...due occhi di una dolcezza servile: gli occhi di colei che si inchina al despota Signore e gli tende i polsi febbrili e li vede cerchiare di catene, quasi godendone... Guido Gozzano
Hanno condiviso le mie parole
sabato 28 gennaio 2012
SENZA FRETTA
Un vortice.
Spirale che si avvita su sé stessa. Da dieci giorni esiste solo A., tutte le sere, io accendo la finestra sul mondo dell’effimero e aspetto. Mi cerca per il nick, mi cerca come tanti, ma A. è la stella in un cielo nerissimo, l’astro che oscura l’intero firmamento.
Gentile, non giudica, racconta, domanda. Di notte sogno lui, mi sveglio con la fretta che arrivi un’altra sera.
Hai delle corde in casa…Giulia?
Rileggo. Dita inchiodate sulla tastiera. Per un attimo si blocca il respiro.
Sì…credo di sì, rispondo scioccamente.
Le ho, le corde blu delle mie vecchie tende che ho conservato come gli oggetti che non butti via e non lo sai perché.
Bene…leggi attentamente Giulia…
Mi sono mossa in trance, ombra sottile ed incorporea, apro i cassetti come luoghi di fiaba, non sbaglio, non ho più il battito del cuore ma il cervello martella e potrebbe scoppiare.
Non serve pensare, basta eseguire.
Imbambolata davanti allo schermo, leggo, parole che si materializzano sopra un binario morto, vorrei che A. le scrivesse sopra la mia pelle, marchiate per l’eternità.
Lui non ha fretta, attende e forse immagina i miei movimenti.
Legati le caviglie strette, sali su e…
Voglio essere perfetta, la corda sfiora appena le mie cosce, la giro attorno allo schienale, attorno alla mia vita, sono bloccata come vuole A., darei l’anima perché mi vedesse.
Non ancora Giulia, un giorno noi ci incontreremo e guarderò i tuoi occhi.
Ora prendi il tuo foulard…
Ho scelto quello nero…parlo di scelta, adesso, io? La fragile illusione che sono io a condurre il gioco come con gli altri che mi sbavano addosso. A. non mi sbava addosso, A. mi sta togliendo i pensieri, la volontà, sta trascinandomi sull’orlo delle mie paure, granello di sabbia spazzato via dal vento, riflesso pallido di ciò che ero prima, lacrima che ruzzola lungo un vetro scivoloso.
Ho chiuso le mie labbra, annodo il foulard tra i capelli, perché mi vuoi così?
Il tuo silenzio è prezioso, mi piace importelo, voglio che tu lo senta, che ti ci immerga…continua Giulia, vai avanti…
Abbasso il vestito di maglina, mi insegna A. come agganciare le mollette al seno, basta allentarle un po’, aprirle e stringere quel lembo di carne che subito si arrossa e pulsa e dà dolore. Mi si sono riempiti gli occhi di lacrime…fa male, fa male, fa male!! Urlo senza voce su quello schermo metallico e batto i tasti perché A. mi senta. Non lo sopporto, è un chiodo arrugginito nelle viscere!
Non fanno troppo male, se ti rilassi passa subito…vieni con me Giulia, seguimi…
Non si contamina il dolore, o lo si vive o ci si muore sopra.
Solo tre minuti, conta mentalmente come facevi da bambina, ad occhi chiusi, immagina che io sia lì e ti accarezzi i capelli e poi mi sieda di fronte a te e rimanga a guardarti, a respirare la tua immobilità, il tuo silenzio e il buio della tua solitudine.
La mano scorre lenta sul viso, mi tocco il collo, il cerchio scuro dei capezzoli, poi scende giù dove già palpita la rosa aperta, morbida e rugiadosa come una pesca matura. Apro appena le gambe, sfioro il clitoride ed è di nuovo un urlo soffocato dal bavaglio.
Non posso, non devo!
Riapro gli occhi, A. sembra sorridermi beffardo dall’altra parte.
Come ti senti, piccola? Ti è uscito qualche gemito, vero?
No…
Devi essere sincera con me, ti sei eccitata? Ti sei accarezzata? Sai che non puoi Giulia, sai che non te lo permetto…
Quest’uomo è pazzo, e io sono più pazza di lui.
Non so rispondere, io sono carne viva, sono sorgente che sgorga dalla roccia, sono materia sotto le corde ma anche luce che abbaglia, io voglio viverti, voglio appartenerti…
Sono deluso Giulia, sei stata splendida finora ma ero stato chiaro, il tuo piacere mi appartiene, così come il tuo silenzio è solo mio. Sei libera, riposati adesso…buona notte
E’ sparito, la stella di A. è stata inghiottita dalla notte nera.
Non so per quanto tempo sono rimasta davanti alla luce azzurrina dello schermo, ho scagliato il foulard e le mollette sul pavimento, ho pianto tutta la mia rabbia, mi sono addormentata quando già il cielo si tingeva di un’alba triste e lattiginosa.
Per tre giorni vago come una naufraga, svogliata, preda della mia irritazione, sospesa sul trapezio del nulla, osservo gli uomini per strada e mi chiedo a chi possa assomigliare A., di che colore siano i suoi occhi, se sia moro o biondo o brizzolato, se fuma, se ama, se scopa, se sa risollevarti oltre che sprofondarti nelle tenebre. La sera mi attacco al computer come le adolescenti infatuate, spio tra la posta elettronica, lo cerco tra le decine di nick che mi contattano, mi illudo che sia lui, ormai padrone dei miei deliri notturni, della mia finta libertà di giorno. Scomparso. Rimane un barlume di speranza, che sia una punizione, che sia un castigo orribile, crudele. Oppure no. Basta cancellarlo, non è la prima volta e non sarà nemmeno l’ultima, sono abituata alle perdite e le vittorie sono una tale gloria effimera da fare quasi compassione, la vita è innamorarsi delle perdite, guardati indietro Giulia, è un’ecatombe. E’ il quarto giorno. Alle otto di mattina gli ho spedito un sms, non resistevo più…perché? gli ho scritto, solo questa parola che dilania per la sua banalità. A. non mi ha risposto. Mentalmente l’ho mandato a fare un culo, non corro dietro a nessuno, gli uomini mi hanno amata, gli uomini mi desiderano…
A casa trovo un foglietto giallo e scialbo nella cassetta della posta, un pacco da ritirare domani. Saranno le creme per il viso, oppure i libri che ordino via internet.
Mi collego alla chat senza emozioni, A. non c’è, vado al cinema con un’ amica e dormo finalmente dopo quattro notti che si avvicinano all’inferno. A. non esiste, A. è una meteora. O forse è solo il solito stronzo che ti usa e ti getta. Ovvio come la pioggia in primavera. Ritiro il pacco in posta, un timbro da una città che non riesco a leggere. Fuori c’è un sole fisso, ragazze in minigonna, cani mignon sui cesti delle biciclette, coppie di vecchi che si tengono per mano. Strappo la carta, leggero presagio. Dentro trovo due lacci sottili di cuoio chiusi da una perla, e una cinghia di pelle alta, avvolgente, la mano che chiude la bocca come nei miei primi sogni erotici da ragazzina. Scarto il biglietto con mano tremante…”Per le tue labbra e per i tuoi capezzoli…stasera in chat”.
E’ il volo e la caduta sull’asfalto. Ormai non ti volevo più, sono capace di mentirmi come nessun altro. Prima che arrivi sera è un tormento, ore che non trascorrono mai, alla fine uno schermo liquido che ondeggia, la stella di A. che si accende, io ad aspettare. Mi ha chiesto di legarmi anche le cosce, strettissime per impedirmi di sbagliare di nuovo. Non posso aprirle neanche di un centimetro, A. sa che il desiderio aumenta e io lo scopro adesso. Mi guardo, le perle intorno ai miei capezzoli sono ghirlanda e spine. Il mio silenzio è un dono, ma anche il terrore che lui scompaia di nuovo. Descrivimi come ti senti Giulia, raccontami le tue fantasie…è come vederti sai, sei stupenda…
Poi ha parlato A., anzi lo ha scritto ma ormai ci si confonde sempre. Mi ha raccontato lui come mi avrebbe sottomessa, frustata a lungo perché non so aspettare, chiusa dentro la stanza buia dei miei terrori, imprigionata dentro la gabbia delle mie incertezze.
Sono rimasta ferma davanti al pc, immobile, caviglie e gambe senza un movimento, non ho risposto al cellulare che suonava i richiami di chi non sa che sono schiava di A., non ho bevuto né fumato, bocca sigillata e la notte che muore lentamente. Mi ha lasciata andare a dormire, ero distrutta e sciolta, icona da innalzare e polvere da calpestare.
A presto mio piccolo sogno…
E’ già mattino, dicono che con il sorgere del giorno i sogni si frantumano, ma io non ci ho mai creduto.
Giulia, 2006
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento