Hanno condiviso le mie parole

venerdì 29 agosto 2014

SCRIVIMI SULLA PELLE


Ti ho trovato per caso, ma nulla è meno casuale del caso.
Io amo i giochi di parole, tu con le parole ami giocare, attrarre, respingere, confondere e avvolgere, ci cammini sopra come un funambolo senza la rete, le depositi qua e là perché qualcuno le raccolga.
Sono andata a cercarmele le tue parole, ho imparato a riconoscerti subito, a saltare le mille righe che non eri tu guidata dall’istinto, per ritrovarti e non riuscire a scivolare più via.
Scrivimi sulla pelle, il desiderio antico che risorge dalle ceneri, l’istante che ha guidato la mia mano per generare questo filo tenue che ci lega, creature senza luogo e senza tempo. Tremula luce io che irradio i miei bagliori solitari, tu che ti lecchi le ferite di un’illusione infranta come un’onda che una roccia ha raccolto su di sè per poi ributtarla in mezzo al mare. Ed è infinito e magico il tempo dell’attesa, fasci di luce su una pagina scura e se hai sbagliato non lo saprai mai. Arriva la risposta e la scandaglio in cerca di una traccia, punti di sospensione e dita che scorrono sulla tastiera.
Io ti conosco già, sei l’uomo delle stelle, contraddittorio senza ambiguità, sei il libro che vorresti non finisse mai, lo specchio che rimanda l’immagine di una me capovolta. Se io fossi un uomo…vorrei essere come te. Non credo di avere mai detto una frase simile ad un uomo, ne ho dette tante, vere o fasulle, spietate o generose, infantili o profonde. Ne ho dette tante inutili, me le ricordo appena ma questa mi ha colpita perché nemmeno io me l’aspettavo. Se io fossi un uomo…vorrei essere come te. Ingarbugliata. Adoro la scrittura, adoro l’uomo dominante, connubio da restare senza fiato, da strapparsi pelle e capelli senza venirne a capo. Vorrei sapere tutto, non chiedo quasi niente. Vorrei sparire ma ti aleggio attorno come una lucciola a tratti intrappolata sotto un bicchiere. Danzano le parole ma io riesco ad afferrarle. Almeno credo, scavarti dentro è un compito difficile, offri di te solo la parte pura, ombre e voragini le tieni in disparte. La carta da giocare quando nel gioco decidi di rivelare te stesso.
Ricordo che volevo provocarti, tu mi hai risposto che non serve la violenza. No, non hai detto che non ti piace, hai detto che non serve. La sfumatura in questo caso è un taglio netto, la scure che divide bianco e nero, l’appartenenza ad un mondo o al suo esatto contrario. Rimuginavo, mi arrovellavo, non serve perché sei andato oltre, l’hai divorata, esorcizzata, ripudiata, te ne sei fatto scudo e vessillo e ora puoi permetterti di sorvolarla come un gabbiano sfiora l’orlo dell’acqua? Non ho risposte, non le voglio avere. Penso a te come a una finestra su cui passano immagini che cambiano forma e colore, penso a te come a una nuvola che non segue i percorsi del vento. L’universo si restringe senza di te, resta qua mio piccolo sogno, se fossi tua vorrei che mi scrivessi addosso, se tu fossi mio ti scriverei addosso.
Un giorno ti vedrò, l’ho immaginato senza crederci, o forse ci ho creduto senza immaginarlo. Gli incontri a volte non sono necessari, a volte rincorrono l’urgenza oppure si frantumano sulla paura.
Io non ho paura. E prima o poi ti incontro. Hai riso, mi si spezza la voce, dall’altra parte del telefono ti ho risposto con il silenzio. Ho camminato fino a raggiungere la riva del mare, ti ho fatto ascoltare il fruscio delle onde e tu continuavi a sorridere. Ehi ti trema la voce, sussurri tu e io mi sento sciocca.
Mi sono immersa in altro, i gesti quotidiani e spesso inconsapevoli per non farsi travolgere. Nella città più dolce, nella città più antica, forse sarà fortuna od incoscienza ma resta una memoria da dividere in due, la data impressa sul quaderno nero e un battito nel cuore irregolare. Volevo il segno e tu me l’hai lasciato, sottile alone che disegna l’ombra dove la carne fa più male. Mi hai scritto sulla pelle con il pennarello blu. Io non riuscivo a leggere, tu hai inventato un linguaggio nuovo, me lo hai tradotto e io l’ho interpretato. So che non ti dimentico, so che rimani dentro. Un movimento interno, una scheggia che circola ancora.
L’insieme è interrotto, rimangono echi, due occhi che ti scrutano, lampi di foschia e l’afa opprimente della città bellissima, sedili sporchi alla stazione. Forse quando stai per lasciarti comunichi più con i silenzi che con le parole. Si altera il desiderio, mi piace un uomo e solo quello, chiunque altro dovrà assomigliarli o cercherò di adattarlo come farei con un vestito che non è più di moda. Se susciti emozioni resti per sempre, ma anche questa è un’illusione da luna park. Forse i ricordi sbiadiscono, ti resta la forma di un occhio, la sigaretta schiacciata, il sudore sul palmo della mano. E non è poco. Mi resti tu, tu che sei l’uomo delle stelle, tu a cui non serve la violenza ma che ci voli sopra, tu che sai che il pensiero arriva prima se ti fai capire, tu che davvero ascolti. Ed è tantissimo.Tu che mi hai scritto sulla pelle, e non lo saprai mai quanta fatica per doverle cancellare, le tue parole incise con il pennarello blu.

L'INIZIO



Era la prima volta. La prima volta “così”.
Arrivai nella camera che aveva scelto per noi un’ora prima di lui. Dopo una lunga doccia bollente mi vestii come mi aveva chiesto e rimasi in attesa, domandandomi ancora una volta perché mai quel desiderio improvviso di vederci in una stanza d’albergo e non a casa sua come sempre.
Mi trovò sdraiata sul letto con indosso solo le autoreggenti e un bustino nero, tacchi a spillo altissimi e nessun ornamento.
“Fatti guardare” mi disse porgendomi la mano. Mi alzai in piedi e rimasi in silenzio sotto il suo sguardo: era come se non lo avessi mai visto prima. Mi aveva fatto promettere che sarei stata in silenzio e che dalle mie labbra non sarebbe uscito un solo gemito, mi aveva fatto promettere che non mi sarei sottratta a qualunque cosa avesse deciso di farmi. Ed io avevo accolto quella novità nel nostro rapporto come una sorta di gioco, gli avevo detto “sì” più per curiosità che per convinzione.
Eppure adesso l’uomo che mi stava dinnanzi mi era estraneo. Conosciuto, amato ed eppure estraneo. Ammantato di un’autorità che non gli avevo mai riconosciuto prima.
Mi porse un elastico e mi chiese di legare i capelli. Lo guardai con un disappunto: gli erano sempre piaciuti sciolti.
“Sarà più comodo” mi disse in risposta alla mia silenziosa domanda.
Non sapendo che altro fare legai i capelli e rimasi immobile. Nulla mi aveva chiesto lui e nulla osai chiedere io.
Si spogliò in silenzio e si portò alle mie spalle. Mi baciò il collo lentamente, poggiando le sue labbra su ogni centimetro di pelle disponibile. Le sue mani vagavano sul mio corpo, le dita giocavano coi merletti che avevo indosso, insinuandosi tra essi, afferrando i seni, stringendoli piano, pizzicandone le piccole estremità rosate già turgide di piacere…
Chiusi gli occhi lasciandomi trasportare da quelle carezze che nel tempo avevo imparato ad amare. La sua straordinaria delicatezza era sempre stata rassicurante e accogliente ed io, circondata dal calore del suo corpo, mi sentivo a Casa.
Quando quelle suadenti carezze giunsero al clitoride, tormentandolo delicatamente con piccoli cerchi lenti e cadenzati, non riuscì più a reggermi in piedi e mi abbandonai contro il suo corpo sicura del fatto che mi avrebbe  impedito di cadere.
E lui mi sostenne prontamente con un braccio ma senza per questo rinunciare al dolce tormento che mi stava infliggendo.
Sollevò il mio viso verso di lui e mi baciò dolcemente le labbra.
“Sei bagnata” disse sorridendo  “La mia piccola deliziosa bambina è già pronta per iniziare a giocare vero?”
Mi ritrovai con il busto riverso sul tavolo, le gambe aperte, le terga e il sesso oscenamente esposti. Stranamente non mi vergognavo di quella posa per me così innaturale. Essere lì era essere lì per lui, per assecondare il suo volere. E se era questo che voleva da me, io avrei saputo mettere da parte la mia vergogna.
Per lui. Perché lui lo aveva chiesto. Perché io lo volevo.
Si abbassò quel tanto da consentirgli di avere il mio sesso alla portata delle sue labbra e lo baciò. Mi baciava con misurata lentezza, la lingua che si insinuava decisa e sapiente tra i petali del mio fiore cercando, gustando, assaporando…
Accarezzando con dolcezza le terga le sue mani si spostarono sui miei fianchi, le dita a pizzicare nuovamente i capezzoli nascosti sotto il pizzo. Quante volte avevamo giocato così? Conoscevo il piacere che le sue dita avrebbero donato sfiorando il mio corpo, sapevo quali fremiti avrebbero scatenato in me, come avrei gioito ed infine goduto delle lente attenzioni che esse mi riservavano… cosa c’era di diverso dunque? In che cosa “questa” sera avrebbe dovuto essere diversa dalle altre? Senza poterlo guardare in viso la mente era divisa tra il piacere che il corpo le comunicava e la curiosità di scoprire il prossimo passo di quel viaggio che con lui aveva iniziato.
“Promettimi di ubbidire Elena. Non voglio un fiato da te venerdì sera, nemmeno una parola. Voglio avere il controllo completo del tuo corpo Elena… Lo permetterai? Mi permetterai di usarti come io desidero?” …Perché?... Perché?...
Il primo morso arrivò sulle mie terga inatteso e violento, costringendomi e sussultare sia dalla sorpresa che dal dolore. E non si fermò al primo...
Faceva male. Faceva male …ed io ho promesso di restare ferma e immobile… alla fine fui costretta io stessa a mordermi le labbra per evitare di gridare. Era un delirio: volevo scappare, fuggire… e sapevo di non poterlo fare, di non volerlo fare.
Eppure, se la sua bocca impartiva dolore, le sue mani dispensavano piacere. Le sue dita stringevano  il clitoride con delicatezza,  lo circondavano, lo stuzzicavano… dolore e piacere nello stesso tempo… era dunque possibile?
Persa in quelle mille sensazioni, fu come impazzire: se una parte di me avrebbe voluto urlare per il dolore che provava, avrebbe voluto dire basta e supplicare il suo carnefice di interrompere quella lenta tortura, un’altra me che mi albergava dentro e della quale non avevo mai avuto coscienza riusciva a pensare solo una cosa… “Continua! Continua e non ti fermare, ti supplico!”
Piacere e dolore insieme, la volontà di restare immobile ed il desiderio di fuggire. Cosa diavolo ci fai qui Elena? Silenziose lacrime rigarono il mio volto. Se di dolore o di liberazione non sono in grado di dirlo.
Contratto, il corpo era teso come un arco pronto a scoccare la sua freccia, come se già attendesse il prossimo morso, chiedendosi quando quei denti aguzzi avrebbero nuovamente affondato nella sua carne.
Il dolore era troppo forte e troppo intenso per consentirmi di rilassarmi… eppure le sue mani mi regalavano un piacere infinito! La bocca dava dolore al corpo, al “fuori” di me… e le sue dita scavavano nel mio essere, nel mio “centro”, cercando e donandomi un piacere sapiente e antico. Era come ritrovare il mio essere Donna tra le sue mani, affidarmi al mio opposto per ritrovare me stessa.
…Il primo orgasmo… …il secondo… …il terzo… Intorno solo silenzio e la mia anima che lentamente si risvegliava dal suo sonno ed entrava in ascolto di se stessa. Lacrime e delizia… dolore e piacere… era dunque questo ciò che Roberto aveva deciso di farmi scoprire?
Quando infine decise di prendermi anche le lacrime erano ormai cessate: ero caduta in un oblio ovattato, la mente in completo ascolto del corpo… sorpresa, stupita, incredula…
Entrò con dolcezza nel mio essere, come faceva sempre.
Non mi ero spostata da quel tavolo e continuavo a non vedere il suo volto, ma erano di nuovo i giochi che conoscevo, era di nuovo il mio amore che tornava da me: Roberto con la sua dolcezza, la sua attenzione…
Mi prendeva Roberto, prendeva il mio essere: senza afferrarmi, senza sottrarre nulla. Era sentire la sua energia, essere una sola cosa, insieme.
Sollevai la testa con l’intenzione di voltarmi per poter guardare la luce nei suoi occhi ma…
No, si limitò a dire.
La sua mano sul mio capo fu come una nevicata in pieno agosto. No. Punto. Dunque non mi sarebbe stato concesso guardare i suoi occhi mentre il suo corpo prendeva piacere del mio. Cosa diavolo ci fai qui Elena? Vattene! Eppure quella mano che con fermezza teneva il mio volto incollato al piano del tavolo era gentile. La pressione delle dita sul viso erano quasi una carezza. Non era essere imprigionata, era semmai un essere tenuta. Con fermezza ma senza costrizione. Mi sorpresi nello scoprire le mie sensazioni: riversa su un tavolo di una qualsiasi stanza di un qualsiasi albergo… le gambe aperte ed il sesso usato, preso, goduto… la schiena e il volto tenuti fermi da una mano imponente e allo stesso tempo dolce… stavo bene.
Stavo bene con me stessa e con il mio corpo, stavo bene con Roberto e con il suo prendermi così, ubbidiente e docile.
Si divertì a giocare con i miei capelli, tirò quella coda che mi aveva imposto e lo sentii sorridere mentre la usava per solleticarmi la schiena. Giocava Roberto… prendeva il mio corpo, lo usava… e nello stesso tempo ci giocava…
Lasciò scivolare un dito tra le mie labbra e mi scoprii lieta di poterlo accogliere nella bocca. Aveva il sapore del mio piacere e non seppi resistere alla tentazione di gustarlo lentamente raccogliendolo con la lingua, succhiandolo dalle sue dita allo stesso ritmo con cui lui lo prendeva da me cavandolo dal mio essere, lasciando che  inondasse il suo sesso.
L’altra mano non aveva smesso di tormentare il clitoride… gli orgasmi continuavano a susseguirsi in una lunga catena di sensazioni conosciute e allo stesso tempo nuove. Non era solo il corpo a fare l’amore, era la mente tutta ad essere posseduta dal mio amante. Ed io mi sentivo completamente abbandonata tra le sue mani in un’estasi gioiosa e rassicurante: Roberto mi amava. Giocava con me, mi usava persino, ma mi amava. Potevo sentirlo in tutto ciò che faceva, nel piacere che mi donava e che non lesinava, il quelle mani forti e decise che tuttavia nulla costringevano e nulla afferravano… mi lasciai cullare dal ritmo delle sue spinte, abbandonandomi su quel tavolo come fosse il più accomodante dei letti.
Si fermò esattamente un attimo prima che io raggiungessi l’ennesimo orgasmo e mi sentii quasi tradita da quella mancanza di “attenzione”. Roberto, il mio Roberto sempre così premuroso e attento al mio piacere, ora me lo negava?
Mi aiutò a sollevarmi e accarezzandomi il viso mi disse: Non sarà più così semplice mia dolce bambina. Il tuo piacere è troppo intenso, troppo repentino. Non basterà più il desiderio, il piacere… dovrai imparare a meritarlo mia dolce.
Lo guardai sorpresa e decisamente confusa. Cosa mai poteva voler dire con “meritare il piacere”?
Mi condusse verso il letto sdraiandosi sopra di me. Lo accolsi con un dolce abbraccio, il corpo che già pregustava il momento in cui gli sarebbe nuovamente appartenuto. Lo cercavo Roberto, cercavo il suo essere e il suo sesso su quel letto ancora intatto. Lo volevo, lo desideravo, desideravo il piacere che sapeva donarmi. Desideravo il modo in cui sapeva prendermi, quel suo entrare dolcemente e quelle sue spinte che diventavano sempre più intense, voraci quasi. Lo desideravo dentro di me. Nel mio corpo, nella mia anima… Dentro…
Ma nessun mare venne a bagnare le mie spiagge infuocate.
Roberto si sollevò allontanandosi da me e guardandomi dritto negli occhi con voce imperiosa mi disse: apri le gambe Elena, voglio vedere il  desiderio con cui mi aspetta la mia Puttana.
Quelle parole mi colpirono con la violenza di un uragano.
Puttana? E da quando ero diventata una Puttana per Roberto, per il mio amore? Era così che mi vedeva dunque? Questo ciò che di me pensava?
Cosa ci fai qui Elena? Vattene per la miseria! Alzati da questo maledetto letto e vattene! …E invece rimasi immobile e zitta, perché era questo ciò che avevo promesso. Lui sorrise alla ribellione mista a muta accondiscendenza che leggeva nei miei occhi… accondiscendenza che malgrado la sorpresa e la delusione non potevo ne nascondergli né tanto meno negare a me stessa. Mi odiavo… in quel momento mi odiavo profondamente. Per non sapere… per non volere… dire no.
Aprì le mie gambe usando entrambe le mani e facendo leva sulle ginocchia le piegò fino a farle sfiorare i seni. Le tenne così, aperte ed immobili, mentre con la bocca tornava a cercare il mio sesso. Voltai la testa per non guardare, non volevo vedere quel suo modo di assaporare la mia pelle con tutti e cinque i sensi… quegli occhi pieni di luce, quasi estasiati dinnanzi ciò che tanto adoravano… i respiri lenti e profondi, come per bere l’essenza che emanava da quelle piccole e carnose labbra… il suo volto che le sfiorava, accarezzandole quasi… ed infine le sue labbra che si posavano sulle mie baciandole con dolcezza… ed il rumore sordo e sensuale della sua lingua che lenta si inabissava dentro me…
Continuavo a non voler sentire il corpo. Il viso orgogliosamente voltato, mi ostinavo a non concedere a me stessa il piacere che la sua bocca donava. E adesso cos’altro farà? Magari mi pagherà anche? Ma che razza di pervertito sta dimostrando di essere?! Come ho potuto essere così tanto stupida? Come?! Un rabbia improvvisa si impossessò di me. Puttana… lui mi baciava in modi che adoravo ed io riuscivo a pensare solo a quella stramaledetta parola: Puttana… La Mia Puttana.
La tua Puttana un corno! Ho promesso il silenzio e l’obbedienza, non avrai altro da me stasera. Non avrai altro da me mai più!!!
Fiera della mia decisione abbandonai ogni resistenza, se gli avessi tolto la soddisfazione di vedermi furiosa e ribelle si sarebbe stancato in fretta di quel suo giochino. E appena fossi stata libera…
Ma Roberto non si stancò. Sotto l’incessante assedio delle sue labbra fu il mio stesso corpo a tradirmi… e mi ritrovai costretta a  capitolare non solo di fronte a lui ma anche di fronte a me stessa. Fremevo al tocco di quella lingua che scavava, frugava, si insinuava dentro me… fremevo sotto quei denti che afferravano le piccole labbra, le tiravano, le mordevano… fremevo quando usava le sue mani per bagnare il clitoride del mio stesso piacere… Fremevo e non potevo negarlo. Sentivo il mio corpo inarcarsi, sentivo le mie braccia protrarsi verso di lui, le unghie ad arpionare le sue spalle, il desiderio ardente di poter liberare le gambe dalla sua stretta, per poter sollevare il bacino e poter essere io ad offrirgli il mio sesso… io ad offrire me stessa affinchè egli potesse usarmi e darmi piacere. E darsi piacere… Eccoti qui Elena, guardati. Guarda ciò che sei. Ascolta ciò che senti. Non sei dunque una Puttana? Non sei forse la Sua Puttana ora? Il tuo corpo chiede di lui… lui ti bacia e tu vuoi di più, vuoi il piacere intenso e senza fine, vuoi essere presa e posseduta… Vuoi essere scopata Elena, ammettilo! E’ questo che vuoi ora. I baci non ti bastano, tu vuoi essere scopata!
Io volevo essere scopata. Questa era la realtà. E non ero dunque una Puttana? E non ero infine la Sua Puttana?
Nell’attimo stesso in cui l’anima si abbandonava a questa nuova consapevolezza, la mente ribelle e battagliera sentiva di doverla rifiutare. La Sua Puttana… sua!!!... NO! Appartengo a me stessa, a me stessa soltanto. Non gli permetterò di prendermi così, di tenermi in suo potere così. Lui mi baciava, entrava in me con le dita, con la lingua… mi prendeva, disponeva di me mentre io combattevo una guerra silenziosa contro me stessa, divisa tra l’accettare ciò che l’anima sentiva e l’assecondare ciò che la ragione gridava.
Fu la ragione a prendere il sopravvento. In ciò che in quel momento mi parve di poter definire “un attimo di lucidità” allontanai il suo volto dal mio sesso con decisione, usando entrambe le mani: non volevo gridare quel piacere che stava arrivando forte e intenso, così intenso da farmi girare la testa e da togliermi il respiro. Sarebbe stato come dirgli sì, sarebbe stato come ammettere di essere La Sua Puttana.
Non puoi Elena, non puoi… è cedergli l’anima, non lo capisci?
Rimasi per un attimo con gli occhi chiusi, le mani sul capo nel vano tentativo di impedire alla stanza di girare. Quanto tempo era che non arrivavo al limite estremo così con un orgasmo?
Quando rientrai abbastanza in me per poter ragionare di nuovo mi ritrovai un paio di occhi verdi puntati addosso con uno sguardo interrogativo.
- Cos’è che fai fatto Elena? Erano mani che negavano quelle? -
La mia determinazione di un istante prima parve svanire in un soffio. La delusione che gli leggevo negli occhi era talmente grande che mi si spezzò il cuore. Ma come avevo potuto infrangere così la mia promessa? E per cosa poi, stupido orgoglio? Mi ci sentivo… Puttana… lo sapevo e ci combattevo contro ugualmente. E per cosa? Per non assecondare l’uomo che amavo? Per non voler appartenere all’uomo che amavo? Non appartenere all’uomo che amavo? Ero sua tanto quanto lui era mio o no? Lo ero. E dunque? Da chi fuggivo, da lui o da me stessa? La confusione era grande dentro me. Emozioni diverse e contrapposte lottavano senza sosta ed io non sapevo, non riuscivo, a comprendere cosa volessi realmente.
- Io… – e non sapevo e non so tuttora da dove mi uscirono quelle parole – io credo di… penso che… - un lungo respiro, un attimo di pausa, i suoi occhi dentro ai miei ed infine lo dissi, dissi ciò che sentivo dentro – io merito di essere punita perché non ho ubbidito ai tuoi voleri mio signore – ma che diavolo stai dicendo Elena, sei impazzita?
Per un attimo parve quasi sorpreso nell’udire quelle parole… e poi  una dolcezza infinita si impadronì dei suoi occhi – hai ragione mia piccola dolce Puttana – disse accarezzandomi il volto - meriti di essere punita –
Mi spogliò del bustino di pizzo e si chinò a baciare i miei seni con tenerezza. Si allontanò solo per un istante, solo il tempo di tornare con qualcosa di piccolo tra le mani.
- Queste faranno male – la voce ridotta a un roco sussurro nel mio orecchio – ma so che le sopporterai in silenzio perché è la punizione che tu stessa hai chiesto mia dolce Puttana -
Sentii un dolore lancinante al capezzolo destro, talmente forte da togliere il respiro. Non riuscii a non inarcare il corpo e né tanto meno a trattenere un acuto gemito. Riaprii gli occhi e guardai il mio seno: saldamente piantata sul mio capezzolo c’era una molletta. Una semplice, normalissima, comunissima molletta.
- Oggi saranno quattro, per i tuoi seni e per le tue piccole labbra Elena. Resterai immobile e sopporterai il dolore della punizione, così come hai chiesto di fare. Comprendi vero?  Comprendi al necessità di ricevere dolore per aver disubbidito a un comando? -
Comprendevo. Comprendevo la delusione che avevo letto nei suoi occhi e soprattutto comprendevo la meschinità con cui fino a quel momento avevo nascosto il mio Essere a me stessa. Accettavo quella punizione più per me stessa che per Roberto. Più per il fatto di non aver saputo riconoscere e accettare la mia natura di Puttana che per il desiderio di fare ammenda per aver disubbidito a un ordine. Volevo punire me stessa accettando l’umiliazione di lasciare che mi punissero.
Lo guardai mente posizionava la seconda molletta sull’altro capezzolo. Sussultai per il dolore, ma questa volta strinsi i denti e non permisi a un solo gemito di uscire dalle mie labbra.
Tremai come una foglia quando  posizionò le ultime due mollette sulle piccole labbra.
Restò a guardarmi per un tempo che mi parve infinito. Il suo sguardo correva dai quei seni torturati a quel sesso così innaturalmente aperto, forzato e l’approvazione che leggevo nei suoi occhi mi ripagava del dolore che sopportavo, di quelle mollettine tirate senza tregua dalle sue mani e dei piccoli morsi che afferravano la mia carne costringendomi a contorcermi come se fossi preda di una visione da incubo.
Chiusi gli occhi entrando in ascolto di me stessa: non sentivo più quella divisione che tanto mi aveva dilaniato momenti prima. Era come se mente e corpo fossero diventati un tutt’uno… ciò che il corpo sentiva come dolore, la mente lo percepiva invece come piacere intenso e profondo… un connubio di sensazioni capace di portare alla pazzia. Pazzia… era questo ci che sentivo? Mente e corpo insieme… il corpo completamente annullato dal dolore, la mente completamente annullata dal piacere… era come esistere e non esistere al tempo stesso, paradiso e inferno insieme.
- E’ il tuo dolore mia piccola Puttana – disse Roberto baciandomi le labbra – è il dolore che diventa piacere… è come impazzire vero? -
Una ad una mi tolse le mollette. Faceva male, faceva molto più male toglierle che riceverle. Eppure per un istante mi sentii persa senza le mie mollette …e da quando erano diventate mie?... era come se mi avesse tolto qualcosa di prezioso, una cosa appena conosciuta e già diventata irrinunciabile.
- Le riavrai mia dolce, le riavrai presto – promise.
Lasciando scorrere le mani sul mio corpo mi voltò prona e prese ad accarezzarmi la schiena. Dopo qualche istante sentii lo scatto di un accendino e un familiare odore di cera pervase la stanza.
Guardai Roberto senza capire… - Le mollette erano la punizione che avevi chiesto Elena, la punizione per il gesto che hai compiuto. La candela è per aver chiesto la punizione, perché hai usato la voce per farlo. Ricordi la tua promessa? Non un fiato… -
Era vero, avevo mancato non una bensì due volte e nemmeno me n’ero resa conto.
Gli occhi persi nella fiamma della candela avvertii un improvviso senso di terrore farsi strada dentro me, un’emozione nuova e difficile da spiegare. Non era paura dell’uso che Roberto avrebbe fatto della candela, perché dentro il cuore sentivo che mai mi avrebbe arrecato intenzionalmente un dolore insopportabile o peggio ancora permanente. Non era paura per il corpo. No, era paura per l’anima quella che sentivo. Nello spazio di un istante una nuova consapevolezza invase il mio essere, una consapevolezza talmente intensa da essere dilaniante: la prima punizione l’avevo chiesta, questa mi veniva imposta. Mi veniva imposta e io la stavo non solo accettando ma anche accogliendo. La naturale conseguenza di questo mio agire era unica, inequivocabile e irreversibile: abbandonavo il controllo di me stessa per cederlo a Roberto.
Adesso Elena, adesso si che gli stai davvero cedendo l’anima!
Ero davvero disposta a farlo?
La prima goccia cadde inesorabile sulla mia schiena ed io non mi mossi di una virgola da dove mi trovavo…
Sì, ero dunque disposta a cedere la mia anima a Roberto.
E lo accettavo, finalmente riuscivo ad accettarlo.
…E fu di nuovo come scendere negli abissi della mia anima…
Le calde gocce sembravano dilaniare la mia carne, cadevano piccole e veloci e ciascuna di esse avvolgeva il mio corpo col suo calore, lo scorticava, lo consumava…
Ed io scendevo e scendevo sempre più in profondità dentro me stessa… immagini di ricordi confusi riaffioravano da chissà dove seguendo il ritmo della cera che colava sul mio corpo.
Attendevo quelle gocce, attendevo quel desiderio di voler fuggire dinanzi al dolore e quella ferrea volontà di voler restare, di voler essere presente nell’attimo in cui esse mi avrebbero portato il dolore a cui agognavo. Volere… non volere…
Volere… non volere… era ciò che accadeva anche alla mente, desiderio di scendere più in profondità, di sentire ciò che il dolore portava, e la paura di guardare oltre. La paura di guardare oltre quel muro d’ombra che ciascuno ha nella sua mente.
Non andare oltre Elena, così ti spezzerai…
- Va tutto bene amore? Vuoi che smetta? – la voce di Roberto era davvero preoccupata…
 - No – dissi soltanto – continua fino a quando TU non deciderai di smettere, starò qui senza fuggire –
Ero come in trance…
Un’altra goccia e un’altra ancora… e dentro me il muro d’ombra era sempre più vicino. Cosa c’era dietro? Cos’avrei trovato dall’altra parte?
Un’altra goccia e un altro sussulto... e sentii spezzarsi qualcosa dentro, catene forse… e il muro d’ombra che avevo davanti agli occhi si dissolse nel vento.
Incapace di dare un nome a ciò che sentivo, incapace di comprendere ciò che era accaduto, scoppiai a piangere.
Faceva male, faceva più male delle mollette e della cera ed eppure era bello come volare. Era come avere le ali e ritrovarsi a volare.
Roberto spense la candela e si sdraiò accanto a me. Mi abbracciò con dolcezza e mi baciò il volto rigato dalle lacrime.
- Ora sei libera mia dolce anima, libera di vivere ciò che sei. E’ stato tanto terribile? -
La mia riposta fu una serie interminabile di singhiozzi. Permettendomi di abbandonarmi a lui Roberto aveva spezzato catene nell’anima di cui nemmeno ero a conoscenza. Accettare la mia vera natura ed aver avuto il coraggio di affidarmi a lui per incanalare le mie energie mi aveva portato il più grande dei doni: la Consapevolezza di ciò che io stessa ero.
Facemmo l’amore con lenta dolcezza, quasi a voler bere la pelle, a voler dissetare l’anima prima ancora del corpo. Era come ritrovarsi dopo secoli di lontananza, fu come conoscersi per la prima volta. Lasciai che usasse il mio corpo in ogni modo possibile, come mai avevo fatto prima… non mi risparmiai e non gli risparmiai nulla.
E lui parlava e parlava, riempiva l’amore di desideri e fantasie. Mi parlò di corde che attendevano di legare il mio corpo e di bende pronte a coprire i miei occhi… e di miele, dolce nettare che avrebbe gustato sul mio corpo.
E della Sua Puttana, la sua splendida Puttana che sola avrebbe saputo donargli un piacere infinito. La sua splendida Puttana che quel piacere avrebbe imparato a risvegliarlo ogni volta più forte e intenso… lo avrebbe alimentato col suo stesso piacere… lo avrebbe accolto e custodito dentro se stessa…
Gli appartenevo, ero sua nel corpo e nella mente. Legata alla sua anima  appartenevo al mio signore come una perla appartiene al mare. Non avevo più bisogno di lottare contro me stessa e non avevo più paura di scendere nelle profondità della mia anima: appartenendo a Roberto appartenevo a me stessa. E Roberto avrebbe avuto cura di me e della mia anima, sempre.
Le ore erano trascorse veloci ed era giunto il momento di uscire dal nostro regno incantato e di tornare alla vita di sempre. Ma sarebbe più stata la stessa? Mentre mi rivestivo Roberto tornò a baciarmi il collo, le mani a cercarmi ancora e ancora…
- Ah, la mia dolce splendida Puttana – mi disse sorridendo – che mi combini bambina? Neanche il tempo di finire e già vuoi ricominciare? Guarda qui come sei bagnata... di nuovo! -
Ridendo mi buttò nuovamente sul letto, mi cinse per le spalle e mi prese così, tenendomi stretta contro il suo corpo.
- Voglio saperti sempre così da oggi in poi Elena. La strada è lunga ma tu imparerai a percorrerla… ma oggi voglio sapere che sarai sempre così, sempre pronta ad esaudire i desideri e le voglie del tuo padrone, in qualsiasi momento. Lo farai per me? Lo farai mia dolce Puttana? -
Mentre accoglievo il suo piacere dentro il mio corpo, dalle mie labbra uscì quell’unica parola che per tutta la vita avevo disperatamente cercato: sì.

COLPISCIMI ANCORA



Colpiscimi ancora Amore mio
Non fermarti, sono qui,tutta tua,amore
Solo per te
Colpiscimi ancora,non sento dolore,
Consumiamo questa cena, la Nostra
senza dissipare un  solo attimo di ardore
Non fermarti,fallo ancora.
E se mi lamento,fallo con più vigore...
ah...si...così...non ti fermare...
se mi graffi non mi fai male...
e se mi mordi non è dispiacere...
metti le mani sul mio culo....Se ti piace sculacciare??
Quello che voglio è farti godere
Sarà una stronzata, o forse un vizio
Ma tu meraviglioso, almeno Tu...che mi ami
basta carezze... quelle le posso ricevere da chiunque.

SONO FILI DI MIELE



La tua presenza in un soffio di vento caldo. Dolce sapore ignoto. Lame di sole fra le fessure della persiana lambiscono il salone. Divampa il rossore sulle guance schive mentre sussurri lievi solleticano la mia fantasia. Rosso il divano dove scivola la mia pelle. Nuda. Lieve essenza di vaniglia. In una posa felina attendo. Te. Ti avvicini con un segreto fra le mani. E lì fra le tue mani si concentra la mia curiosità. La mia attesa. La mia voglia. Stenditi. Tieni gli occhi chiusi. Piccolo gatto orgoglioso disobbedisco per un attimo. Mi allungo verso te gattonando. Solo per morderti. Sul collo. Cattiva e languida. Aggressiva e morbida. Per poi assecondare le tue richieste. Col tuo sapore in bocca. Provocante e disarmata. Immobile davanti a te. Solo per te. Ti sento prendere in mano il tuo segreto. Usarlo lentamente su di me. Mi accarezzi la fronte scostando i capelli. Li porti in dietro col tuo palmo. Sento sul viso un liquido vischioso. Questa è la tua benda. L'istinto mi direbbe di scostare il capo. Eppure resto ferma mentre tranquillizzandomi sussurri ancora al mio orecchio. Dolci parole. Parole di... miele. Serro forte gli occhi. Mentre le ciglia restano intrappolate nella mia benda liquida. Raccogli il miele con la lingua. Dolce. Senza fretta. Lento. Sento la tua carezza umida sulle palpebre. Ed è una sensazione nuova. Sapida. Liberi le mie iridi da quella trappola di vischio perchè possa vederti. Osservarti ancora mentre versi altro miele sul mio seno. Calda sensazione. Il liquido ambrato avvolge avidamente il mio capezzolo mentre ingordo tenti di portarlo via con le labbra. Con la punta della lingua. Assapori il miele. Il mio seno. La mia pelle per te. Ingordo dei miei gemiti non smetti. Riponi il miele cercandone da me. Lo avverti con le dita blandire i petali del mio fiore. Stuzzichi il mio piacere. Solleticando le mie voglie. Assapori i miagolii che impregnano l'aria già densa di miele e di vaniglia. Raccogli con la lingua il mio piacere liquido. Ti lascio essere padrone del mio corpo. Lento e avido raccogli ogni goccia che stilla da me. Accarezzandomi. Respirandomi.
E sono su di te mentre mi entri dentro. Profondamente dentro. Scivolando nel mio intimo. Penetrando la mia anima. Godendo dei miei gemiti. Morbida mi chino su di te. Flessuosa. Languida. Timida ti bacio sulle labbra. Lento bacio. Bacio morbido. Profondo. Carico. Ti accarezzo. Cerco le tue mani per stringerle mentre mi prendi insaziabile. Indomabile. Frenetico. Vieni. Sento il tuo piacere liquido accompagnato da un lento sospiro. Mi accascio sfinita sul tuo petto. Mi scosto stendendomi affianco a te. Respiro. L’aria è intrisa di noi. Di miele. Sapori che si mescolano. Profumi che si fondono. Ci avvolgono.

IL TUO VOLTO di Magda


Una telefonata improvvisa, le emozioni  che prendono il  sopravvento, la tua voce che mi chiama che mi dice che vuole vedermi che vuole assolutamente dare un volto alla mia. E l’istinto prende il sopravvento, le mie mani si muovono veloci a cercare la mia borsa e dentro essa le chiavi dell’auto. Il cuore corre veloce  e il sudore comincia a spuntare, il sole caldo mi brucia la pelle mentre infilo l’autostrada che porta al mare, che porta da te. Tu resti all'oscuro, non sai che intenzioni ho e nemmeno cosa faccio in questo momento, mentre io continuo a macinare chilometri . Il mio pensiero resta sul fatto che non  so come sei ,su cosa vedrò e su cosa mi aspetto ma il mio istinto continua a dirmi che sto facendo la cosa giusta. Il telefono ancora, tu che ti preoccupi perchè non mi vedi in chat, perchè non ti ho salutato e non vedi il mio sorriso. Una scusa  per rassicurarti e qualche domanda su dove sei su dove potrei vederti se fossi lì e dalle tue risposte so dove trovarti. La spiaggia è deserta verso l’imbrunire solo alcune coppiette che si stringono coccolate dal vento. Parcheggio e scendo… Mi sistemo il vestito, e le mie mani tremano, sono emozionatissima. Sento la mia eccitazione, mi tolgo le scarpe e cammino sulla sabbia ormai fresca, non so dove ti potrei vedere ma so che ci sei.Vedo molte persone che potrebbero assomigliarti e ogni volta che ne incontro una  il cuore palpita, poi i dubbi mi assalgono ma che ci faccio io qui? Beh,  ormai ci sono... ma vorrei tornare indietro. Il telefono ancora, come se il mio pensiero ti fosse giunto, di nuovo tu. Dove sei ti chiedo e tu mi dici qui sulla spiaggia che passeggio vicino al molo dovresti vedere che bel tramonto… e il mio cuore corre ai 200 all’ora so dove sei di preciso e vedo da lontano la tua sagoma, sei preciso a come ti descrivevi, non potrei  sbagliarmi… ci siamo salutati e ora sono certa che sei tu perchè il tuo cellulare finisce in una tasca mentre ci incrociamo… mi dai un’occhiata veloce e continui per la tua strada. Delusione per me, ma anche tenerezza i tuoi occhi mi hanno detto quanto sei triste e quanto mi desideri. Il mio istinto chiama, e dalle mia labbra esce il tuo nome… sono ancora vicina a te e tu ascolti la mia voce e il mio richiamo. Ti giri e mi guardi, il vento adesso accarezza i miei capelli e tu cambi espressione,, i tuoi occhi sorridono e la tua bocca e ferma a metà strada. Sei qui… mi dici avvicinandoti. Adesso sono i miei occhi che si illuminano e una lacrima si affaccia ai lati, sono davvero emozionata. Le parole non ci servono le nostre labbra non chiedono altro che di incontrarsi per salutarsi e scambiarsi finalmente quella dolcezza sperata e cercata. Le tue labbra sono morbide e’ bellissimo seguirne i contorni delle labbra.. La tua si infila nella mia bocca e ne cerca le pareti. L’eccitamento e’ lampante… i nostri occhi si riflettono. Mi prendi per la mano ,e mi accompagni verso casa, continuando a parlarmi delicatamente nell’orecchio mi abbracci. Anche io ti passo una mano dietro la schiena. Ci incamminiamo verso il tuo rifugio. L’aria accogliente della tua casa mi avvolge, non potevo non saperla così . Mi accompagni in taverna e leggermente mi passi le mani dietro la schiena, sei felice di avermi li e io lo sono con te Mi offri un bicchiere di buon vino e cominci a spogliarmi piano, non servono parole, i nostri occhi dicono che lo vogliono. Ti tolgo la maglia e accarezzo il tuo petto  morbido e sensuale e lo bacio  mentre la tua mano mi accarezza la schiena e mi accarezza il collo. Il tuo respiro comincia ad alterarsi, sento la tua voglia aumentare mentre mi slacci il reggiseno. Alzo la mai schiena ritta per poterti donare il mio seno pulsante e caldo. I capezzoli ti chiamano voglio essere baciati e mordicchiati vogliono sentire la tua saliva e il tuo fiato. Come se avessi sentito il loro richiamo scendi ad accarezzarli e a baciarli mentre io ti lecco l’orecchio e ansimo la mia voglia di averti. Stiamo accelerando ma assaporiamo tutto di noi. Le nostre labbra si incontrano diverse volte, la tua lingua cerca la mia mentre le nostre mani impazziscono sui nostri corpi…. E’ emozionante sentire il tuo sesso aumentare, diventare duro e pulsante… non vedo l’ora di cercarlo con la mia bocca voglio assaporarti in tutto il tuo sapore. Mi chino con le ginocchia mentre tu resti in piedi davanti a me e mi accarezzi la testa. Ti continuo a guardare negli occhi mentre comincio a leccarti la cappella e adoro quel brivido che ti assale e che ti fa fremere. Per un istante chiudi gli occhi per assaporare meglio quell’attimo. Nel mio cuore sorrido voglio solo soddisfarti. Continuo a leccarti tutta la cappella  per bene con attenzione per scendere verso le palle, voglio leccarti ogni angolo di pelle e del corpo. Cominci a gemere mentre prendo in bocca le tue palle e le lecco  tornando a cercare il tuo pene . Ora afferri i miei seni con più forza vuoi stringermi, ma io continuo a leccarti e sento una goccia del tuo desiderio sulle mie labbra. Accompagnata dalle tue braccia mi ritrovo sulle tue labbra in un bacio ancora più appassionato. Nulla tra noi e il paradiso. Mi fai distendere su un tappeto morbido e soffice e cominci a leccarmi  sussurrando parole dolci e coinvolgenti. La tua lingua e’ zucchero, che lascia una scia dolciastra sul mio corpo, ogni mia cellula vuole godere con te. Mio padrone questo e’ il nome che continuo a sussurrare mentre ti accarezzo  e mentre  porgo il mio sesso a te… la mia fica ti cerca vuole conoscere la dolcezza della tua lingua, lentamente cominci a leccare le labbra carnose e depilate... sento le  tue dita che mi aprono lentamente per far entrare la lingua più al centro. Mi piace sentirti mugulare e io comincio a parlarti… mi fai impazzire La tua lingua diventa più vorace la sento pennellare il mio clitoride ohhh adesso ti voglio. Ma tu non vuoi darti a me ancora e continui a leccarmi. Adesso mi porgi il tuo cazzo da leccare mentre continui a assaporare me. Lo sento in bocca gonfiarsi pronto a riversare dentro di me il tuo liquido il tuo desiderio. Invece ti fermi… mi guardi ansimare,,, mi dai un altro meraviglioso bacio e mi alzi le gambe, i tuo occhi adesso brillano… il mio petto continua ad andare su e giù di corsa, ti voglio mi dici mentre ti avvicini  e io ti rispondo fammi tua non desidero altro… parole magiche che fanno scattare l’altra molla del desiderio,,, finalmente ti sento entrare, scivolare dolce dentro le mie pareti bagnate... sììì prendimi!!! Ed ecco che cominciamo a muoverci con dolcezza e forza, ti sento spingere dentro di me il tuo cazzo con forza ma con affetto e amore sento che vuoi che io sia tua per sempre e ti prego di dirmelo voglio che tu mi dica che mi vuoi come amante come puttana, ed ecco che il tuo desiderio si lascia trasportare mi prendi ripetutamente mentre mi dici sei mia tutta mia e io ti rispondo sì prendimi fino in fondo, fammi sentire che ti appartengono adesso esci ed il mio clitoride piange vuole tenerti stretto ma tu cominci a leccarmi dietro, spingo le mie natiche per mostrarti il mio dietro. E’ bagnato dalla tua lingua  dalla tua saliva e ti invita a possederlo, anzi io ti supplico di farlo, fammi tuaaa,  mi senti sospirare, ti sento entrare lentamente ,, il mio respiro si fa veloce le tue mani afferrano i miei seni mentre entri dentro di me e mi possiedi. Muovo le natiche perche’ tu possa entrare e sentire come scivola dopo i primi colpi, adesso ti sento carico di voglia e di desiderio… sento i tuoi colpo accelerare accompagnati dal mio bacino… siiii ti vogliooo daiii, prendimi. Adesso sento che stai per esplodere e il mio orgasmo sta per arrivare…. Sento che gridi il mio nome e vuoi esplodere Si ti vogliooo. Adesso esci da dentro di me e mi giri, vuoi guardarmi in viso  mentre mi inondi del tuo piacere e io lo voglio, voglio vederti sborrare sul mio seno…felice di averti soddisfatto mentre sento le tue dolci parole.
E’ emozionante sentirti dire il mio nome mentre vieni. E’ meraviglioso guardare il tuo viso … Ecco ti stendi vicino a me e mi baci, mi accarezzi e mi torni a baciare,, sapevamo che era emozionante ma non potevamo sapere che i nostri sensi si sarebbero ribellati così…Mentre ripulisco il tuo sapore ti guardo ,, mi stai fissando. Ti sorrido e tu mi dici che sono bella  e fantastica… Non posso dirti grazie, ti sorrido solamente. Le tue mani accarezzano il mio viso e tornano ad accarezzarmi ed il mio desiderio si risveglia e mi muovo verso di te per ricominciare ad assaporarti ma ora sei tu che mi tiri via vuoi leccarmi vuoi  portami con la tua lingua al paradiso… e ricominci a farmi sentire emozioni forti con i colpi della tua lingua che scivolano dentro di me. Continuo ad accarezzarti ed e’ un piacere risentirti sveglio e pronto per me…  adesso siamo nuovamente accaldati e desiderosi di averci, mi prendi con decisione e forza, sento tutto il tuo corpo su di me, mi ha preso il cervello e il corpo si ti voglioo, dentro di me  tutto per me sentire aumentare la tua voglia mentre le mie emozioni cominciano a trasportarmi lontano… ti voglio prendimi fammi tua violentamiiiii, sì,  sento di essere al culmine del piacere.. voglio venireeee… dolcemente vedo il tuo sorriso mentre continui a prendermi ma questa volta mi stupisco mentre mi dici vieni mio amore vieni per meee, un crampo mi prende allo stomaco e vengo con l’emozione di una donna innamorata e’ emozionante sentirmi abbracciare mentre vengoooo mi accarezzi mentre i miei spasmi si quietano, continui a baciarmi le spalle il collo… e le tue mani  mi accarezzano il volto… la tua dolcezza è meravigliosa potrei innamorarmi di un uomo che mi abbraccia mentre godo. Restiamo così abbracciati per momenti interminabili, anche io ti bacio appagata e mi sento una regina. Non e’ facile staccarsi,, siamo uno dell’altro, i nostri occhi incollati e le nostre labbra che continuano a sbaciucchiarsi. Non servono parole sappiamo che e’ stato unico. Mi porti davanti alla finestra, la luna e’ cresciuta mentre noi eravamo in paradiso, e non ci ha disturbato ci ha lasciato cullandoci. Il mare ondeggia davanti a noi quasi a prostrarsi al nostro atto d’amore sincero e reale.. Aspiro il profumo della salsedine voglio portarmela via … voglio che resti impresso insieme al profumo del tuo sesso e del tuo essere uomo…

LA TUA VOCE


Una voce, la tua voce… tua di chi?
Dio, perché non si apre questa pagina…
Ho appena ascoltato la tua voce.
Se avessi potuto dare forma ad una voce , sarebbe stata la tua.   Tua di chi?
La tua voce scorre sulla mia pelle, muove le mie mani, le mie mani muovono la tua voce.
Ti ho sentito farfugliare parole sconnesse, in mezzo a quelle volute. Ti ho sentito correre all’indietro fuori dal sonno, dallo stordire dell’anima.
Mai sei scivolato fuori da me. La tua voce… tua di chi?
Conosco la tua voce, suoni. Parole e corse a perdifiato, dolci discese sull’erba bagnata di gocce, le mie gocce. Dolci, latte, liquirizia.
Bianco e nero. La tua voce.
Si confondono i colori, rosso zucchero, bianco lana, sulla strada di catrame, liquirizia.
Mi sento fusa e appiccicata, nessun tempo, nessuno spazio.
Se non quello del ventre, e la tua voce.  Tua di chi?
Difficile scrivere ora, tutto sembra quadrettato, come per un dipinto grande, da riportare su tela.
Mi fermo un attimo, la testa nella mano a scompigliare i capelli, a lasciarli all’aria, arruffati.
Ansia, della tua voce. Desiderio puro, di quei suoni.
Domani……
Piccola interruzione. Per fame, per quel bisogno che la vita ti porta a chiamare figli.
La pagina si è aperta… Non posso.
Ci sono contrasti, ci sono dati. Ci sono storie, ci sono troppe cose…
Questo è un tuo modo, o è per me…Lo avevo chiesto. La risposta…è per te.
Ho paura ora, una paura grande. Questa paura ha un volto, una risposta che genera la domanda.
Non sono unica. Non lo sono. E lo sono, sono unica.
La tua voce…voce di chi?
Il raccoglitore di anime, depuratore di acqua piovana, per berne.
Scrivere mi è difficile ora, è più facile quando narra una sequenza di fatti, cronologia.
Quando raccoglie le gocce lasciate sugli attimi, le racchiude in una stretta ampolla, con la base capiente. Quando la riapri e ne accosti le narici per respirare ancora, quando la appoggi a lato e muovi il corpo nell’odore, lo catturi e lo porgi a parole.
Scrivere è facile quando sogni, sussurri immagini alla notte, alle lenzuola, alle gambe che non sanno star ferme. Scrivere di tempi e di luoghi, di viaggi e di attese.
Ti insegnerò a chiedere. E’ meraviglioso quanto vuoi chiedere.
Posso anche chiedermi? Posso?
Dammi la tua voce ti prego, dammi quello che chiedo.
Che io lo soffochi in gola, che io lo urli, che io lo impari a chiedere.
Dammi il tempo e toglilo dalla mia vista. Dammi la calma di continuare a volere la furia.
Ho avuto un lungo tempo di inganni, di violenti scosse emotive, di dispiacere allo stato puro, colava dai vetri senza lasciar intravedere nessun dentro, nessun fuori. Ho sentito quel gancio uncinante che solleva la pancia, ti appende grondante di vuoti, in attesa di un coltello più affilato.
E le mani che conducevano il gioco erano tremanti, insicure, cattive. Ma dolci le parole d’amore.
Dolci quelle mani a sporgersi all’indietro sopra la testa, senza guardare, chiedendo… dove sei?
Dolci nel fare male, nel costringerlo a diventare bisogno, unica voce.
Dolci e dure nel sentenziare morte. Aspettative, lontane sembianze.
Ho ancora intorno a me i suoi vestiti, l’unica presenza nel mio mondo, rifiuto, rabbia infantile.
Non li voglio, non voglio ridarli, non amo la distruzione fine a se stessa.
Ho le immagini del mio apparire, del volermi diva del muto.
Ho avuto. Come ho queste ore di una notte che non si da arie, non mi prega di dormirla, non reca fastidio.
Sei guarita, il dolore è finito. E’ vero, è proprio così
 E domani, oggi, tra poco è mattina.
La tua voce… voce di chi?
Non so cercare i vantaggi e svantaggi di questo momento, sto nell’attimo in cui i piedi toccano terra, tra lo scendere e risalire: Non sono ferma, ma sono cambiate le corde dell’altalena. Ho sempre amato le corde, i polsi racchiusi a tenerle strette.
Non amo chi usa senza dirlo, per logica amo chi usa dicendolo, amandomi.
Chi, un termine troppo generico. Posso chiedermi, posso?
Scrivere di momenti che quasi non scorrono, se non fosse per la sequenza che non può interrompersi, non è facile, Nessuna ampolla a sprigionare odori di attimi, invece attimi da riempire di odore.
Lasciarglielo addosso, come le mie gocce nel letto, dalle mie labbra, dalle gambe, dal cuore.
E’ cambiata la direzione, la percepisco. Non trasformazione, ma percezione, quasi come se intorno tutto dicesse chi ero, sono, sarò.
Tra le mani di uno sconosciuto, la cui voce mi dice….vieni… muovo i primi passi.
In una giornata un po’ fredda, ammantata di lana, bianco latte, nera la strada, liquirizia.
La paura di andare, di non andare, la paura del passo successivo, la paura.
Scrivere, dopo tanto silenzio, il malessere di aver ancora provato a chiedere, senza nemmeno riuscire a pensarlo, senza riuscirci
Scrivere ora, delle mani congiunte a pregare, guardate con sorpresa, fredde e umide di tremori, a strofinarsi insieme per scacciare dai palmi la preghiera. Scacciare la sensazione acre del chiedere.
Scrivere ora del calore a sprigionarsi nel ventre, nel piacere di chiedere.
La tua voce…. Tua di chi?
Il tuo nome, ho bisogno del tuo nome. Dammi il tuo nome ti prego, dammi il tuo suono dentro me.
Ora cerco il sonno, tra le mie braccia, dove sei tu.
Anche questo ti chiedo, il mio sonno, per poter dire la parola “domani”, prima di chiudere gli occhi, perché al domani chiedo te.
Avrai paura di perdermi, che non ti voglia più. Non ti abbandono.
Lasciamelo credere, per favore, ti prego. Lasciamelo ascoltare, dalla tua voce.
Voce di chi?
Un ultima cosa da chiedere ora…scuse, per il modo di scrivere spezzettato e a singhiozzi.
Non è pianto, non è tristezza, solo la difficoltà di respirare, esprimere, nuotare, raggiungere.
Come quella volta che, giornata di nevicata incredibile in una città paralizzata dalla sorpresa, sono riuscita ad arrivare, ore dopo, alla piscina dove ero diretta, figli per mano. Nulla mi poteva fermare.
E nulla sarà mai più paragonabile alla dolcezza dell’acqua calda, percorsa con calma, nella totale assenza di temerarietà altrui, e alla vista, nel risalire ritmicamente, del bianco fuori delle enormi vetrate. Il mondo impazzito e ansante, si era fermato per me, immersa nel calore e nei liquidi della mia conquista.

COME UNA BAMBINA

La sensazione che la pervadeva non aveva nulla di conosciuto. Abbassati gli occhi su se stessa si guardava: i soliti abiti, nulla sotto. Anzi, le mutandine non aveva potuto evitarle. Si, gli ordini erano ordini, ma era impossibile. Ancora qualche traccia del momento che ogni donna vive mensilmente. In mano la borsa blu, quella che aveva acquistato la prima volta che aveva volato... quella borsa la riportava a momenti diversi, ed ora era pronta a dissacrarli... No, questi pensieri no ora. Mentalmente elencava le cose che doveva avere con sé: corda, mollette, benda... altro? Il vestitino leggero e un po' trasparente. Non poteva dimenticare nulla. Buffo... per cercare la corda aveva girato tutta la città, erano giorni estivi, impossibile trovare qualcosa di aperto. Ma c'era riuscita. Quando si era trovata di fronte ai vari tipi di corde, si era fermata a chiedersi se il colore, lo spessore avessero importanza. Devo decidere io, e userò il buon senso. Il buon senso!!! Il buon senso era un modo di dire che in quel momento nulla poteva significare. Devo aver perso il cervello in qualche angolo della mia testa... Il buon senso... Eppure sapeva di fare ciò che desiderava... Un attimo... Forse... Cercava nella memoria. Non era una sensazione così sconosciuta quella che provava. Assomigliava ad altre, vissute nel passato, quando quello che stava per fare era una cosa "che non si fa". Dio quanto era bello sentirsi così! Ma allora era una ragazzina, costretta in una vita piccola e senza luce. E con un enorme, vastissimo mare in tempesta dentro, che desiderava affrontare. Il senso del peccato, quello che le avevano insegnato ad evitare, le dava brividi indescrivibili. Dunque la corda. Che colore? Guardando i vari tipi cercava di immaginare. Bianca, la voglio bianca. Il motivo? Il contrasto con la  pelle. Era già abbronzata e ne era orgogliosa. Lo spessore. Quale sarà lo spessore adatto? Adatto a che? Pensandoci, sapeva che avrebbe dovuto inventarsi una risposta se le avessero rivolto domande. Toccava e valutava. Questa mi sembra che vada bene.  Sembrava quella giusta, non sottile, non troppo spessa, abbastanza morbida. Queste valutazioni, il senso del tatto usato per scegliere, già erano briciole di piacere. Il piacere, la paura. Il piacere della paura. Sono impazzita. Aveva misurato da sola la lunghezza. La lunghezza... ma quanta ne serve? Faceva i conti con calma... cinque, sei metri?... Sperava che il suo candore fosse una giustificazione da usare, se ne avesse avuto bisogno. Dovrei dividerla in quattro pezzi, ma quanto lunghi, questo non posso saperlo. Un unico pezzo. Deciso.
Le mollette, da bucato, le aveva comperate il giorno prima. Senza problemi, al supermercato. Tutti stendono....
Ma si rendeva conto che di quel tipo sarebbero state ben dolorose, oltretutto nuove...
La benda. Aveva cercato in casa fra tutti i tipi di sciarpe e sciarpette. Non sapeva quale portare con sé. Non le era nemmeno venuto in mente di provare a legarla sugli occhi. Come se qualunque gesto fosse rimandato al momento cui andava incontro. E poi... la candela. Quella non l'aveva comperata. L'aveva.  La borsa in mano, la mano sudata. Era ora. Chiusa la porta dietro di sé, in strada, in macchina.Verso l'aeroporto, guidando lungo le vie che conosceva bene, ascoltava i pensieri che si intrecciavano e fiorivano, colorati e pungenti, nella mente.Nessuno sa dove sono oggi... Se succedesse qualche cosa... sono pronta a rischiare?... era sempre pronta a rischiare.
Questa considerazione saltellava  qua e  là con arroganza. Eppure ho ascoltato la sua voce, e credo di poter dire che... ma che sto dicendo! Mai visto, mai conosciuto. Devo essere impazzita. La paura. Era ciò che aveva cercato. E chiesto.
Toccare la paura con tutti i sensi.
Era convinta di non aver paura di nulla. La sua vita dimostrava ciò. Oppure conosceva la paura. Dio... posso tornare indietro. Questo pensiero aveva l'effetto di aumentare la pressione del piede sull'acceleratore.
Era arrivata presto, troppo presto. Il tempo previsto per il percorso si era ridotto in maniera irriverente. Scesa dall'auto, fatto il check-in, aveva ancora una cosa da fare. Nella toilette dell'aeroporto, mentre cambiava gli abiti soliti con il vestitino estivo, rideva... ecco, come nei film, entro vestita in un modo, esco vestita in un altro. Se qualcuno si accorge del cambio cosa può pensare? No,niente domande! L'importante è andare avanti.
Si sentiva a disagio già appena richiusa la porta della toilette, già percorrendo a passi lenti i corridoi alle sale d'imbarco. Quel vestitino oggi non le stava addosso come sempre. Pensieri, pensieri impazziti, da raccogliere a sé.
In aereo, seduta in atteggiamento sereno e sicuro, sentiva i brividi. La paura. Questa è la paura. E quel tremore non la lasciava. Con il fiato sospeso, toccando ogni istante del tempo che scivolava come spuntoni di filo spinato da accarezzare uno per uno, guardava fuori dal finestrino. Non riesco a respirare.
La paura. Si vede la paura? Credo di si.  Sapeva aspettare di solito, la pazienza era una delle sue più grandi virtù. E sapeva creare la calma. Ma ora nulla era possibile. Sono davvero impazzita. L'atterraggio. Aveva la sensazione di aver pilotato lei. Ma la tensione del compito non si esauriva. Scendere dalla scaletta posteriore. Una folata di vento, due. Doveva tenere il vestito con le mani, si sollevava e scopriva le gambe e più su. Se davvero non avessi avuto le mutandine... Ora... l'aeroporto era immenso. Uscire senza perdersi, senza perdere tempo. Lui l'aspettava quasi fuori. L'avrebbe riconosciuto? Una foto non è mai sufficiente. Oppure, quanto era diverso da quell'immagine impressa negli occhi? Veloce, seguiva le indicazioni di uscita. La borsa in mano, la mano sudata. Dio sto tremando!  Fa un caldo impossibile e io tremo. Ecco l'uscita. Ecco Lui. Sì la foto era fedele. Ciao, fatto buon viaggio? Un saluto normale, come se nulla fosse. Ma nulla c'era di normale. La paura. Ora era davvero tanta. Dammi la borsa. Andiamo, la macchina è di là. Sono nelle Sue mani. Questo pensiero era incredibile. Lei che percorreva la vita con forza, che aveva sempre il controllo di tutto, che sapeva lottare e vincere, che conosceva ogni dolore e angoscia, che non aveva paura di nulla. In macchina, il vuoto nella mente, un bacio. E la comunicazione. Non potevo non mettere le mutandine. Non fa nulla. Il Suo modo di fare era strano. Occhiali scuri a coprire gli occhi. Non poteva guardarci dentro. Non che l'avrebbe fatto, era paralizzata. La Sua voce, cordiale e dolce. Parlava, parlava. Forse per sciogliere la tensione. Non capiva se anche Lui era nervoso.L'albergo. Resta in macchina. I segni delle cose nascoste sono impressi a fuoco nell'anima. Aspetto, non vuole che mi vedano. Ecco, andiamo. La chiave, infilata nella serratura, la porta aperta e poi chiusa, il mondo non c'è più. E' rimasto fuori, qui non può entrare.Devi andare in bagno? Si. Questa porta deve restare sempre aperta, ricorda. Il primo ordine. Attenta, questo è un ordine, ascolta e assapora. Questo pensiero era avvolgente e gelato.
Non riusciva a fare la pipì. Che strano, mai successo. Questo è pudore. Magnifico!
Spogliati. Si era spogliata, con rassegnazione e umiltà. Aspettava ora. Non sapeva pensare, poteva solo obbedire.
Vediamo se hai portato tutto. La corda... si. Ma non l'hai tagliata. Un mucchio di giustificazione si affacciavano nella mente, ma... nessuna sembrava potesse aiutarla. Male, male... La disapprovazione. Magnifico!
Si sentiva piccola, piccola. E inutile, non sapeva fare nulla. La corda era divisa, quattro pezzi. Ora in posizione per essere legata. Le mani e le gambe ai quattro estremi del letto. La corda scivolava intorno ai polsi, alle caviglie, alle gambe del letto. Lui l'annodava con destrezza. Un pensiero... Lui aveva detto che era la prima volta, ma non sembrava dalla sua abilità nel muoversi. Era un motivo in più per spaventare o per rassicurare. Non sapeva. Le corde stringevano molto, già il dolore entrava nella camera. Si guardava le mani, le caviglie. Le veniva istintivo forzare quella prigionia. Come se fosse stata costretta. Era costretta. E aveva paura. Eppure voleva ascoltare bene il sapore dell'immobilità. La benda. Quella che lei aveva portato non era adatta. Ancora disapprovazione. E la sensazione di nullità. Ecco il buio. Non più vedere, non potersi muovere, solo ascoltare. I rumori, l'unico contatto con la realtà. I rumori. Lui si muoveva, cercava, parlava. Ricorda che puoi smettere. Ricorda la parola. Un sussurro nell'orecchio. Poi nell'altro. La parola convenuta. Non l'avrebbe pronunciata. Suoni da ascoltare, attenta, per capire. Non si può capire. Non si deve. Solo aspettare.
Il dolore... forte. Continuo. Un altro... più forte e continuo. Le mollette pizzicavano i suoi capezzoli con forza spietata. Il dolore... Un'onda rossa nel cervello. Era così sensibile in quei punti. Lui non poteva saperlo e nemmeno lei. Un lamento. Era sorpresa. Lamentarsi... mai l'aveva fatto. Ma ora era spontaneo. Cercava di lenire il dolore come sempre aveva saputo fare. Non serviva. Lui si muoveva nella stanza. Rispondeva al telefono, compiva azioni normali come se quel momento fosse parte del quotidiano. Fumava, lei lo sentiva. E lei non poteva fare nulla, nessun gesto libero. La sigaretta appoggiata alle labbra. Un salto. Ora tutto la spaventava. Lui ora era zitto. Si spogliava. Il Suo corpo intorno a quello di lei. Mi piacerebbe vederlo, è importante per me. Ma non posso. Ancora dolore. Un terzo punto. E gli altri due aumentavano la loro intensità. Ancora un lamento. Lui le forzava la bocca. Non l'aveva sentito arrivare. Non poteva muoversi, solo aprirla e usarla. Bella la sua bocca, calda, morbida. Ma in quel modo non poteva fare ciò che sapeva. La frustrazione. Magnifico!
Lui le stava addosso, le gambe aperte sopra il suo petto. La schiacciava e costringeva. Poi si spostava. Ancora il telefono. Che rabbia! Parlava al telefono e le Sue mani la esploravano. La rabbia. Magnifico! La penetrazione. Una sensazione di calore e piacere. Per poco. Volutamente per poco. Poi... le mani sulla molletta, a toglierla. Un gemito strappato... quel gesto aveva procurato il dolore più forte fino ad allora. La ricerca di un attimo di pausa... Concesso. Le era concesso. Ora l'altro capezzolo urlava, come se l'equilibrio fosse stato spezzato. Un altro gesto. La terza molletta, via. Non le aveva dato fastidio, ma  Lui non lo sapeva. Le mani e i piedi si torcevano e tiravano. Sapeva di farsi male. Forse lo faceva per questo. Lui fumava e si muoveva molto. Forse era nervoso? Ma questo non era nei suoi pensieri. Era attenta a tutto di lei. Ascoltava con i sensi, ascoltava con l'anima, attenta a capire, a imparare. Ancora la penetrazione. Ma prima aveva sentito il Suo desiderio, raccolto negli umori lasciati sul suo ventre. Lui la desiderava. Questo le piaceva. Era l'unica cosa che conosceva bene. Gli uomini la desideravano molto. Era bella. E così legata ancora di più. Ma non la possedeva. Non merito il piacere. Magnifico! L'ultima molletta. Il dolore fino a quel punto era diventato così lacerante da annullarsi quasi, ma il gesto di liberare il capezzolo lo rinnovava tutto. Un lamento forte, e le lacrime. Uno scoppio di pianto improvviso, sorpreso, ultimo. Come una bambina che, stupita dal male, lo rifiuta e piange di rabbia e spavento. Lui la scioglieva veloce, le mani, i piedi, la benda. Era finito? Si. Il suo pianto aveva deciso il momento. Credeva di averlo spaventato.  Lui la avvolgeva e la rassicurava, la teneva a sé, la scaldava. Come per riparare ad un'offesa, come per ridare la calma.
Si, lo aveva spaventato. Ma le Sue carezze erano dolcissime, e il Suo corpo la quiete. Era finito. Era tutto finito. Per questa volta. La prima volta. La Prima Volta è una figurina di cartone ritagliata da un album per bambini. Colorata come la fantasia suggerisce, nel separarsi dalla pagina che la conteneva, si scuote appena,si avvicina allo specchio, sistema il vestito a pieghe,  guarda la punta delle scarpe,  ravviva i capelli. Inarca le ciglia, chinata in avanti. Si volta e si allontana. Poi un pensiero la coglie, si gira e... raccolta una scatola di pastelli, ritorna allo specchio. Con nuova abilità, ridisegna forme e colori, riveste quell'immagine. Si adorna. Quando il gioco è finito, si ricompone e si atteggia. Nello specchio, la Seconda Volta, restituisce lo sguardo.

IL GIOCOLIERE


 La confusione e l’incertezza di quei giorni erano fortissime. Si sentiva come se un serpentello velenosissimo stesse tranquillamente avvolto intorno al suo collo e, appena appena attento, in qualunque momento, ad un suo gesto non concesso, avrebbe mortalmente morso.
Questa è la sottomissione?  La risposta non le piaceva. Non le piaceva sentirsi costretta, non le piaceva muoversi su un palcoscenico mai percorso, senza copione, ma con l’ordine di ricordare le battute. Aveva sbagliato commedia? Sembrava di si. Spinta a forza in un ruolo vero, di quelli che s’incollano addosso e di cui non puoi spogliarti quando vai a dormire. La notte non è sollievo, e il giorno nuovo ha con se le ansie del suo ieri. Respirare è faticoso, pensare è  far rotolare avanti un macigno squadrato, muoversi è annaspare fra tenaci ragnatele.Eppure era piacevole, dannatamente piacevole. Un letto di zucchero nel quale riposare. Ogni tentativo di raggiungere la comodità è un tormento di granelli dolci a torturare il corpo e a saziare il gusto. E l’anima? Dove si appoggia l’anima attenta a guardare? Sul ramo più lontano e alto, per paura di sparire tra le onde. Le battute…….si Padrone. Vuoi il piacere Padrone? Sono ai tuoi ordini Padrone.
Battute usate, conosciute, ma nuove. Nuove nel loro suono, vere. Niente corde, pinze e strumenti. Questo aspetto non l’aveva considerato. Come se sotto quelle luci, in mezzo alla vita, nella disattenzione dello sguardo di ognuno, lei dovesse recitare un ruolo che conosceva benissimo, per averlo vissuto sempre. Ma recitare…..questa era la differenza….sapendo di aver scelto  un personaggio da cui staccarsi, da cui fuggire, di cui aver timore. E recitare senza aver firmato un contratto, senza percepire un compenso, senza nutrirsi, senza dissetarsi, senza riposarsi mai. Vuoi dire che stai strisciando ai miei piedi? Si…… Si cosa?……Si….Cosa vuoi che dica dopo il si? Si, Padrone?
Si dillo…..Si Padrone. Dimmi anche il resto……Si Padrone, sto strisciando ai tuoi piedi, nel modo più umile che mai abbia concepito, e non concepito. Tu sai che io godo nel sentirti così……Si lo so….
Quella ultima battuta, umilmente vera, umilmente reale.
Mi stai dicendo che farai tutto ciò che io dirò?……Si, lo farò.
Era la prima volta che questo era vero, le altre volte, affermandolo, sapeva che avrebbe posto limiti, o che sarebbero stati rispettati. Ora no. Era vero e basta. Le altre volte, con le altre persone. Ora, questo Padrone, così amato e avaro d’amore, ora e sempre, aveva il controllo assoluto. E l’amore? Quello che con grande generosità si prodiga in fiori e frutta, in corse e giochi, in carezze e ninne nanne? A che serviva? Una volta aveva detto…..Tu non sei Master per gioco, lo sei nella vita.
E sempre aveva detto….Io non gioco, tutto questo per me non è un gioco. Qualcosa in questi suoni apparentemente accordati strideva. Un’orchestra che suona in perfetta armonia un motivo che non ti piace….tanto sforzo e hai sbagliato pagina….un colpo di vento ha fatto volare lontano lo spartito che tu hai composto. E ora cosa faccio di me?  Questa musica mi piace…..
Venerdì ci vedremo………..Si. Questo veniva dopo un altro ordine, nel quale non ci sarebbe stato quel venerdi. Andava bene il primo, andava bene il secondo. Più nessuna possibilità di replica, più nessuna seppur lontana polemica. Una volta lui le aveva detto……Non sei ancora abbastanza umile…. Era vero…allora era vero…..si sentiva in diritto di chiedere, qualcosa per sé.
Nel silenzio della notte, nella calma di una città che si scrolla via dai capelli e dai vestiti la pioggia appena caduta, nella calma della sua attesa, scriveva. Sotto alle righe l’immagine che qualche giorno prima aveva usato come sfondo sul monitor. Il viso, gli occhi, il gesto in cui si era fissata erano nascosti, solo la scritta che aveva inserito era visibile.
Mistress or slave? Ovvia la risposta. Sempre stata ovvia? Forse si.
Le calze a rete azzurre, il vestitino di jeans, i passi della giornata, veloci e sicuri tra sguardi catturati. Tutto scoloriva.
La pioggia di quella sera, dirompente e forte, aveva lavato via il colore, dagli abiti, dai capelli, dall’anima.
Non ho più la carta salvezza, il jolly da usare, la parola chiave, il passaggio segreto.
Non li ho mai avuti. E’ così? Si. L’aveva capito nel momento in cui cercandoli, si era accorta che lo scrigno era vuoto.
Già usati? No mai esistiti. Una sigaretta fumata con calma. Sto scrivendo del presente….come posso raccontare di ciò che ancora non è avvenuto? Attimo per attimo, assaporando i gusti di quei giorni, confrontandoli con il passato, con il futuro.
Un paradosso temporale? Una sonora risata, nel cuore.  Fuori aveva ripreso a piovere. Questo per ricordarmi che la pioggia non ha ancora finito di bagnarmi. Ancora indietro, a quella sera intirizzita, al tentativo di capire, alla sua disfatta.
Alla memoria dei fatti, a momenti di poesia e calore. Ho bisogno di bere, di mangiare, di sole, di corde, di frustate.
Si stupiva di quei pensieri.  Ho bisogno di dolore, di umiliazione, di buio, di sorrisi maliziosi.
Mi sembra di essere tornata indietro. No. Sono chiusa nel cerchio. Ho congiunto l’inizio con la fine e le mie mani si sono fuse nel suo compiersi. E il mio primo Master ha passato il testimone all’ultimo, mentre io mi illudevo di camminare avanti. E’ troppo tardi, devo riposare un po’, prima che arrivi l’alba. Ma anche quella notte era un cerchio, un anello di fumo, tanto fragile quanto consistente, da infilare al dito. Protagonista, slave, sposa di un principe per niente azzurro.
Quello che nel suo castello aveva stanze di tortura, quello che non le avrebbe mai provato la scarpina, quello che non l’avrebbe baciata per risvegliare, quello che quando riesci a restare sveglia nel buio si rivela orco, diavolo con tre capelli d’oro, dio del mare, drago fiammeggiante.
Quello che nei suoi sogni la spingeva a salire sulla scalinata, che lui troneggiava, travestito da demone, zoccoli e corna. Quello a cui lei girava le spalle nel tentativo di sottrarsi. Quello a cui lei offriva la sua miglior parte. Quello a cui lei porgeva tutto. Quante delle sue ansie racchiuse qui, quanti piaceri. Io venerdi sera ho una cena, posso essere da te dopo.
Bene, sarai da me dopo la mezzanotte. Immaginava sin da ora quella notte. La sua volontà di usarla, di possederla, di servirsene.  Che ne farò di me ora? Scrivo di bambini e di sogni, di fiori e ruscelli, scrivo di primavera. Ma davvero la mia parola chiave non esiste?
Andrò nel bosco questa notte, scaverò sotto ogni pietra, forse che sia nascosta là. Come quella volta, da piccola, quando aveva condotto sempre in vantaggio, una caccia al tesoro, e l’ulitmo traguardo, il premio finale, con tanta volontà conquistato, era una manciata di fagioli. E nemmeno magici, e nemmeno sufficienti per un piatto di minestra. Cosa se ne fa una bambina di una manciata di legumi secchi? Li tiene in mano, sorpresa, cercando di capire l’ironia del momento. E del suo creatore. Hai visto qualcuno in questi giorni?…..No Hai intenzione di farlo?……No ……Perché mi fai queste domande? Una frase pronunciata quando ancora si sentiva in diritto di chiedere. Fai troppe domande……Si, ma tu conosci già le mie risposte. Questo per dire che si sentiva sua, e lo dichiarava, lo gridava. In un momento nel quale non lo desiderava più. E quando aveva potuto pensare ciò?
Mai.
Ancora indietro con la mente, ancora avanti.
L’altalena si muoveva lenta, piccolo lo spazio per dondolare, poco il tempo trascorso. Ci conosciamo da così poco tempo, e ho ripercorso la mia vita. Nel suo dolore, nella sua luce. Il cerchio tracciato in terra con il gesso, un cerchio magico, un gioco da bambini. Un attimo in più al suo interno e non posso più uscirne. Il gesso è rimasto fuori, lontano dalle mani.
Chinata e protesa, non ci arrivo…….non ci arrivo!!! La palla rossa, quella mille volte spinta contro il muro, e mille volte tornata indietro. Palla pallina…..ora solo palleggiata a terra, lo sguardo chino, il dovere di non sbagliare. La punizione per ogni sbaglio….. Sei troppo ribelle…….sembrava una frase di sua madre. Che avesse ragione lei? Terribile il pensiero. Sorrideva con il cuore. Sorrideva palleggiando quella sfera rossa, rovente fra le mani, una enorme caramella appena preparata, odore dolcissimo ad ogni colpo. Le treccine, le calzettine, i pensieri furbi. Ancora indietro con i ricordi. Una fuga? Un ritorno? Un desiderio? E l’odore dell’erba appena tagliata, da portare con sé, in quella città del suo rientro. Ma quanti anni sono passati?, Quanti non si sono mossi? Le calze a rete, la bocca dolce. Spento il pc, seduta in bagno, l’acqua aperta per non interrompere il rumore della pioggia, ripensava. A tutte le cose fatte con lui. Quelle cose che mai aveva voluto esprimere con i termini inglesi che le identificavano. Molto belle, molto eccitanti, profondamente intime, difficili da realizzare. Gli aveva detto una volta….ma questa è un’altra storia.

FARO' LA BRAVA



Se il vento avesse sbattuto le finestre della mia anima con furia, non mi sarei così alterata come nell’ascolto delle tue parole. Un tocco lieve, ma d’effetto come tu solo sai fare. La sensazione che quel pensiero fosse assolutamente corretto e sensato e l’irritazione di togliere una maschera mai supposta. Girando fra i ciotoli che affaticano i passi, tra i baracconi del luna park, dopo aver visitato le attrazioni, scelte con cura ed eleganza, nel velare il timore con  giusto scopo, ecco il labirinto. Mi resta questo… solo questo. Entrarci sapendo che un mondo di specchi deformanti avrebbe straziato il mio corpo, cambiandone linee ed intenzioni, è comunque un sollievo, dopo le emozioni subite. Non più buio e risate improvvise o corse pazze e altezze vertiginose. No, la mia immagine, un po’ diversa con la quale rallegrarsi, ammiccare. Poi l’uscita. Sapendo che non c’è. E tu, invece, restando in disparte, dietro o a fianco, dopo aver ascoltato i discorsi, appiccicaticci di zucchero filato e di liquirizia, tu, con lieve tocco sulla spalla, mi hai indicato una nuova attrazione. Strano… non l’avevo vista… Forse è perché ora, girata a rovescio, alle spalle le musiche mescolate dei baracconi e le luci e le voci ancora addosso, ne intravedo l’aspetto. Ma… io arrivo da lì… vorrei poter dire… eppure non lo faccio. Ascolto molto irritata… non vedi che vengo proprio da là? Mi scappa. No ti sbagli… E io mi arrabbio di più. So bene quello che dico, come sempre. Si. No. …non è vero, hai ragione… Quasi vomito tutto quello che segue. Troppo dolciume ingurgitato. E tu paziente e calmo. Mi prendi per mano, mi porti fino alla soglia, mi indichi il tutto. Il tutto… esiste il tutto. Poi mi lasci guardare, restando vicino, mi piace sentirti lì con me. Mi lasci parlare, ancora escono pezzetti di cose ingurgitate per tenere buono il senso del gusto. Sono molto perplessa. Chi sei? Come ti permetti di restarmi appoggiato sulla spalla e sussurrarmi pensieri che non ti appartengono. Mi volto e sei lì, specchio delle mie brame, ad indicarmi la più bella. No, non ci credo… nel mio reame niente specchi. Tappeti al mio passare, inchini, giullari per il mio divertimento, dolci e caramelle.
Specchi no. Non posso rischiare di testimoniare l’ingrassare quotidiano della mia presunzione.
Con calma mi lasci andare avanti, mi accompagni e avvisi del mio incedere, i riflettori mi seguono. Ogni gesto e parola sono amplificati, e tu ne sorridi. Ti piaccio così, mi porto addosso lo sfarzo del comparire, la sua camminata sicura. Questo lo riconosci in me. Cos’altro? Mi tocchi le labbra, assapori lo zucchero ancora appoggiato, la mia bocca sa sentire il piacere. Mi guardi, e scruti negli occhi, più di quel che faccio con te. Mi indichi la luce che vedi. La conosco, mi solleva e  dà tremori da tanto tempo. Accarezzi il mio corpo, lo svolgi come dono scelto con cura, avviluppato in carta dorata, ma non ancora usato. Un bel fiocco a racchiudere il tutto. Il tutto . Ancora questo pensiero. Tu devi essere come sei, e di più. Ma io ho tutto. Un piccolo schiaffo sul culetto, esposto allo scherno. Si, lo conosco. Sei sicura? Si. Un secondo più forte. Ma chi sei, ma come ti permetti? Io ho già il mio tutto, ordinato catalogato, quasi perfetto nella sua quotidiana follia. Un terzo, più forte, anche questo conosco, qui posso ritornare bambina, quasi quasi piangere, ma non ancora. Un quarto… toglie il fiato. Lo sento diverso. Mi strappi ai dolciumi e ai capricci, mi ribello. Mai fatto, mai, pregustando il conflitto. Ma cosa mi prende? Ti sfido… si mi piace, e nella sfida riprendo di me tutto ciò che sono. Il quinto… fa male. Un male diverso, un male che cerco da tempo. L’onda che avvolge e lascia bagnati. No. Non puoi, e io posso rivoltarmi. La mia forza messa alla prova. Il sesto. Lo assaporo come il primo passaggio di aria nel corpo di un nascente. Dolore puro, ed estasi. Mi fermo, attendo. Sai gestire l’attesa, la tua, ed io la mia. Mi contorco e sfuggo. Mi riprendi e mi costringi. Il settimo. E forte, mi attraversa. La carne brucia. Ma sei pazzo?, Io sono pazza. Mi piace. Non è possibile, io detesto il dolore, dopo tutti i discorsi fatti davanti ad un pubblico ossequioso. La mente è importante, la fantasia possibile, non tutto realizzabile. L’ottavo. Ti odio, ti detesto, mi stai picchiando senza ragione. No, eccola, qui nei brividi e nell’attesa. Mi piace, per questo lo fai. Il nono. Mi resteranno i segni….non voglio i segni, io sono bella e come tale devo restare. Sapete io poso, mi ritraggono nella mia magnificenza. Delirio e laghi montani lasciati sulle tue ginocchia. Il decimo. Farai la brava?…Si, si, si, si, si, si…
Farò la brava, e mi volti, mi premi e mi usi. Troia… sei proprio una troia…
Ti piace, mi piace. Mi spingi e togli il fiato, la gola si infuria. Ora vieni qui, calma, è tutto finito. Qui dove? Qui dove è la tempesta. I lampi e le scariche mi percorrono ancora…Tu li conosci. Io anche. Mi hai nutrito, adorato ed amato. Lo so. E tu sai il perché. Vuoi la mia furia, il mio amore, la mia risata di scherno, le unghie piantate addosso, vuoi me. Vuoi che io ti segni, con me stessa, sei mio, tutto mio mi dici. Ti amo. Lo so. Grazia, ma dove sei? La dolcissima , tenerissima Grazia, il calore e il conforto, la luce, la creazione di stimoli, la provocazione, il potere su ogni sguardo, il cibo per ogni fame. Grazia la troia, che si compiace di porgersi sempre di più, del non potersi sedere, dello sguardo puntato negli occhi mentre usa le mani. Quelle belle mani che sanno farsi sentire. Che ha voglia di calpestarti, di lacerare il silenzio con ogni rumore. Che ha voglia per se.
Hai tirato il lembo del fiocco, più luce e più sfarzo. Mi gira la testa… sono confusa…
Grazia….? Si, si, si, si, si, si, si, si,si… Domani, nel toccare la sedia, ancora mi sentirò di fuoco, e di acqua. E tu nel riposare la sera, sentirai le mie unghie, nei segni appoggiati a dormire. I miei segni su di te. La luce? La luce li attraversa nel buio. Lo farò, molto, tutto, di più.

C'ERA UNA STRADA....



C'era una strada, in terra battuta.... partiva dalla chiesetta dove la sera noi bambini ci trovavamo per giocare a nascondino; ero abile nel non trovarmi mai al tocco, nel non farmi mai trovare. E lo era altrettanto, mi sembrava, quel ragazzo con gli occhi blu, grande troppo grande per me, che nel gioco si infilava a casa sua,e mi aspettava; love is blu, la canzone nella stanza, la sua mano nella mano e nient'altro.....non mi ha mai toccata....non glielo perdonavo questo. C'era una strada, in terra battuta..conoscevo ogni passo e ogni curva, precedevo il gruppo composto dai miei fratelli, dalla nonna, da qualcuno con noi... nella prima parte raccoglievo quadrifogli, mi saltavano in mano solo al passaggio delle mie scarpettine da ginnastca di tela blu, andando oltre setacciavo con gli occhi le foglioline di felce, a trovare quelle lisce, percorrerne il gambo delicatamente, sentir la terra umida, infilar le dita e tirar la radicetta, senza far del male al resto della pianta. Pulire bene, lavare, masticare quel sapore  acerbo, non ancora troppo amaro, non troppo forte, quasi un cucciolo di liquirizia per le voglie di un cucciolo poco umano.... e l'aria cambiava nel proseguire, cambiava la vegetazione, il sole non entrava più dall'alto nel bosco che si faceva fitto... si annunciava l'impeto, la frescura....la forza, la sorpresa.... raccoglievo i fiori bianchi a piumini, che piacevano alla nonna, i garofanelli selvatici, abbarbicati sule pareti fra radici ed erbusti. Non c'era un passo che non significasse nuovo pensiero, che non fosse percorso e ripercoso in tondo, nell'attesa del gruppo, della lentezza e distrazione degli altri.Sapevo riconoscere le betulle, cercarne funghi alla base, sentire odori, come quando ultima di una spedizione nei boschi, tutti adulti, scorgevo i porcini, dove nessun occhio li aveva visti, nell'irritazione generale dei cercatori esperti. La casetta sul lato sinistro, le solite frasi della nonna che sembrava saper tutto di tutti, i rumori dei passi, mettere la maglietta di lana, sapendo cosa ci sarebbe stato al fondo del cammino, sentendone il richiamo. Nella mia fretta non avevo fretta, ma dovevo essere la prima, a fermarmi e dire...ecco..... l'ultima parte era un altro mondo, l'aria fredda, il suono sordo...le goccioline gelide nell'aria, quasi più nessuna luce...
quella si percorreva più veloce, niente più sguardi intorno, distrazioni, e nel silenzio i tronchi enormi appoggiati ai lati, la segatura a mucchi del taglio fresco, la strada si allargava, diventava spiazzo il rumore forte......l'impeto della caduta, l'aria schiacciata e spinta , il fiato sospeso, lo stringersi gli indumenti addosso, il freddo gelido schizzato fuori, gli occhi alla schiuma bianca, i passi ancora avanti, gli occhi al cono d'acqua senza lati, come capigliatura folle, i passi avanti, gli occhi al punto di caduta, i passi fermi, fermo il fiato. Il bosco generava la cascata, il buio, il freddo, la sorpresa; un ghiacciolo in bocca di un gusto sempre nuovo, mentre ti giri intorno ad occhi in su, per rubare il sole al concentrico degli alberi non potevo fermarmi lì, come tutti loro...no, io andavo avanti, masso a masso, bagnati e scivolosi, raggiungevo il punto di caduta, senza più badare al freddo, all'aria, all'acqua.
Mi chiamava e lo ascoltavo, mi fermavo sotto, dove, un passo in più mi avrebbe inghiottito. Mi sedevo lì, in atteggiamento teso non buttavo sassi all'acqua, non pescavo pesciolini, sapevo del tetto sopra, rotondo di rami e foglie, del comprimersi ed espandersi del luogo, sapevo che c'erano strade per arrivarci, visione dall'alto. Ma io ero lì, lì in basso, dove non potevi più voltarti, dove il dietro non contava più, dove per il tempo che volevi, il silenzio era padrone....nel rumore violento del cadere....cadere, cadere senza fine....il fiato fermo, respirar silenzio. La cascata in mezzo al bosco, padrona del mio tempo, del percorso , della voglia di arrivarci, dei passi in cerchio per raggungere il cerchio massimo, dove impera la caduta.... ognuno dietro giocava a qualche cosa, i grandi con le parole urlate nel frastuono, i piccoli con i tronchi a salirci e scenderci....lo sapevo solo...non sentivo più..ero sola col silenzio..il silenzio del rumore e della forza....del buio violentato dagli schizzi, della dolcezza dell'immergersi. L'acqua era gelo, a toccarla diventavi blu.....e non c'era bisogno.... ero io a dare i tempi.....del ritorno....io a staccarmi e voltarmi, dopo aver concesso loro il riposo del cammino, l'abbeverarsi alla fontana umana....la fontana del Laiolo, la meta della gita era quella, acqua particolare non per me, mi alzavo dai sassi piccoli pericolosi e ultimi
nessuno si era sognato di dirmi...fai attenzione...era tutto mio, tornavo indietro sui grandi massi, e sullo spiazzo e sulla strada riprendevo i miei mazzetti bianchi e rosa, abbassavo il volto e annunciavo il passo, solo con la direzione, il camminare sempre avanti, gli altri dietro, senza più girare in cerchio, senza togliere la maglietta, gli occhi sempre attenti...
Sul finire , verso i prati raccoglievo quelle foglie larghe e piatte, venate dietro da carnose righe, da strappare piano, per lasciare dondolanti i fili , da poter estrarre....servivano alla nonna, per i suoi piedi già malati, sostenuti da un bastone forte, che io avevo cercato e preparato per lei il proseguir del giorno non contava....fino alla chiesetta della sera e al ragazzo dagli occhi blu.....e al suo silenzio, mano nella mano .....non potevo perdonarlo....