sarà successo qualcosa? Temo.
Temo che sua moglie si sia accorta della chat ieri sera. Pensiero orribile, vai via!
Concentrarmi nello studio è praticamente impossibile. In testa ho solo lui. Mi manca. 
Finalmente l’ho sentito! Maledette riunioni. Me l’hanno strappato via così presto. Potremo risentirci non prima delle 14. Il pensiero di dover star via tutto questo tempo mi deprime. Non vedo l’ora di rientrare a casa. Da lui. Per lui.
Non sentirò il mio padrone per stasera. Sono devastata! Mi manca mi manca mi manca mi manca mi manca. Cazzo!
Stasera non ho sentito il mio padrone perché forse non sono rientrata in tempo! Dormirò nuovamente legata.A lui.  Al mio Stefano deve esser piaciuta molto l’idea della cinghia. Eccita entrambi. La considero un mezzo adeguatamente doloroso per me. Ma anche così sensuale … sinuoso ad ogni colpo, nella sua lunghezza. Mi si forma davanti agli occhi l’immagine del suo braccio. Immagino Stefano come un uomo abbastanza robusto … imponente. Severo nell’aspetto come nell’indole. Il suo ordine era di sottopormi a venti cinghiate sui seni. Immagino allora di baciare la sua mano e lo vedo alzare il braccio come per colpirmi la prima volta. Sferro la prima frustata e mi mordo le labbra per non urlare.
Diversamente dal dolore alla schiena e ai fianchi, quello che provavo adesso era meno acuto, meno … netto.  Era un dolore che si irradiava più volte, in base ai movimenti del seno che veniva colpito. In base ai rimbalzi che faceva. Era quindi ripetuto, brutale e bruciante. Quei venti colpi sono stati per me il triplo. Ma per tutto il tempo l’immagine che avevo davanti era del suo braccio e della sua mano.
E li ho così tanto amati …
Per aver cercato di corrompere il mio padrone proponendogli di rinunciare a farmi subire il Trattamento odierno per sottrarmi al dolore, sono stata punita nel seguente modo: avrei dovuto fissare l’orologio per 15 minuti dopo aver applicato al clitoride una mollettina ed essermi legata i polsi dietro la schiena.
Ho eseguito tutto alla lettera, come mi era stato ordinato. Poi avrei dovuto sciogliemi i polsi, levare la molletta e rilegarmi per tutta la notte.
Al solito, quello che ho provato con la mollettina sul clitoride è stato terribile ed eccitantissimo insieme. La mia voglia era alimentata anche da un'altra richiesta: “Per stanotte, quando soffrirai, voglio che tu faccia finta di succhiare il cazzo”. Così ho eseguito e nella mente avevo solo il suo nome. Stefano. Stefano. Stefano. Stefano. Stefano.  Un’ossessione. La mia ancora di salvezza per quell’interminabile quarto d’ora.

Martedì. Mi sono svegliata e ho subito inviato un sms al mio Stefano. Avevo una voglia esasperante di sentirlo. Mi sono recata in bagno e mi sono messa ad urinare.
Ho fatto colazione e il pensiero è volato al discorso dei corn flakes. Cosa avrà voluto dire con la frase “Non te li farò mangiare e basta. Ci sarà molto di più dietro…” ???
Mi sono preparata e sono uscita. Ho potuto sentire poco il mio Padrone. E me lo son fatto bastare.
Al porto, alcuni uomini mi hanno squadrata dalla testa ai piedi e cercavano di attirare la mia attenzione in molti modi. Mi è sembrato giusto dirlo a Stefano. Chissà se ho fatto bene...
Ma… contemporaneamente si è fatta prepotente un’idea.
Un’idea molto stuzzicante. Avrei voluto indossare un qualcosa che mi facesse sentire ancora più appartenente a lui… Avrei voluto esibire il mio essere sua. Il mio essere Schiava senza però dare nell’occhio. L’idea mi è venuta in mente ieri, durante la visione del film Histoire d’O.
In quel momento avrei voluto un nastrino di organza/raso nera/o legato al collo. Magari abbellito da un ciondolo, non so… Ma sarebbe stato il mio segno d’appartenenza. Il mio collare.
Ieri sera il mio Padrone non mi ha potuto dare ordini, non essendoci sentiti. Fino a stamattina ho temuto che mi lasciasse senza il mio trattamento quotidiano! Non poteva esser vero … Speravo con tutta me stessa che si ricordasse di darmi i suoi ordini, nonostante oggi non ci potessimo sentire molto. Avevo paura di non provare dolore per lui oggi … di deluderlo in qualche assurdo modo, anche se indipendente dalla mia volontà!
E soprattutto avevo il terrore di incorrere nelle sue punizioni.
Ancora sento riecheggiare nella mia mente il pensiero dei capezzoli inchiodati e dei grani di sale. Il cuore impazzisce dal terrore! Mi scoppia in petto anche adesso.
Oggi però sono stata fortunata: ho smesso di aver paura nel momento in cui, poco prima di partire da casa, mi ha ordinato di mettere le viti nel reggiseno e di portarle tutto il giorno.
Le ho prese al volo, le mie sette viti, e ne ho inserite tre nella coppa destra e quattro nella sinistra, considerata la grandezza maggiore del mio seno sinistro. Mi è sembrato più … equilibrato … il tutto.
Ho trascorso la giornata in questo modo, con un dolore acuto dovuto alle mille punture delle viti durante i movimenti inevitabili di braccia, busto e corpo in generale.
Mi sono rimasti i segni rossi, a causa delle molte ore di sopportazione di questo meschino supplizio.
Ma ogni puntura era per me un bacio di Stefano. Un piccolo bacio rosso sangue.
All’università, ad un certo punto, non riuscivo più a sopportare tutte quelle inutili parole. Volevo Stefano.
Sentirlo. Volevo leggere le sue parole sul display del mio cellulare. Ma in quel momento forse era occupato … non so. Non mi scriveva. Controllavo ogni cinque minuti il telefono. Ma di lui nessuna traccia.
Così ho focalizzato la mia attenzione sulle viti che portavo addosso. E ho risentito il mio padrone. L’ho sentito accanto, ad accarezzarmi la testa come si fa con un cucciolo. Lo sentivo compiacersi di quelle odiose punture. Sono andata in bagno e ho iniziato ad accarezzarmi il clitoride premendo il reggiseno ed aumentando, così, l’intensità del dolore.Quando mi sono accorta di esser totalmente bagnata, ho crudelmente smesso.
E sono tornata in aula.
Più vogliosa che mai.
Stasera chiederò il permesso di indossare un nastro nero al collo...



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