Hanno condiviso le mie parole

venerdì 27 gennaio 2012

L'ABBRACCIO di Lilisu


Il profumo delle lenzuola appena stese per me nel letto a baldacchino mescolato all’odore forte del tabacco intriso nelle tende. Adagiata sui cuscini mi chiesi spesso cosa in dono mi avrebbe portato il mio compagno da regalare a Lei: gioielli? Oro? 
Forse questa notte la mia Signora aveva scelto per me l’amore di una figlia d’Eva, mi avrebbe cullato fra le sue braccia, mi avrebbe vestito come una bambola… per poi spogliarmi, violarmi, picchiarmi… 
Oh si, lasciate le cicatrici sulla mia pelle, lasciate le ferite che rigurgitano il mio sangue. 
Lasciate che Lei le veda, che le baci quando saremo sole di nuovo… la saliva della mia Signora ha il potere di curarmi. 
Colpitemi, punitemi… sarà Lei poi a prendersi cura di me. 
La incontrai la prima volta nella mia casa, accompagnata dal Portatore della Falce, lui mi legò le mani dietro la schiena e poi fu Lei a cullarmi… Lei e a sua voce da usignolo e le membra fragili di ragazza. 
Può la Morte camminare a fianco della mia Signora donandole eterna vita ed eterna bellezza? 
Me lo sarò chiesto troppe volte in sua compagnia, fino a dipingerla nella mia ingenua fantasia come se Lei mi avesse accompagnato all’inferno… o forse in paradiso. 
Mi portò via dalla mia casa tenendomi solo per mano, mentre mia madre si spegneva agonizzante al passaggio dell’imponente Morte. 
Cosa può nascere nella mente di una ragazzina povera, quale spiegazione più semplice da credere per non rifugiarmi nella follia? 
Chiamai vino il liquido dolce ed amaranto con cui Lei mi nutriva e che mi dava alla testa. Chiamai giocattoli le lame affilate che mi faceva impugnare. Chiamai insegnamenti le sue danze perverse nel letto di uomini, donne o entrambi, nella mia silenziosa e composta presenza. 
Non avevo altro se non occhi per guardarla. 
Il suo volto mi appare sfuocato nella mente, la sua voce distorta… il suo nome, perduto… o mai appreso. 
Lei era la mia Signora. Non ricordo d’averla mai chiamata in altri modi. 
Era premurosa con me, non voleva che altri si prendessero cura di me, mi teneva stretta a sé nel sonno e mi nascondeva dal mondo permettendomi di uscire con Lei nelle ore più buie. 
… All’inizio era così. Quanta ingenuità ed ignoranza nel mio credo, quanto solo ora posso comprendere. 
Una notte, quando il mio corpo cominciò a svilupparsi, mi spogliò da ogni veste e da ogni disgustoso odore infantile, lavando le mie intimità in modo accurato per poi vestirmi di bianco, cospargendo il mio corpo di oli ed essenze come una regina. 
Eliminò dal mio aspetto ogni particolare di bambina affinché io potessi essere una donna… per quella notte. 
Dipinse con aghi dolorosi sulla parte finale della mia schiena… credo di aver già visto quel simbolo, in quella mia vecchia casa. Portavo una catenina d’oro con una medaglietta piatta con la stessa raffigurazione… mi vietò di mostrarlo coprendolo con una fascia attorno al giro vita. 
Mi accompagnò in una grande stanza tenendo la mia tiepida mano nella sua gelida, lasciandomi lì, sola… seduta su un letto di morbidi cuscini di velluto. Quanti uomini e donne, singoli o in coppia, hanno varcato quella porta dallo spuntare dell’alba fino alle ultime luci del tramonto. Quanti volti che non conoscevo mi guardavano, labbra che hanno baciato e morso ogni angolo più nascosto della mia carne, quante mani mi hanno picchiata e forzata al silenzio, all’immobilità, anime di bestie voraci perdute nel piacere della lussuria. 
Se venivo battuta, sporcata, umiliata mi lasciavano dell’oro… 
Se mi dimenavo sotto i loro pesanti corpi, agitandomi e urlando, mi lasciavano gioielli e mi offrivano da bere… fino a che io non ne chiedevo ancora, ed ancora. Lei tornava sempre quando il cielo si oscurava, tornava da me per lavarmi, curare le mie ferite con baci come una gatta con la sua piccola figlia… la sua saliva sui segni della frusta, le sue carezze sul mio corpo stanco… cullandomi nel sonno fino al nuovo giorno ove Lei non c’era ed io indossavo una nuova veste bianca e gli occhi truccati come le dee egizie. 
Ogni dono che mi veniva lasciato come pegno dai miei amanti spariva con Lei… 
Una notte la mia Signora non comparve da quella porta negandomi il suo vino e la sua presenza per troppo tempo; divenni una bambola da collezione per quel bordello veneziano, adagiata su lenzuola sporche di sangue e sperma. I miei umori mescolati al sudore riempivano l’aria della stanza rendendola quasi irrespirabile… 
Qualcuno ogni tanto controllava se ero ancora viva, lasciandomi acini d’uva ai piedi del letto dell’acqua troppo fredda perché la potessi bere.
Qualcuno ogni tanto veniva a picchiarmi e ad abusare senza ch’io mi opponessi… lasciandomi senza doni. Senza baci. Senza carezze. 
Ho dimenticato la luce del sole, ho dimenticato il suo tepore … forse per questo non ne sento neppure la mancanza. 
Ho pianto tutte le mie lacrime, ho spento tutti i miei sorrisi, ho vomitato la mia anima mescolata ai succhi gastrici dello stomaco… la mia Signora tornò a prendermi solo allora. 
Mi avvolse nel suo mantello e mi portò a casa… casa, quella sporca fogna. 
Venezia e i suoi palazzi sull’acqua, Venezia e le sue fredde cantine. Ero troppo spenta per accorgermi che vi era più luce in quella stanza da quando l’avevo lasciata, le sue pareti erano dipinte con il colore dell’oro come una piramide egizia. Non vi erano letti… ma un sarcofago aperto imbottito di seta viola che copriva piume soffici come nuvole gonfie premonitrici di un acquazzone. 
Mi teneva ancora per mano, in silenzio, come quando ero la sua bambina. Mi accompagnò nella stanza affianco, dipinta anche questa rigorosamente con quel arte antica; al centro vi era una vasca circolare colma d’acqua fino all’orlo, decorata con petali di rosa bianca e profumi alle spezie. Avevo caldo, avevo sonno, avevo fame… mi girava la testa, il ventre mi dava noia da troppe notti, non volevo parlare. 
Mi fece immergere fino al collo, le sue mani lavarono il mio corpo come tante notti addietro… troppe notti addietro, i suoi baci cancellarono le mie ferite… Provai ancora vergogna quando sfiorò il mio seno, il ventre e le parti nascoste del mio sesso. Mi lavò come si lavano i bambini, con dolcezza e delicatezza, con amore e dedizione… ma io mi sentivo solo il suo giocattolo, la sua bambola che aveva dimenticato in quella stanza, ed ora era tornata solo per ripulirmi dalla polvere fino al giorno io cui si sarebbe nuovamente stufata di me. 
Pettinò i miei capelli minuziosamente, asciugò le mie membra, mi rivestì con quelle bianche vesti che teneva per me abbellendola questa volta con una cintura stretta in vita. Mi fece male… era troppo stretta nel basso ventre. Ed infine mi truccò in quel modo perfetto per una sposa degna del faraone d’Egitto. 
Lei sorrideva in modo finto, ed io feci lo stesso per non offenderla, fingevo mascherando il rancore accumulato in quegli anni dove mi aveva venduto come una schiava. Che tutto quel oro che ricevevo era dentro questa stanza, nei suoi bei muri… Un suo capriccio. 
Ecco cos’ero in fondo se non un divertimento per una ragazzina troppo bella e troppo perfetta… era una bambola dai capelli rossi e gli occhi castani che poteva vestire e truccare, guardare mentre abusavano di lei nei modi più volgari. 
Fra poco sarebbe giunta l’alba, Lei si era distesa all’interno del sarcofago (troppo largo per il suo solo corpo), mi invitò fra le sue braccia… può una schiava opporsi?  Appena fui stesa sul suo corpo, mi strinse con le sue gambe a sé… nei suoi occhi lessi per la prima volta la paura, lo smarrimento di un bambino nel buio. Il suo giovane corpo fremeva, sibilava accanto al mio orecchio in una lingua a me incomprensibile. Somigliava ad una preghiera… una preghiera a un dio allora ignoto. Accarezzava in modo nervoso la pelle profumata del mio collo, vi appoggiò la guancia… poi le labbra. La sua lingua inumidì la nuda carne in modo goffo e impacciato come una ragazzina impaurita dal primo amore, baci imprecisi… forse timidi. 
“Mi appartieni, posso fare ciò che voglio di te. Posso strappare ogni petalo del tuo fiore. Mi appartenete entrambi.” Serrò le labbra sul mio collo, poi lo stesso fecero i suoi denti come il morso di un cucciolo affamato… il dolore in un istante divenne piacere… eccitazione… assuefazione. 
Mi abbandonai a lei, fa le sue braccia, fra le sue gambe… abbandonando ogni resistenza. 
Nella mia mente comparvero ricordi di mia madre, la stella a sei punte, la mia città natia… poi di nuovo Lei, le sue danze frenetiche nel letto mentre mi fissava, i suoi occhi che si tingevano d’oro, la sua mano che teneva stretta la mia… il fuoco, e poi venne il freddo… come un sudario sul mio corpo. Nelle orecchie sentivo solamente il rumore assordante di un tamburo zingaro… il suo cuore, mentre il mio forse se ne udiva solamente l’eco. 
“Mio giglio bianco… mia bambina. Supplicami di portarti con me…” 
La mia mano si strinse sulla sua veste strappandola, seguii con le labbra la coppa del suo seno fino a raggiungere il freddo capezzolo… i miei denti ne cercavano la tenera carne. 
Succhiai da lei il latte della mia nuova vita come un neonato… 
Quella notte, morii due volte… e Lei lo sapeva. 
Quella notte pregai un’ultima volta in ebraico: 
“Padre… avvolgimi fra le tue spire e avrai, per servirti, la mia vita e quella della mia bambina.”

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